Oggi incontriamo Michael The Skillerz, artista bresciano che si appresta a pubblicare il suo quarto album solista dal titolo “Barsminator” previsto per settembre in collaborazione con la storica etichetta Vibrarecords.
In questa chiacchierata ci concentriamo però maggiormente sui progetti passati infatti nel corso di questo stesso anno (febbraio 2025) Michael ha pubblicato un altro album dal titolo “Aeternum” che ci ha profondamente stupito per la complessità dei testi e il significato profondo di ogni brano, una componente che è sempre più difficile trovare all’interno del panorama rap italiano. Insomma lui è il rapper che dovete ascoltare se pensate che i contenuti siano un problema dell’hip hop nostrano.
Prima di intraprendere la carriera solista Michael The Skillerz ha fatto anche parte della Hero Crew insieme ad altri esponenti della scena bresciana e con la quale ha pubblicato diversi progetti sotto forma di mixtape.

Ma andiamo per gradi, ciao Michael prima di tutto vorrei chiederti come mai hai avuto un lungo periodo di pausa nel tuo percorso, precisamente dal 2013 al 2023. Cosa è successo in quegli anni?
Nel 2013 c’è stata la concomitanza di più fattori che mi hanno fatto dubitare del fatto che fossi sulla giusta strada, in primis, la mia prima crew si era appena sciolta, io e gli altri ragazzi affrontavamo fasi diverse delle vita e questo ci ha portato ad allontanarci un po. In secondo luogo, essendo che noi vivevamo e viviamo tutt’ora in provincia, non esisteva una realtà a cui appoggiarsi, a parte noi nessuno proponeva musica rap, il ragazzo che ci faceva registrare i brani si sarebbe trasferito in America per lavoro ed avrebbe momentaneamente chiuso l’unico studio di registrazione che c’era in tutta la zona, non avevamo un produttore che ci producesse, eravamo stanchi di prendere i type beat da Youtube, ci siamo trovati un pò in quella situazione dove o fai il salto, ti sposti e provi a vedere se riesci a passare allo step successivo, puntando tutto sulla musica, oppure decidi di lasciare perdere, forse eravamo ancora troppo giovani ed acerbi per la prima opzione.
La cosa che ci ha fatto desistere di più però era il fatto che in quegli anni il sound stava cambiando, stava venendo fuori la trap che non ci rispecchiava affatto, stavano migrando anche i valori dell’hip hop stesso, dalla rivalsa sociale e la voglia di far sentire la propria voce, al dovere flexare una vita finta a tutti i costi, allo sfarzo, al denaro.
Ho avuto paura di farmi inglobare in un movimento che non vedevo più mio ed ho sentito il bisogno di staccare per trovare la mia identità artistica, sentivo il bisogno di fare le cose con più consapevolezza. Di certo l’idea non era di fermarsi per 10 anni, ma poi tra lavoro, famiglia, casa, figli e altre varie cose alla fine è andata così.
Cosa è cambiato dal punto di vista artistico dalle pubblicazioni con la Hero Crew rispetto ai tuoi progetti solisti?
Artisticamente ti direi che è cambiato tutto, l’unica cosa che è rimasta uguale è la fotta, quella è la stessa di quando avevamo 18 anni. Ma di fatto con la Hero Crew quando abbiamo cominciato eravamo un sedicenne e due quattordicenni che si erano innamorati dell’hiphop e hanno inseguito il sogno di poterlo fare, quando ci siamo sciolti io ne avevo 22 e gli altri 20, eravamo ancora dei giovani sbandati con tantissima voglia di fare, ma che di fatto non avevano un idea precisa di dove andare. Ai tempi si trovava un beat figo, si scriveva a braccio, quello che veniva veniva e si buttava fuori. Adesso c’è dietro uno studio molto più articolato, a partire dai testi, per arrivare alle produzioni fino ad avere il disco finito. Cerco di curare ogni dettaglio, sto magari settimane su un testo se non mi convince, in generale credo di avere trovato la mia identità e lavoro per poterla esprimere nel modo più chiaro possibile.
Com’è avvenuto l’incontro con Vibrarecords e la decisione di lavorare insieme?
