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Intervista a Othelloman: “Oggi lo studio e l’amore per l’hip hop è sempre più raro”

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Othelloman appartiene a quella generazione per cui l’hip hop non è mai coinciso soltanto con la pubblicazione dei dischi. Radio, DJing, rap, produzione, live, etichette indipendenti e costruzione di unascena sono capitoli dello stesso percorso. Da Palermo al resto d’Italia, il suo nome attraversa oltretrent’anni di cultura hip hop e una storia che lo ha visto anche lavorare dietro le quinte su progetti diventatipunti di riferimento.

Oggi torna al centro con nuova musica e con “Attraverso l’odio”, un album che ha deciso curiosamente di far vivere prima ancora di pubblicare, portandolo in tour attraverso listening session e incontri con il pubblico. Un buon punto di partenza per parlare del presente, ma soprattutto per guardare indietro – e avanti.

Hai attraversato più di trent’anni di hip hop osservandolo contemporaneamente dal microfono, dalla consolle e dietro le quinte. Quale di questi punti di vista ti ha insegnato di più su questa cultura?

Sono aspetti complementari e non riuscirei, non potrei mai scollegarli anche solo per rispetto.
Basterebbe ascoltare con la giusta attenzione e consapevolezza un testo come 4 Elements di K.R.S. One (nonostante alcuni termini possano essere discussi). Sommando le informazioni tratte dalle esperienze è possibile la visione di una big-picture che diventa la base su cui costruire progressivamente il pensiero critico e una scala di valori attraverso cui muoversi e comportarsi, pertanto, riconoscere i singoli mattoni che sommati consolidano una cultura.

Questo nell’Hip Hop come nella vita – e considera che per me non c’è nemmeno una separazione tra queste sfere. Il microfono mi ha aiutato ad amplificare i pensieri, a confrontarmi e sfidarmi, a superare i miei limiti e gli altri, andare oltre la timidezza, stimolare artisti che credevano poco in se stessi, a trasferire la conoscenza e chiedere interazione, a ricevere sinergia… tutte dinamiche essenziali della disciplina lirica e performativa del RAP e, in generale, della scrittura, che poi deve tornare a essere condensata e sintetizzata per essere ancora performata in live e ritrasmessa.
Questo è il sacro dinamismo vitale dell’MC, introdurre, valorizzare, avere la capacità di farsi ascoltare e condurre poche persone o migliaia sotto il palco a fare ciò che vuoi. Se sei strumento del bene, allora succederanno cose meravigliose. Del resto, quello che avviene durante i live me lo porto in studio.

In studio elaboro e immagino cosa potrebbe avvenire dal vivo, come innescare il dialogo del rito di uno show o di un incontro live. È una sorta di Oroborsos disciplinare. Devo dire con soddisfazione che “Il suono della città” rende perfettamente l’esempio del processo di cui parlo, “questo è Hip Hop, voi ne siete testimoni… tutte le mani su al suono della città!”.
La consolle che sia da palco o da club è decisamente differente, ma anch’essa complementare, basti pensare a The Elements di Common e mischiarlo a Rock Box e Jam-Master Jay dei Run DMC.

Però, vedi, la dimensione consolle, nella fase dell’esecuzione ha un potere differente rispetto a ciò che avviene con il microfono da solo, e sorprendentemente anche più potente: mi ristruttura, lenisce le mie debolezze, le ferite e le insicurezze. Mi spiego, grazie allo stato di flusso che s’innesca, oltre il razionale, attiva componenti metafisiche che producono, progressivamente nel tempo del set, sempre maggiore quantità di onde Alpha e Theta, con picchi di onde Gamma. Lo stato di flusso lo vivo anche quando performo al microfono, certo, ma in quel caso mantengo attivi più meccanismi di razionalità, mentre durante i dj set mi perdo in una bolla di profondo rilassamento interiore mixata a una lucidità mentale superiore che scavalca dubbi e mi induce alle soluzioni.
Anche quando suono house music in tutte le sue declinazioni, il mio approccio resta quello dell’Hip Hop, della ricerca nell’improvvisazione su binari della conoscenza, dei tuoi strumenti. Parlavo proprio di questo con Bob Sinclar così come con Todd Terry che sembrano mondi lontanissimi ma poi scopri che il percorso è analogo. Del resto è la consolle, il DJing il primo elemento.

