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Intervista a Maury B: “L’hip hop è rap, beats e skills. No bullshit”

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Dopo 10 anni dal suo ultimo progetto Maury B ha pubblicato a settembre 2023 il nuovo album “The Legacy“, un omaggio alla cultura hip hop della quale il rapper torinese incarna in pieno lo spirito.

In questa intervista Maury ci parla del suo percorso, sicuramente non facile e fatto di alti e bassi. Dal periodo con i Gatekeepaz fino a questo ultimo album realizzato dopo non poche difficoltà, esperienze che a volte l’hanno portato anche a stare lontano dalla musica, come ci dice lui stesso. Iniziamo il discorso proprio dalla pubblicazione di “The Legacy” che è avvenuta grazie alla collaborazione con un altra realtà storica del rap italiano: Vibrarecords.

Anche tu come Zampa hai deciso di pubblicare il tuo album con Vibrarecords, come è nata questa collaborazione, perchè hai scelto proprio questa realtà per il tuo ritorno?

Allora, la scelta di Vibrarecords è stata quasi un caso ma probabilmente il destino voleva così perché alla fine si è rivelata la scelta migliore, nel senso che abbiamo fatto ascoltare il master a diverse realtà discografiche comprese alcune Major ma in definitiva l’unica offerta attendibile è stata la loro anche se come primo contatto e punto di passaggio c’è stato l’interesse di Stefano Tasciotti manager di Believe Music Italia, che ha apprezzato il disco e ci ha proposto di appoggiarci appunto a Vibra anche per la questione stampa fisica in vinile quindi si è fatto questo percorso assieme.
E noi dell’hip hop, come sappiamo bene tutti, quando sentiamo la magica parola “vinile” ci si illuminano gli occhi non capiamo più un cazzo e diciamo solo SI VA BENE OK, dove devo firmare??

Rispetto a tanti dischi “solo” rap, “The Legacy” è chiaramente un disco hip hop, parlaci del tuo amore per questa cultura e quali sono gli aspetti che ti hanno spinto a seguirla in tutti questi anni.

Seguo l’HH praticamente da tutta la vita, da quando avevo circa 16/17 anni e anche se ho passato moltissimi anni fuori dalla scena musicale del Rap senza uscire con prodotti l’ho sempre seguita perché mi ci identifico, mi piace, mi ci rivedo, è una roba mia, mi rappresenta e a mio modo cerco di rappresentarlo. È molto semplice io seguo l’Hip Hop perché lo sono.

Quanto ti ha aiutato lavorare a questo disco per “curare” i problemi personali? In generale pensi che con la musica si possano risolvere cose ben più gravi?

Sicuramente l’HH ha insegnato proprio questo un po’ a tutto il mondo e cioè a reagire alle negatività, alle difficoltà che la vita ti presenta trasformando quella rabbia, quella spinta, quella passione, quella cazzimma per creare qualcosa di positivo, di utile a qualcuno, che serva a qualcosa, quindi ovviamente anche per me personalmente è stato così e chi mi conosce sa benissimo quali problemi e quali e quante difficoltà ho visto e vissuto in questa vita. La droga, la reclusione, gli anni davvero buttati, lontano da tutti, lontano dalla musica, lontano da ogni forma di vita normale, lontano da ogni forma di vita logica.
Senza poi piangersi addosso oggi certo, ma sicuramente quegli anni davvero sprecati, buttati nel degrado umano, non te li ridarà più nessuno e non torneranno.

Nel disco parli appunto anche della dipendenza dalla droga (e altre sostanze), cosa ti sentiresti di comunicare ai giovani per stare lontani da questo tipo di problemi?

Guarda in questi casi qualunque consiglio potrebbe essere inutile anche perché se dicessi le classiche frasi che ci sentivamo dire dai più grandi del tipo, “non fare troppo il coglione che quella roba alla lunga ti distrugge, pensa ad istruirti, vai a scuola, studia, pensa ai soldi e alle cose serie” e appunto se dicessi queste cose mi sentirei un vecchio cagacazzo, partendo dal presupposto che sono cose vere. In fin dei conti all’epoca in cui io ero ragazzino e le sentivo, mi dava fastidio, ma adesso posso dire che avevano solo ragione. Era vero io ci ho perso davvero metà della mia vita dietro quella merda. Is not good.

