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Intervista a Mistaman: “tecnicismi a parte, voglio fare musica che rimane”

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Lo scorso 24 giugno è uscito il nuovo singolo di Mistaman, il rapper affiliato alla Unlimited Struggle che ha fatto dei tecnicismi portati all’estremo il suo cavallo di battaglia, ma come ci spiega in questa intervista vuole andare “oltre” al puro intrattenimento con pezzi dal significato più profondo.

Ed è proprio quello che ha fatto con “Sempre in piedi” appunto, il nuovo singolo che va a battezzare un nuovo percorso del rapper dopo qualche anno di silenzio nel quale però Mista ha sempre continuato a scrivere ed ora è pronto a tornare a tutti gli effetti.

Cover Sempre in piedi

Ciao Mista, il tuo singolo uscito da poco “Sempre in piedi” è da considerarsi un episodio isolato o farà parte di un progetto più completo?

Al momento non vorrei anticipare niente però ti posso dire che non sarà un episodio isolato, c’è diverso materiale su cui stiamo lavorando.

Per questo nuovo pezzo, ancora una volta insieme a te c’è Shocca, con cui il rapporto lavorativo e personale va avanti da tantissimo tempo…

Quando mi sono approcciato nuovamente alla scrittura ho sentito l’istinto di tornare nella mia comfort zone a livello di sound per essere libero e spontaneo a livello comunicativo. Per questo è venuto naturale lavorare con Shocca che da sempre rappresenta le mie radici musicali e con il quale c’è una storia condivisa dall’inizio. Su questo è poi intervenuto Ze in The Clouds con arrangiamenti che hanno arricchito ulteriormente il valore produttivo traghettando il pezzo verso delle sonorità più jazz, cosa che apprezzo molto anche nelle produzioni americane.

Anche tu come tanti colleghi ti sei ritrovato a scrivere nel periodo di pandemia? Come l’hai vissuto?

Devo dirti la verità, non l’ho vissuto poi così male perché per mia natura sono una persona capace di intrattenersi e di stare bene anche da solo. Anzi per quanto riguarda la musica per me è stato come un momento di “respiro”, un’occasione per staccarsi da certi meccanismi. In quel momento in cui tutti eravamo costretti a casa sapevo che non mi stavo perdendo il party esclusivo dove andare a fare la gara a chi ha l’ego più grosso. È stato un momento in cui nessuno poteva fare niente e io mi sono messo a fare quello che so fare meglio, ovvero mi sono guardato dentro, mi sono guardato attorno e ho scritto, ho fatto musica. E l’ho fatto con un pizzico di serenità in più, senza la pressione di dove uscire da un momento all’altro.
Chiaramente se parliamo di bilancio globale della pandemia, è stato negativo anche per me perché pur concentrandomi su me stesso ho sofferto tanto alcune cose, come non poter andare a suonare dal vivo ad esempio. Il live è quel momento dove ti puoi lasciare andare, puoi essere te stesso e avere un feedback, ecco quello forse è una cosa che ho sottostimato. La mia capacità di riuscire a rinunciare a quelle sensazioni. Infatti appena ho potuto sono andato a suonare con delle band perché sentivo proprio il richiamo del palco.

Il lockdown mi ha fatto anche capire l’importanza di avere un piano “B”, parlando di lavoro ovviamente. Ho sofferto tanto per i miei colleghi che vivono con la loro musica e che hanno passato due anni di difficoltà vera… D’altro canto io ho potuto continuare a lavorare, non dipendendo dalla musica e anche se non sono qui certo a dare consigli però un piano “B” servirebbe a tutti. Il successo nella musica è un’incognita, vediamo sempre più spesso artisti che decollano, arrivano al picco e poi spariscono, io penso che avere qualcos’altro nella vita che ti appassiona è giusto anche nei confronti della musica che è una cosa sacra e che mi ha salvato la vita tante volte. E io dico che quando ami qualcosa veramente lo fai senza aspettarti nulla in cambio, ti ripaga anche solo il fatto di farlo.

Nel singolo “Sempre in piedi” parli in particolare della tua carriera musicale o più in generale della tua vita?