Discorso molto differente su ciò che ho dovuto imparare, mio malgrado, dal “dietro le quinte”. L’Hip Hop lascia credere che tutto sia possibile, è nato a New York e si è worldwidezzato! Ma negli approcci senza disciplina, specialmente i più recenti, la confusione con il “tutto e subito” diventa lancinante e frustrante”. Tra tecnologie e mancanza di conoscenza, mancanza di maestri e ispiratori, nell’illusione della fama da raggiungere, ci si sfracella contro una montagna di inconsistenza. Il dietro le quinte – poi personalmente – mi ha preso a botte, mi ha smontato, mi ha frustrato, ma comunque mi ha fatto crescere. Sia come produttore artistico, sia come discografico, sia come produttore di eventi. Ho dato talmente tanto a questa faccenda che ho raggiunto una soglia di nausea. Ho sacrificato troppo di me e delle mie ambizioni per regalare passione e cuore a egoisti senza meta, inconcludenti o semplicemente immaturi. Oggi raramente viene apprezzata la figura che ti dice in faccia come realmente stanno le cose. I ragazzini preferirebbero avere subito da major senza scrupoli un contratto di anticipi che non riusciranno mai a restituire e quindi restare incastrati artisticamente a vita, per di gongolarsi e dire “ho firmato” che mettersi a scoprire, studiare, e approcciare alla cultura per il piacere di sperimentare, fare le rime, sfidare se stessi verso l’evoluzione, partendo dalla strada e dai percorsi che ne hanno segnato la storia.

Mettermi a disposizione con gentilezza, dedicarmi agli altri nella fiducia del prossimo, ha portato a enormi delusioni. Ma già il mondo non apprezza e il sottobosco non è così differente. Perché sì, l’ho sempre fatto mosso da passione, convinto che anche gli altri vedessero l’amore e la potenza del messaggio dell’Hip Hop in tutto il potenziale di un testo, di un beat, della ricerca del percorso creativo. Ma troppo spesso scoprivo che l’unico motore era la ricerca della fama, o l’illusoria ricerca del miraggio del guadagno facile. Zero poesia, e ci può pure stare. Ma davvero l’arte non è quasi mai stata messa al centro per la maggior parte degli artisti che ho incontrato e curato, purtroppo.
Ho capito quanto è raro lo studio e l’amore puro per una cultura come l’Hip Hop, specialmente oggi che è spacciata da gente senza senso in magazine improvvisati, discussa superficialmente da chicchessia e la trovi anche negli ovetti con sorpresa, o nelle figurine del carburante con i premi a punti del supermercato. Senza cancelli e ostacoli, senza la necessità di una curiosità che ti spinga alla ricerca, anche il valore più alto rischia di essere svilito. Non mi pento di aver seguito l’istinto, probabilmente la storia di artisti come Stokka e MadBuddy, di Jamba o di Davide Shorty sarebbe molto diversa, ma per altre esperienze, certe volte ho pensato seriamente di aver sprecato malamente il mio tempo e ilk resto dei propulsori essenziali che mi hanno mosso. Però oggi se sono qui, è anche grazie a questi percorsi, ai dolori, alle volte in cui ho sputato sangue e ho sentito
crollare tutto dentro, fuori, sopra e sotto di me. I terremoti sono momenti in cui ti riveli, l’Apocalisse di un’entità è chiave di volta e come in ogni crisi si scopre l’opportunità di una rinascita. Questo è Hip Hop.

Sei stato parte della costruzione di una scena siciliana che a un certo punto ha imposto la propria identità anche oltre l’isola. Oggi esiste ancora secondo te un “suono geografico” nel rap italiano o internet ha definitivamente cancellato quelle differenze?