Tu sei stato un grande protagonista della scena anni 90, quali sono le differenze principali che noti rispetto al periodo attuale?

Ma ti dico sostanzialmente la grande differenza da ieri ad oggi è sicuramente il fatto che a quei tempi, in quegli anni, quel tipo di movimento HH era solo ed esclusivamente vissuto da chi era presente fisicamente agli eventi ai concerti alle jam non essendoci ancora Internet. Lo si seguiva esclusivamente di persona e quindi se ne captava la vera vibe, la vera essenza, perché ne era parte, quella roba che quel ragazzino seguiva era anche lui in prima persona, non so se mi capisci, che poi ti dico da raccontare è anche complesso ad oggi. Giuro che potrei benissimo scriverci un libro il che sarebbe più attendibile della maggior parte di quelli che ne scrivono oggi sul tema, semplicemente per questo, perché NOI C’ERAVAMO e quindi appunto quella cosa vivendola in prima persona non potevi fraintenderla, non potevi avere alcun dubbio su ciò che fosse perché facendone parte ne eri parte davvero anche tu.
Fino a dire che quasi all’epoca chi rappresentava l’HH ci si conosceva quasi tutti di persona ed era una roba più ristretta di oggi anche se era già una roba nazionale, ad esempio noi conoscevamo che ne so i writers forti di Firenze o i breakers di La Spezia o i Rappers di Bologna Milano Roma perché sapevamo che spaccavano e rappresentavano allo stesso modo in cui loro vedevano noi di Torino.
Era un movimento come dire, più controllato e sotto controllo anche se pare brutto dirlo perché suona male, però aveva delle regole da rispettare che poi detto semplicemente ti faccio un esempio pratico, se salivi sul palco e prendevi il microfono dopo che aveva rappato qualcuno di bravo o un gruppo già forte e famoso in occasione che ne so di un open mic dopo i live, se valevi qualcosa e portavi le tue skills eri ben accetto e amico di tutti dopo due secondi, certo ma se ti buttavi allo sbaraglio pensando pure di essere il più forte quando in realtà eri uno scarso addirittura convinto e sbruffone di essere superiore agli altri o mancando di rispetto al dj, apriti cielo, ti assicuro che se ti andava bene nessuno ti cagava e finiva li ma credimi che ho visto gente per questi motivi prendersi le sediate sulla testa di fronte a me, perché arrivava maleducato presuntuoso al microfono in dei contesti dove davvero non poteva permetterselo doveva solo stare zitto ed imparare e aspettare il suo turno, lavorare sulle skills e riproporsi. E non dico neanche che sia stato giusto o sbagliato perché non sono un’avvocato, dico che semplicemente era così. Nel bene come nel male. Ma la Cultura ti assicuro che esisteva. Quindi appunto c’era un rispetto assurdo quasi rigoroso, soprattutto per quelli più grandi che noi li vedevamo come capi di questa cosa e spesso e volentieri non si discuteva perché quasi sicuramente avevano ragione su sta cosa dell’Hip Hop. Punto e basta io seguivo stavo zitto e imparavo. Senza farmi troppe domande. Questa è stata la nostra scuola, the school of hard knocks.
Non c’era internet era tutto e solo LIVE IN DIRECT.
O un’altro esempio se andavi in una città e c’era qualcuno di forte a rappare ti ci dovevi confrontare spesso perché erano in ballo le skills e la reputazione, tua come della città che rappresentavi. Quindi si accendevano Battle improvvise alle jam o dopo i concerti perché magari un rapper ti stava sul cazzo e lo sfidavi per confrontartici. Non era sicuramente quella roba che è oggi. Che ognuno da uno studio, da una tastiera di un telefono si sente autorizzato a dirti la qualunque. Una volta spesso i conti si regolavano di persona. Faccia a faccia. Come ho visto anche belle faide tra writers per questioni di tag treni muri crossati o anche solo concezione di stile diverso. Era come una giungla per dire dove le regole le facevamo noi, non l’etichetta discografica, il manager, il promoter o la security. E ripeto non sto qui a dire io se fosse giusto o sbagliato perché io per giudicare non sono nessuno, so solo che era così. Era un movimento pacifista e pacifico ci mancherebbe, sempre Peace Unity Love and having fun , ma se qualcuno mancava di rispetto erano davvero cazzi suoi. Non dico che condivido questo tipo di comportamento ne sono solo portavoce in questo caso.