Parlando del mio percorso musicale posso capire che il  “silenzio” degli ultimi anni possa essere percepito come un distacco. Ma questo distacco in realtà non c’è stato dentro di me, per via del mio modo di vivere la musica all’interno della mia mente. Infatti ho continuato a scrivere e come ti dicevo c’è del materiale già pronto. Quindi “Sempre in piedi” è riferito ai colpi bassi che la vita mi ha riservato e non scendo nei dettagli perché ognuno ha avuto i suoi e poi mi piacerebbe che chi ascolta si rispecchiasse ognuno a suo modo. Io credo che la forza dell’essere umano sia proprio quella di sapersi rialzare dopo le cadute, per questo il titolo “Sempre in piedi”. Anche se poi in realtà nel brano parlo anche in parte del disagio che vivo rispetto all’industria musicale, alla piega che ha preso… quindi si, direi che i riferimenti alla musica ci sono.

La cosa interessante è che io questo pezzo non l’ho scritto quando mi ero già “rialzato”, ma l’ho scritto in un periodo in cui stavo molto male, un periodo sicuramente negativo in cui è venuto fuori questo pezzo di rivalsa. Quando poi mi sono rialzato davvero ho riascoltato il pezzo e mi sono emozionato perché mi sono reso conto di quanto l’inconscio (che è quello che si libera maggiormente quando scrivo) si spalma nel tempo e nel futuro più di quanto riesca a fare in modo conscio. Riascoltando il pezzo ho detto “quanto ne sapeva il Mista del passato…” certe cose che ho scritto erano profetiche.

Mistaman
Foto di Andrea “Nose” Barchi

A proposito di industria musicale come la vedi in questo momento, soprattutto rapportato al tipo di rap che fai tu…

Io personalmente non mi sento penalizzato dal successo degli altri, perché ai tempi di quando abbiamo cominciato noi volevamo già costruire un’alternativa al mainstream che c’era allora. La formula, l’attitudine e il mio approccio a quello che faccio non credo sia cambiato molto in quel senso…
Secondo me oggi c’è un meccanismo “perverso” per il quale assolutamente non voglio esprimere odio, ma semplicemente lo vedo come un dato di fatto, nel quale è un algoritmo che decide cosa va di più o di meno, una sorta di campana di Gauss dove nel mezzo ci sta la roba che raggiunge più gente. Quindi, passami il termine… per stare nella “media”, devi essere un po’ mediocre. Poi, attenzione: non dobbiamo neanche essere così arroganti da pensare che non ci sia della mediocrità in ognuno di noi. Siamo anche noi nella “media”, l’unica mia aspirazione è fare musica che rimanga, anche se per come girano le cose oggi è un po’ complicata pensarla così. Io sono sempre convinto che la qualità possa ancora ripagare.

Ma il fatto che quello che è adesso mainstream sia proprio il rap, non ti suona un po’ strano?

Questo mi fa soffrire nel momento in cui l’hip hop mainstream, (chiamiamolo così) che c’è adesso va ad includere alcune cose che noi abbiamo sempre combattuto. Tipo il consumismo o ad esempio il fatto che la violenza e la criminalità vengano “celebrate”. Sia ben chiaro, io provo il massimo rispetto quando un ragazzo che ha delle difficoltà e vive in quartiere difficile usi la musica per emanciparsi e per trovare uno sfogo, questo è l’essenza dell’hip hop, la sua natura. Quello che mi dà un po’ fastidio è il fatto che l’hip hop dovrebbe essere un mezzo per elaborare e sublimare la violenza e le difficoltà della vita in positivo, invece spesso percepisco che c’è proprio la ricerca del negativo per supportare la propria credibilità. Per farti un esempio ti racconto un aneddoto: durante un workshop che ho tenuto a Rovereto (che è un posto dove notoriamente si vive bene) un ragazzo mi ha avvicinato e mi ha chiesto “Ma io che vivo qua, faccio una vita normale, come faccio a fare rap?” Come se vivere nel disagio sia una condizione necessaria per poter fare rap, capisci? E gli ho risposto la stessa cosa che dico anche a voi, cioè che anch’io ho vissuto una realtà relativamente tranquilla a Treviso ma con i miei amici, Shocca, Frank ecc… anche noi abbiamo avuto delle situazioni di disagio, anche se non paragonabili a quelle di altri. Io ad esempio fin da ragazzino avevo il problema di non riuscire ad esprimere il mio mondo mentale. Quello fu un punto di partenza e nella musica ho trovato uno sfogo. Attenzione a non andare a creare il disagio dove non c’è oppure simulare il disagio di altri.
In questo senso per me la punta di diamante rimane Kendrick Lamar che del disagio si è fatto portatore e ne parla ma con un fine positivo. Io penso che l’artista vero sia colui che prende la realtà, la elabora e poi ti consegna un elaborato. Purtroppo al giorno d’oggi non vedo una grande “elaborazione”, non vedo livelli di lettura ed è proprio un approccio odierno.