Temo che sia tutto sballato. Spesso i rapper isolani hanno cercato di apparire più continentali facendo accenti assurdi nelle rappate, poi si è capito che l’identità fosse una roba preziosa, è un aspetto tra i capisaldi della cultura Hip Hop. Con “’U Tagghiamu ‘Stu Palluni …?!” con il progetto “Combomastas” abbiamo realizzato il primo pezzo Hip Hop / Rap in lingua palermitana, poi Elia ha fatto della sua pronuncia un personal brand, ma in generale in Italia con la trap è ritornata la tendenza di assomigliare ai “milanesi”, come se fosse più figo, più commerciabile. In generale i temi e gli immaginari sono noiosi, i motorini dietro, la gente del quartiere, la malavita, lo spaccio, le mosse nei video “la cucinata delle droghe”, “la mossa del volante”, “lo spargimento di banconote”, “il ballettino di spalle”, “la minaccia di spararti”, “i glillz” … che palle fracassate. Che nulla universale dopo che lo ha fatto chiunque.

Adesso riconosco a Mated e Cee Jay un utilizzo interessante di alcuni cliché della palermitanità, un immaginario quantomeno nostro e unico, anche se personalmente la vivo come eccessivamente ridondante, ma ok, meglio così; L’Elfo ha saputo fare bene con Catania, Kid Yugi con la Puglia, ma il trend, purtroppo, continua a non essere questo. È la globalizzazione che a livello di massa, tramite internet è propulsione acceleratrice verso l’appiattimento identitario; nel rap come in ogni aspetto della vita. Ma cercando bene, lontani dal mainstream pavido e sterile si trovano sorprese interessanti.

Hai scelto di far ascoltare “Attraverso l’odio” in tour prima di pubblicarlo. In un’industria che ragiona sulla velocità e sulla quantità delle release, c’è anche un po’ di provocazione nel chiedere alle persone di fermarsi e ascoltare un disco insieme?

Più che una provocazione, è una richiesta lucida, consapevole. La volontà di condividere del tempo insieme con coscienza, condivisione reale di emozioni in presenza.
È una mossa che dichiara i miei intenti, attraversare l’Italia alla ricerca di persone che guardo negli occhi mentre ascoltano qualcosa che non hanno mai vissuto, esperire nella stesso ambiente, confrontarci sui testi, essere colpiti dalle stesse frequenze che ci attraversano nello stesso istante, analizzare le reazioni e realizzare quanto siano necessari stimoli come quelli che provo a dare. Dalle risposte delle persone che ho incontrato ho la solida certezza che ha un senso tutto questo. Perché diciamolo chiaro: in linea di massima all’industria non ne frega uno straniente di niente che la musica ti comunichi qualcosa, anzi. Gli interessano i numeri, la quantità di tempo che ti tiene incollato al device per vendere le metriche agli sponsor che sono altre multinazionali che faranno girare flussi di danaro. Tu sei da sfruttare, tu sei il mezzo, puoi interagire e aggiungere valore al contenuto che fruisci passivamente e aggiungere valore al loro business. Che tu sia artista o che sia pubblico, tu sei il loro miglior prodotto. Quindi, i concetti, l’incontro, il confronto, le emozioni, la passione e le necessità vitali come bellezza, armonia e vibrazioni, stimolo intellettuale per loro sarebbero soprattutto un fastidio. Ma peggio ancora: non sono aspetti misurabili con sterili numeri.

Nella tua carriera hai prodotto e accompagnato anche percorsi di altri artisti. Cosa riesci a vedere in un giovane artista oggi che magari lui stesso ancora non riesce a vedere?

Un buon istinto sul potenziale degli artisti, è capitato – non di rado – e allo stesso modo è successo che ci abbia creduto più di loro. Il capitale umano e il potenziale artistico, l’attitudine a qualcosa che non credono di poter realizzare, sono il valore che ho riconosciuto. Spesso l’ho messo a fuoco prima dello stesso artista, ma come ti dicevo, purtroppo, nella maggior parte dei casi negli ultimi 10 anni ho visto una drammatica mancanza di “fame e costanza”, di “urgenza artistica” e di determinazione, fattori che devono necessariamente camminare insieme. Troppa attenzione all’estetica e troppo poca alla sostanza. I social hanno devastato la percezione del senso della musica, del processo creativo originale. Per non parlare di opportunità come Splice, Tracklib, e simili, o la stessa AI che diventano la tomba del processo di ricerca, di diggin’ di sperimentazione sincera. Ho visto potenziali veri geni arrendersi perché “gli altri funzionano così!”. Troppe reference
più che originalità e istinto.

