Cosa hanno in comune Simone Pianetti, Giuseppina Tuissi e Luigi Canali, Gaetano Bresci, Carlo Airoldi? Io sono un po’ ignorante e questi nomi non mi dicono nulla, per cui decido di incontrare Ted Bee e farmi spiegare perché sono i protagonisti del suo nuovo EpMusica senza ascoltatori“, disponibile da oggi su tutti gli store digitale e anticipato dall’uscita del video del brano “La ballata di Simone“.

Ted, che tu sia un appassionato di storia, di storia italiana, di politica anche o comunque di cultura generale è cosa nota conoscendo te e i tuoi lavori. Pero sta volta hai davvero raggiunto un limite di assurdità senza precedenti! Perché un concept album e perché queste tematiche?

Lo storytelling è sempre stato un elemento importante del mio rap ed è quello che mi viene riconosciuto come punto di forza. Io sono fan della storia e delle storie, mi piace la narrazione. Le storie particolari che possano raccontare la natura e l’essenza dell’uomo. Negli ultimi anni mi sono appassionato addirittura di storia locale. Spesso i “comuni” non vengono raccontati. In realtà i prodromi di questo progetto sono nati su Instagram con i post sotto #ascuolacontedbee dove cercavo di raccontare curiosità e aneddoti. Mi sono accorto che incuriosivano abbastanza e allora mi son detto “basta dare perle ai porci”… e allora ho deciso di dare un senso. Ed ecco questo EP dove racconto le storie di personaggi un po’ borderline.

Ted Bee - Musica senza Ascoltatori
Ted Bee – Musica senza Ascoltatori

Il tuo pubblico cosa penserà?

Chiaramente io non ho i numeri dei big, ma io ho uno zoccolo duro di accaniti e per loro ho pensato di dare forma a questo progetto. Ho un pubblico che mi segue perchè sono io, questo mi è sempre piaciuto.

Il progetto è pazzo chiaramente e non mi sembra ci possano essere riferimenti per descriverlo.

Non ci sono. Forse bisogna andare a cercare all’interno di un certo cantautorato italiano: Paolo Conte, De Gregori, Il bandito e il campione… Infatti all’inizio volevo dargli una forma folkeggiante.

L’assurdo che cavalca l’assurdo!

Poi ho rivisto tutto con Enea Bardi dal punto di vista musicale e ci piace dire che “siamo passati dalla festa dell’unità al concerto dei subsonica!”. Anche perchè altrimenti si rischiava di essere un po’ fuori dal tempo.

Però, correggimi se sbaglio, nel cantautorato c’è sì lo storytelling e la narrazione ma sempre come traccia, mentre tu proprio racconti. Quasi fai cronaca.

Perché tutte le mie storie sono storie vere. Io non voglio ispirarmi, ma raccontare in maniera molto precisa. C’è un lavoro assurdo di ricerca dietro. Le storie sono fedeli all’originale. L’elemento creativo è nel rap.

Come hai scelto le storie?

Quelle realmente meno conosciute e più belle o più assurde. E poi io sono un fan degli underdog. Ma diversamente dagli americani dove l’underdog poi vince… i miei alla fine perdono. Con dignità però. Ma ci tengo a dire che non sfocia nella deriva emo… Ma più tipo il Ryan Gosling di Come un tuono.

Tipo Simone Pianetti, protagonista del primo singolo…

Ma si ma quella è una storia incredibile che non ha avuto lo spazio che merita. Se la sentisse Tarantino ci farebbe subito un film. La cosa assurda è che noi in Italia abbiamo un potenziale narrativo incredibile, ma ci mancano un po’ i mezzi un po’ la voglia, forse. A noi piacerebbe farla diventare, non dico una serie ma un corto si.

Sento un po’ di incomprensione qui…

Ti dico chiaramente che in America un prodotto come questo spaccherebbe. Certo ci son diversi numeri, diverso pubblico, ma là vanno cose assurde tipo il country rap… cose che qui sono impensabili. Anche in America sarebbe un lavoro pazzo, come dici tu, ma avrebbe una cifra di seguito. Ho letto di recente un’intervista in cui Guè dice che noi qui paghiamo ancora lo scotto che il pubblico non ha mai sviluppato una cultura rap. E ha ragione.

Può essere che questo tuo disco abbia potenzialmente più interesse fuori dal rap?

Sicuramente può piacere a chi interessa la storia più del flow. Mi ha anche un po’ mandato in para questa cosa. Anche live io non me lo immagino nel contesto classico della jam hip hop, infatti propongo due show: uno più acustico e uno più hip hop col dj. Il problema è riuscire ad essere accettato fuori, schivando i pregiudizi. E il rischio è di non essere riconosciuto da nessuno dei due mondi. Ma chissenefrega a me interessa solo che la cosa arrivi a chi la sappia e possa apprezzare. E alla fine è un po’ quello che ha sempre caratterizzato la mia musica. Quando il discorso Dogo Gang era importante forse avevo una collocazione precisa, ma comunque son sempre stato un po’ un anomalo.