E’ stata una cosa totalmente casuale e fortuita come quasi tutte le cose belle che capitano nella vita. Io ho la grandissima fortuna di avere un cognato, tale Alberto Mancini, che colgo anche l’occasione per ringraziare e salutare, che è stato di fatto il primo che abbia fatto le foto ai concerti rap, ora lui è fotografo di professione, ai tempo era solo un hobby, ma quando la scena italiana del rap si stava formando lui era sempre in giro con loro a fare le foto. Ti basti pensare che le foto della copertina di 60HZ escono dalla sua macchina fotografica. Conosce veramente tutti avendoli fotografati più di una volta. Io e lui ci siamo conosciuti entrambi in etá adulta totalmente inconsapevoli dei nostri trascorsi passati. Avendo lui qualche annetto più di me ed essendo una persona molto lucida di cui mi fido ciecamente e, soprattutto, avendo una visione della vita che su molte cose è diversa dalla mia, mi capita spesso di confrontarmi con lui o di chiedere consiglio ed un giorno veniamo sull’argomento della musica, mi racconta tutte queste storie e questi aneddoti assurdi, io gli dico che ho ripreso a fare musica, gli racconto di come i Sanobusiness siano stati il mio imprinting pesante nell’adolescenza e di fatto siano stati loro a farmi innamorare dell’hip hop, strappando una promessa ad Albi che se ci sarebbe stata occasione me li avrebbe presentati.
Fortunatamente un annetto e qualcosa dopo si è presentata l’occasione, Zesh è venuto a portare Vanagloria live al Carmentown e si è colta l’occasione per fare una cena pre concerto con tutta la vecchia compagnia di Brescia e Verona. Alberto mi imbuca a questa cena e io mi trovo seduto di fronte a Zeta tutta la sera, con un bel pò di timore reverenziale, giunti al dolce trovo il coraggio per dargli due copie dei miei primi due dischi e per farmi conoscere. Da quella sera passa ancora un anno, io arrivo con Barsminator praticamente pronto, e dopo una pessima esperienza con Aeternum in un altra etichetta, mi ritrovo col contratto scaduto e con un disco in mano. Decido di scrivere a Zeta, lui ascolta il disco, gli piace ed eccoci qui.
E’ molto chiaro ascoltando la tua musica che i testi ricoprono una parte importantissima, qual è la preparazione per arrivare ad avere una scrittura di questo livello? Leggi molto, guardi film… da dove prendi l’ispirazione?
Partiamo dal presupposto che, se dovessi avere una scala di valori, per quanto riguarda gli elementi che compongono una canzone rap, il testo per me rimane sempre e comunque la cosa più importante. Il mio percorso creativo parte sempre dalla penna e il foglio, tante volte scrivo sul sequencer e il beat lo faccio produrre solo dopo avere il testo a seconda delle vibes che mi trasmette, infatti i miei producer diventano matti poveri loro. Comunque cerco di farmi ispirare un pò da tutto quello che mi affascina, rimango curioso rispetto a tutte le notizie che mi circondano, quando trovo qualcosa che mi affascina particolarmente allora vado ad approfondire quel che basta da riuscire a convertire quell’argomento in un qualcosa di cui posso scrivere. Sicuramente leggere aiuta tantissimo perché ti fornisce tantissimi spunti, così come il cinema, i videogiochi, l’arte, ma anche la storia, la mitologia e le religioni antiche sono praticamente degli universi sconfinati di spunti, storie e riflessioni su cui scrivere, l’importante è rimanere curiosi nei confronti degli stimoli esterni e cercare di imparare più possibile, quando uno ha la curiosità di sapere, la ricerca viene poi di conseguenza.
Con quale rapper (o producer) italiano ti piacerebbe collaborare? C’è qualcuno con cui credi ci possa essere un affinità artistica?
Se dovessi guardare al mio gusto personale e alla storia, puntando molto in alto direi che come produttori mi piacerebbero da morire Shocca e Busdeez, hanno proprio quel suono che mi fa vibrare dentro, ma come loro anche Zeta o Dj Fede o perché no un Ford78 o un Dj Craim.
In generale mi piace quel suono li, autoriale ma legato al boom bap, i rullanti ciccioni e i bassi che quando suonano ti spostano il vestito. Devo dire però che mi piace moltissimo collaborare anche con gli emergenti, perché spesso ce ne sono alcuni che sono degli sconosciuti ma ti tirano fuori delle chicce che sono clamorose, come il mio amico Qowo o il mio producer Veez che per me è uno dei più forti in Italia. Stesso discorso per quanto riguarda gli emcees, dovessi puntare in alto anche qui ti direi il Danno, Kaos o Turi, ma in generale mi piacerebbe collaborare con tutte le grandi penne dell’hip hop come Claver, Lanz Kahn, Zampa, Rancore, Murubutu e via dicendo, potrei avere una buona affinità con tutti quegli artisti che come me fanno del testo e della scrittura il loro punto di forza, tolto restando che anche qui, tra gli emergenti ci sono delle penne fortissime con cui mi piacerebbe altrettanto collaborare come Los Migol, William Pascal, Personal, Pirahh e tutti gli altri ragazzi con cui collaboro già che meriterebbero molto più pubblico come CAPA, Zecron e Diego Drama.
Tutte le copertine dei tuoi lavori sono curate dall’artista Octofly, spiegaci perché hai scelto lei per rappresentare graficamente i tuoi progetti.