E poi serve accettare le delusioni, accettare che su 100 tentativi, 98 siano porte in faccia, aspettare, costruire un percorso coerente e affidabile, fare gavetta con sacrifici e leccate di sarde, questa mancanza distrugge più della mancanza di talento.
Davide Shorty, ad oggi, per me resta una delle più grandi soddisfazioni artistiche e umane. Per qualità, per costanza, per capacità di ripartire. Per coerenza, forse troppa in certi casi. Ma la stima è reciproca e si è costruita con confronti e scontri e siamo fratelli di lunga strada ormai. Non erano tanti a credere in lui, Palermo era davvero un deserto. Stokka e MadBuddy stavano già viaggiando bene e Palermo aveva tanta rabbia. Quando lui mi venne a trovare mi ha mostrato un cuore e una passione oltre il comune, prima ancora della sua capacità artistica ancora embrionale, ma lo studio e la dedizione hanno poi costruito quello che tutti vediamo e ascoltiamo. Non ho mai avuto dubbi su di lui, e con gioia sarà presente anche nel nuovo album in una delle tracce più iconiche del brigth side di Attraverso l’Odio.
Ultimamente ho rifiutato molte richieste di nuove produzioni, i soldi che mi hanno proposto non valgono nulla se non c’è la sostanza vera. Preferisco dedicarmi ai miei progetti, ai miei fallimenti e ai miei risultati. Posso dire questo, senza fare il Rick Rubin della situazione: il mio focus, se tornerò nel ruolo di produttore artistico/esecutivo, sarà nel cercare la capacità di mantenere un cuore buono e capace di sacrificio per la musica prima di ogni altra cosa. Il resto si può costruire. Viceversa preferisco parlare con Suno (rido …).

Molte cose che negli anni ’90 appartenevano quasi esclusivamente alla cultura hip hop sono oggi linguaggio mainstream. Vederle diventare patrimonio comune ti dà più orgoglio o più fastidio?

Ero entusiasta di questa possibilità. Non è andata come speravamo noi della mia generazione. Non mi pare che siano le cose giuste ad essere state prese in considerazione, a diventate mainstream.
Lo sono diventati gli orpelli, le minchiate e le pagliacciate. Mi spiego? Le catenazze, i marchi tipo Gucci e LV, sono roba da pezzenti mentali, e hanno perso il significato della rivalsa iniziale. Un po’ come la storia delle Polo di Ralph Lauren, molti non hanno proprio compreso il valore di certi episodi storici dei Brand, si sono solo fermati all’idea superficiale di brand di “lusso”. Così spesso vedi tatuaggi senza valore, come “la voglia di rivalsa” … cavolo!
Si è perso qualunque senso a livello mainstream. Si parla di “RAP come ascensore sociale”, ma il grande errore che confonde la percezione è sostanziale. Quando Paola cita questo concetto mi si accappona la pelle e lo stomaco mi si rivolta, sento che la confusione è quantomai profonda. Ascendere ed elevarsi socialmente non può e non dovrebbe essere confuso con “ci facciamo un sacco di soldi… così facciamo lo schifo senza dover chiedere scusa a nessuno. Ora siamo ricchi!”, perché, se così fosse, allora la droga, lo spaccio, sarebbero il più potente ascensore sociale ancora efficace. E infatti il campo da gioco
sembra lo stesso. Io dico NO! ‘ffanculo. Elevarsi socialmente non può limitarsi alla moneta. Elevarsi deve comportare un accrescimento di conoscenza, di cultura, di stimolo intellettuale, di stile, di consapevolezza, di coscienza. Ricordi l’idiozia di farsi impiantare un diamante rosa nella fronte?
Povero Lil Uzi Vert. O il livello intellettuale promosso da uno come 6ix9ine. È questo che vogliamo? È ciò a cui l’hip hop poteva ambire? Dapper Dan era un genio! Le sue creazioni parlavano da sé, dichiaravano la potenza di un processo creativo e vera rivalsa sociale con originalità e identità talmente impattanti da mettere in crisi mercati giganteschi, ma tutto questo si è andato perdendo, mettendo il focus sul brand e non sul genio.