Adesso forse hai raggiunto l’apice!

Ma son convinto che al mio pubblico piacerà.

Scusami, pensavo a una cosa divertente… anche il tuo nome d’arte è una storia in realtà!

Sì, davvero. Ted Bee arriva da Ted Bundy. Pensa che nasce casualmente un giorno quando avevo 16 anni leggendo un’intervista a Eduard Bunker di cui ero fan accanito. Alla domanda sulla sua posizione sulla pena di morte rispose: “Io chiaramente sono contro, la darei solo a Ted Bundy”, io manco sapevo chi fosse ma ho pensato “beh deve essere proprio il più cattivo di tutti questo!”.  Poi col tempo però ho scoperto chi fosse e, anche parlando con Guè ad esempio, si è deciso di ammorbidire un po’ il nome perchè avrebbe potuto creare delle ambiguità. 

Però un po’ il nome è rimasto…

Sì pensa che in realtà sono stato Ted Bundy solo in Molotov Cocktail e al Tecniche Perfette… ma per molti sono ancora così.

Senti, hai citato Guè e i Dogo, allora vorrei chiederti: cosa rimane oggi della Dogo Gang e cosa rimane in te e nel tuo lavoro?

Per tutti secondo me rimane la consapevolezza che magari tra 10 anni ci faranno un documentario, tipo quelli sui pionieri. Milano, il Berlin, il linguaggio….

Tutti gli artisti che intervistiamo ci dicono che sono figli della Dogo Gang.

L’idea di crew che noi abbiamo importato, non solo dall’America ma anche dalla Germania.

E a te cosa rimane?

Rimane vita. Un periodo incredibile. Musicalmente mi rimane che ho avuto la possibilità di lavorare a stretto contatto con i migliori nel loro periodo di massima fase creativa. Quel periodo per il rap è stato il Rinascimento: quando Michelangelo, Leonardo e Donatello stavano insieme e si influenzavano a vicenda. Oltre a una competizione sana, orientata non a fare soldi (era impensabile allora), ma a spaccare. E questa roba si è persa.

Senti, parlando di passato… tu sei stato protagonista anche di un altro avvenimento incredibile: hai fatto la reunion degli Articolo 31 prima degli Articolo 31! (mi riferisco al remake di “Così mi tieni” uscito a 20 anni dall’uscita di Così com’è e che ha visto la partecipazione nel video sia di Ax che di Jad, in un periodo che non è che proprio si amassero…)

Sì! Son contento che l’hai tirata fuori. Sono orgogliosissimo. Essendo che ero amico sia di Ax che di Jad gli ho chiesto se volevano partecipare al video del brano e, benchè non compaiono insieme ovviamente, mi hanno dato veramente tutta la disponibilità possibile. Questo è stato un segno di grande rispetto nei miei confronti evidentemente e la cosa mi ha fatto oltremodo piacere.

Poi, con tutto il rispetto, Cosi mi tieni pezzone. Io sono fan di tutti i BSide degli articolo 31….

All’epoca il concetto “concerto/reunion Articolo 31” era impossibile da pensare. E per me, gli anni 90 del rap, sono gli Articolo 31.

Senti vorrei chiudere con un clash cinematografico… tu nella vita fai il recruiter per un’importante multinazionale, quindi vorrei fare un gioco con te: oggi rappano tutti, a me arrivano decine di comunicati al giorno, e ti chiedo: come faccio a distinguere uno figo nella massa? Cosa dovrei guardare? Ma, soprattutto, cosa dovrebbe fare lui per distinguersi ed essere assunto?

Oggi, ma d’altronde anche ieri, si distingue chi porta una proposta realmente nuova. E non parlo solo di musica, ma anche di estetica. Non basta avere molte esperienza ma bisogna anche saperla raccontare e scrivere… ecco dico NO al curriculum europeo! Io poi sono sempre convinto che alla fine resta chi fa musica. Altrimenti finisci in questa lavatrice che ti risucchia. Se mi arriva il CV di Sfera Ebbasta a me può piacere o non piacere, ma è un trend setter e non posso ignorarlo. Perchè dopo di lui me ne arrivano 10 che cercano di emularlo. Questo è sempre successo. Forse possiamo dire che qualche anno fa, per rimanere nel parallelismo HR, contavano più le hard skills come metrica, flow, rime, oggi più forse le soft come sapersi proporre, l’immagine, social network, pr… Perché oggi fa successo anche chi fa schifo. Dobbiamo dirlo.

La cultura non è mai abbastanza, il nostro Prof e Ted Bee in libreria...
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