Sia io che Silvia (Octofly) veniamo da un posto chiamato Vallecamonica, nelle provincia di Brescia estremamente a Nord. Io sono convintissimo che qui ci siano degli artisti di enorme talento in tantissimi ambiti, il problema è che si fa un estrema fatica ad emergere da una realtà come quella della valle, perché soprattutto siamo in pochi, proprio a livello numerico, in una vallata lunga quasi 100km non siamo 120000 abitanti, una densità demografica quasi 10 volte inferiore a Milano per intenderci, inoltre anche la mentalità delle persone è quella dei classici paesini di montagna, ancora molto chiusa su certi aspetti, l’età media inoltre, non gioca a favore nostro perché rimane parecchio elevata, specialmente in determinate zone.
I locali non investono su musica e cultura, le associazioni tantomeno, l’unico modo che abbiamo per superare questo empasse è fare quadrato tra noi artisti e supportarci a vicenda il più possibile, specialmente noi che abbiamo qualche annetto in più e che siamo riusciti ad uscire, anche se solo leggermente, dalla realtà della valle, a parere mio abbiamo un po il dovere di coinvolgere i nostri conterranei, specialmente quelli più giovani, per creare un movimento camuno dove l’arte in generale può prosperare.
Detto questo Silvia è sicuramente uno dei talenti più grandi che c’è in valle, secondo me in quello che fa è forte anche a livello nazionale, quindi per me è doppiamente un piacere lavorare con lei. Noi camuni siamo usciti tardi ma siamo pronti a farci conoscere e a dimostrare il nostro valore, Silvia lo sta già facendo, come la Art Of Sool o altre realtà che sono uscite negli anni recenti, collaborare tra di noi è l’unico modo per potere progredire a livello di collettività e non solo a livello di singoli.

Hai pubblicato “Aeternum” a febbraio e sei già pronto a pubblicare il nuovo album a settembre. Perché la scelta di pubblicare due album nello stesso anno?
I due album sono stati scritti e registrati in contemporanea, sono entrambi frutto dello stesso momento creativo ed inizialmente dovevano essere un album unico; sono esattamente due facce della stessa medaglia. A lavori quasi ultimati mi sono reso conto che trattando lo stesso argomento, che è poi il mio rapporto con la musica e con la vita, avevo delle canzoni con un mood super intimistico e personale e delle altre canzoni invece molto più buttate sul sarcastico, sulla rabbia, liricamente parlando, e con un utilizzo molto massiccio delle punchline. Quello che ho fatto è stato solo dividere le canzoni a seconda del mood e creare delle connessioni tra una canzone e l’altra in modo da avere un fil rouge che ti accompagnasse dalla traccia 1 alla traccia finale.
A proposito di “Aeternum” andiamo ad analizzare qualche pezzo di questo album che visti gli argomenti trattati credo sia molto importante per te. In diversi pezzi fai riferimento alla mitologia greca creando un analogia con la tua vita (e quella di tutti noi). Parlaci ad esempio del brano “Castore e Polluce”
Castore e polluce, in modo molto metaforico è una canzone che parla dell’amore per la musica, di un amore a metà tra l’amore tragico, come può essere quello per una donna che non ti corrisponde e quell’amore fraterno, quello che puoi avere per grande un amico. La musica è un po così, tu la ami incondizionatamente ma lei non sempre ti corrisponde, a volte non ricambia, a volte va per conto suo come se fosse un entità separata, a se stante. In ogni modo tu che la fai, ti senti comunque pronto a seguirla e a darle tutto, indipendentemente dal risultato. La storie di Castore e Polluce mi sembrava che avesse molte analogie con questa riflessione. In Breve Castore e Polluce, due eroi della mitologia Greca, entrambi gemelli figli di Leda, ma uno, Polluce, figlio anche di Zeus e quindi in quanto figlio del Dio, immortale tra gli uomini. I due divennero ben presto inseparabili, abilissimi combattenti, si resero partecipi di numerose gesta in battaglia. Quando durante l’ennesimo scontro, Castore viene ferito mortalmente, Polluce invoca suo padre Zeus e lo implora , pur di non separarsi dal suo amato fratello, di annullare la sua immortalità e di accompagnarlo nella morte. Zeus concesse loro di vivere e morire un giorno per ciascuno trasformati nella costellazione dei Gemelli. Infatti, nella costellazione, una delle stelle principali si nasconde sotto l’orizzonte quando appare l’altra, ricordando permanentemente il destino che unisce i due fratelli. Io con la mia musica mi sento un po così, quando sorgo io tramonta lei e viceversa, ma sarei disposto a morire per lei.
Un altro testo molto interessante è quello di “La colpa” in cui affermi che l’unica tua colpa “è quella di essere nato qui”. Cosa intendi?