Forse perché manca un po’ la cultura di base?

Mi dai lo spunto per citare una rima contenuta proprio in “Sempre in piedi”:
“Lo comprendo che ora è tutto intrattenimento, e ognuno si intrattiene solo fino a dove sta capendo”
Ma non vuole esserci un giudizio in questo, anche uno che ha studiato al conservatorio godrà nel sentire Bach molto più di quanto possa fare io. È proprio il livello di intrattenimento che dipende da quanto tu capisci quello che sta succedendo. E con questo finisco le critiche, perché non sono un hater!
Per quanto mi riguarda non ho mai sottostimato la capacità di comprensione dei miei ascoltatori, pagandone anche il prezzo a volte. C’è stato un momento, all’incirca dal 2005 in poi, dove c’è stata una semplificazione che ha anche ripagato molte persone, per me è stato un po’ il percorso opposto perché ho complicato molto le cose, ho fatto testi con incastri particolari, metafore ecc.. perché quella era la mia vocazione, per me era una cosa interessante da fare. E ne vado fiero. Quando ho fatto ad esempio “Irreversibile” ho pensato “ok, qui ho messo una bandierina, questa roba è mia, adesso son cazzi vostri

Detto questo, messa da parte la roba ipertecnica, mi sono reso conto che i pezzi che mi emozionano sono quelli che vanno a toccare qualche corda. In questo nuovo percorso che sto facendo sto cercando appunto di contenere la roba tecnica, o meglio di relegarla solo ad alcuni pezzi perché mi piacerebbe non parlare solo al mega infottato ma che in tanti si rivedessero nei miei pezzi.

Non solo tecnicismi quindi…

No, anche perché questa cosa in fondo l’abbiamo sempre fatta. Ti faccio un esempio, nei live il pezzo con cui chiudiamo sempre è “Che farai” con Frank Siciliano e quel pezzo piace tantissimo. Quindi io dico, se ci siamo riusciti con quel pezzo è una cosa che abbiamo e che sto cercando di continuare, a partire da questo nuovo pezzo che è uscito. Avrei potuto uscire da questo silenzio con una roba pirotecnica, ma in realtà era proprio questo il pezzo che volevo far uscire.

Anche perché non credo che Mistaman debba dimostrare a qualcuno di saper fare pezzi tecnici…

Nei nuovi che escono adesso addirittura sembra quasi che la tecnica sia una cosa da nascondere, da camuffare. Quasi come se sbattersi troppo non vada bene, perché toglie spontaneità a ciò che viene fatto.
E la spontaneità che vedo in tanti ragazzi che rappano adesso è proprio quella che in un certo senso sto cercando di ritrovare. Perché quando hai scritto tanti pezzi, hai detto tante cose diventa anche difficile… Io adesso dopo tanti anni so come si scrive un pezzo, il punto è renderlo vero, riuscire a dire qualcosa che davvero pensi, che non hai mai detto o magari dirlo in un altro modo. Si aggiungono tanti livelli di autocritica e quella spontaneità diventa come un’illuminazione che ti arriva in un certo momento.

 

Ci lasciamo con la domanda di rito, ovvero chiedendoti cos’è per te Hano??

Penso che Hano sia fatto da persone che hanno una passione vera per questa cultura e che si capisca evidentemente dai contenuti che propone. Lunga vita ad Hano.

Foto di Andrea “Nose” Barchi
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Andrea Bastia
Appassionato di cultura hip hop da ormai troppi anni e writer fallito, dopo qualche esperienza in proprio sul web approda definitivamente su Hano. Si occupa della rubrica dedicata agli artisti emergenti e a quella sui Graffiti.

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