Pensa e immagina: è come se tu fossi un architetto e insieme a degli ingegneri progettassi e poi costruissi una struttura con delle tecniche innovative spiazzanti e molto valide, creassi uno stile iconico per ogni stanza del palazzo, per l’estetica, trovassi delle soluzioni tecnologiche che permettessero a tutti di avere la vita migliorata. Le persone iniziano a vivere in quelle strutture, godono di grandi vantaggi sapendo di dover contribuire al benessere generale e ne sono gasati perché vedono che tutto questo ha un senso per la comunità e lo fanno. Poi arriva una multinazionale, copia alcuni dettagli estetici, inizia a raccontare che il progetto nasceva da dei valori che non sono quelli originali (prendendo solo parzialmente delle idee, scopiazzando, facendo una fotocopia sbiadita e distorta), e racconta una similstoria con parametri addirittura opposti, ma molto funzionali ai loro fottuti obiettivi. La massa inizia a copiare quella roba, svuotata completamente di senso e la chiamano con lo stesso nome del tuo mondo, del tuo progetto, di ciò a cui avevi dedicato l’anima. Allora capisci che non va’. Perché poi risulta anche difficile spiegare agli altri che non hanno vissuto il tuo viaggio che non era così, che quella cosa che stanno vivendo
NON è ciò di cui parlano. È fake, è tutto sostituito e sembri tu il cazzone che dice minchiate. Tipo il cannolo a forma di sigaretta della Valle del Piave fatto con la panna e la ricotta Kraft, con il cioccolato Lidl dentro e i fichi a pezzetti non c’entra nulla con il signor Cannolo di Piana Degli Albanesi. Ma chi non lo sa non può capire. (non esiste – ma prendi il paradosso come esempio).
Dico, impazziresti pure tu. Per fortuna con l’Hip Hop esistono delle persone che ancora riconoscono il progetto originale, esistono ancora i pionieri, ci si riconosce al Crotona Park generazione dopo generazione. Chi lo sa, sa che le sneaker non servono solo al reselling, ma a riconoscere il percorso vissuto su quelle suole, ci si riconosce alla lunga tra persone che sanno cosa è cultura e cosa mero business e riconoscono i passi condivisi e la storia vissuta.

Dopo così tanto tempo, cos’è che riesce ancora a farti sentire un ragazzino quando entri in studio o sali su un palco?

Sin da quando siamo bambini dovrebbero insegnarci che una delle attività più importanti, ma sottovalutata, roba che facciamo in automatico è respirare. Ed è sbagliatissimo. Hai idea del respirare? Ecco. Quando prendi finalmente consapevolezza di questo, capisci il valore della vita, impari a dare dei pesi più adeguati alle esperienze, alle persone e alle cose. A te stesso.
Così, quando sono sul palco, in consolle, in studio, sulla tastiera con le mani, il cuore e la testa su uno strumento per comporre – che sia suono o scrittura – sento la ragione per cui sono nato, il ruolo, la responsabilità, la gratitudine, la missione di condividere il bene. Ora tutto questo è tanto forte quanto allora, quando da ragazzino ho scoperto che volevo vivere di questo. Ho scritto una volta un pezzo che si trova sull’album Cerco Pace che è il primo atto della trilogia, dal titolo Original B-Boy, è un manifesto onesto e autentico. È sempre così. Grazie per queste domande.

Andrea Bastia
Andrea Bastia
Appassionato di cultura hip hop e writer, dopo qualche esperienza in proprio sul web approda definitivamente su Hano.

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