La Colpa invece è una canzone che parla delle disuguaglianze nel mondo, della guerra, della miseria. Oggi specialmente troppo spesso si sente parlare di ingiustizia e disuguaglianza. Troppo spesso si sente parlare di guerra e di carestie. Troppo spesso si sente parlare di morte e povertà. Sembra che al giorno d’oggi la vita umana non abbia più alcun valore. Eppure noi viviamo le nostre vite, con tutte le difficoltà del caso, ma comunque in maniera dignitosa. Mi viene da chiedermi qual è la discriminante? Cos’è che fa la differenza tra una vita dignitosa ed una vita di stenti e difficoltà? È forse abbastanza, nascere in un luogo piuttosto che in un altro? Di un colore piuttosto che di un altro? Nascere da qualche parte del mondo rispetto ad un altra può essere considerata una colpa?! Può un bambino, portare le colpe di governi e capi di stato, solo per il fatto di essere venuto al mondo? Prendiamo per esempio quello che sta succedendo in Palestina proprio in questo momento, la canzone è scritta come se l’artista che parla, fosse proprio un bambino palestinese, che chiede a noi, al pubblico che ascolta, qual è la sua colpa, se è davvero giusto che gli stia succedendo quello che sta vivendo e per quale motivo a lui sta succedendo tutto quello. Oggi gli interessi e il profitto contano più della vita stessa, la speranza è che con questa canzone riesca a smuovere qualche coscienza.
Il mio pezzo preferito dell’album è “Penelope” (tornando alla mitologia greca) spiegaci il testo di questo pezzo.
Innanzitutto questo pezzo me l’ha prodotto mio fratello Lord Madness, che tutti conosciamo per le sue doti da rapper ma che anche come produttore può dire la sua.
Anche questo pezzo, parla del rapporto tra artista ed arte, che poi, a parte per i pezzi più concettuali come La Colpa, Black Velvet o Ammit, è l’argomento che lega tutto il disco. Parla di me e del mio percorso, di come siano passati quasi 18 anni da quando ho registrato la mia prima canzone eppure mi ritrovo ancora con in mano niente, quindi mi sveglierò domani cercando ancora di costruire qualcosa, per poi risvegliarmi dopodomani e ricominciare tutto da capo, proprio come faceva Penelope con la sua tela, di giorno la cuciva, di notte la disfaceva e il giorno dopo era ancora punto e a capo. Seguirò il mio percorso fino quando riuscirò a vedere la mia tela finita, si spera.
Non mancano anche i riferimenti alla cultura orientale, come nei pezzi “Shoganai” e “Ikigai”, spiegaci come sono nati e cosa vuoi comunicare con questi due pezzi.
La cultura orientale è una delle cose che mi ha sempre attirato di più in assoluto, una cosa interessantissima è come riescano usando una singola parola semplice a descrivere uno stato d’animo in modo articolato. Ad esempio per i Giapponesi Ikigai significa “quella forza che ti fa alzare dal letto la mattina” “la tua ragione di vita“, “la cosa che ti rende felice”
Mentre Shoganai significa “accetta quello che non puoi cambiare“, “non puoi fare nulla in merito” e le canzoni rispettivamente parlano esattamente di questo, Ikigai parla di come la musica sia una forza abbastanza potente da essere la nostra Ikigai e Shoganai, sempre in relazione alla musica, parla di come le cose succedono, di prenderle come vengono e lasciare andare tutto quello che non è una conseguenza diretta di ciò che fai.
Durante tutto l’album si avverte, correggimi se sbaglio, un senso di insoddisfazione e di insofferenza che vuoi trasmettere attraverso i tuoi pezzi. Raccontaci questo stato d’animo…
Io credo che dentro di me convivano due anime diverse, una, molto intimistica, che mi porta sempre a riflettere su me stesso, sul mio modo di essere, che mi porta ad analizzare tutto o peggio, a psicanalizzare tutto, cercando risposte che spesso nemmeno io stesso riesco a darmi, ed un altra, figlia molto più della mia impulsività, della mia voglia di ribellione, di dare fastidio, di cambiare le cose, di urlare al mondo quello che è io mio pensiero. In Aeternum sicuramente ha prevalso la prima, la mia anima da “momento no”, quando ti senti un pò sopraffatto da tutto e hai bisogno di sederti a parlare con te stesso per ritrovare la bussola. L’insofferenza e l’insoddisfazione sono due emozioni con cui faccio i conti spesso, talvolta perché penso di meritare di più, talvolta perché mi sento in colpa per non avere fatto abbastanza o perché avrei potuto fare le cose in modo diverso, in questo disco mi metto a nudo, accetto i miei difetti, le mie carenze e le mie debolezze e forse così facendo riesco a trovare il modo per andare oltre. A settembre con Barsminator lasciamo spazio alla seconda anima e vediamo quale delle due prenderà il sopravvento in futuro.