Il tuo nome è legato indissolubilmente a quello della crew Gatekeepaz, parlaci di quell’esperienza, di cosa ti ha lasciato e come è finita…

Gatekeepaz è stato forse uno degli ultimi grandi gruppi dell’Hip Hop italiano nel senso che eravamo davvero tante teste, tante persone messe assieme di cui oggi non se ne vedono davvero più perché la roba è molto più individuale se non quasi egocentrica.
Io ho dei bellissimi ricordi ovviamente, i dischi fatti, i concerti, le città viste assieme, le persone conosciute, le esperienze, gli studi, la Sardegna la Svizzera, Il Salento. È stato tutto bellissimo. Giuro lo auguro a tutti.
Non è neanche finita male in fin dei conti semplicemente siamo cresciuti e ognuno ha preso poi la propria strada, una strada diversa, ci sta è giusto, è logico. Ma ti posso dire che ancora oggi quando ci si vede anche per caso c’è sempre il sorriso e il cuore felice.

Sono passati dieci anni dal tuo ultimo album (Book of Rhymes), cosa è successo in questo lungo periodo? Dal punto di vista professionale ti senti maturato?

Se dovessi raccontare tutto ciò che è successo in questi lunghissimi dieci anni probabilmente ci metterei almeno dieci settimane perché sicuramente sono stati anni molto intensi e problematici. È stato tutto un po’ un delirio e quasi non saprei neanche da che parte iniziare, A volte sembra quasi come quegli anni li abbia vissuti un’altra persona che non sono io e non so bene come e perché ma oggi mi ritrovo ancora qui in queste vesti.
Ma non mi sembra sicuramente neanche il luogo adatto per scendere nei particolari senza scendere nel trash becero, piuttosto guardiamoci “Trainspotting” o “Paura e delirio a Las Vegas”, facciamoci una risata pensando che siano solo film tragicomici quando in realtà per qualcuno per certi versi e in certi periodi della vita può diventare simile alla realtà.
Ma per farla breve dopo il disco ho iniziato a girare l’Italia per concerti, guadagnare anche bei soldini perché no, ma purtroppo spesi subito davvero male ossia in cose distruttive, che non mi hanno portato a nulla di buono anzi mi hanno portato a fermare di nuovo anche la mia carriera musicale oltre la vita in generale.
Quindi fuck that! Anyway…

Come vedi la situazione attuale della cultura hip hop e della musica rap in particolare? Ci sono degli artisti al momento che ti piacciono e che secondo te stanno portando avanti i valori della cultura della doppia H?

Mah guarda parlare di Hip Hop e giovani oggi non è semplice perché in un’epoca dove i valori in generale si sono un po’ andati a perdere bisogna dire che qualcuno che nella realtà si avvicina a quel mood per fortuna c’è, che ne so un Geolier sicuramente incarna abbastanza lo spirito originale del Rap, se pur è anche vero anche che ha fatto molta roba mainstrem certo, ma a ciò bisogna aggiungere che anche Jay Z è un rapper mainstrem e non gli si può certo dire che non rappresenti l’HH (anche se fare un parallelo di questo tipo è abbastanza spropositato) ma per farti capire l’esempio, come anche un Paky sembra uno real e non si può dire che non rappresenti il messaggio originale del Rap, la strada, lo stile, i soldi, le donne, l’onore il rispetto la fedeltà le skills e via dicendo, come nel movimento più underground ma allo stesso modo può esserlo Armani Doc o Rollz Rois che ne so’, allo stesso identico modo ma su due piani diversi.

So che ti sta molto a cuore la distinzione tra il mondo underground e quello mainstream, puoi dirci qual’è la tua visione a riguardo?

Partiamo dal presupposto che l’underground è un’estetica, ma in molti casi (come in questo della musica ad esempio) si traduce anche in numeri quindi cosa significa? Che sopra i 20k followers o ascoltatori non sei più “Underground”? Sei appunto mainstrem? Ma se gente come Egreen, Colle del Fomento, Kaos, Inoki o Ensi e Nerone per dirne giusto alcuni che piacciono anche a me in prima persona hanno comunque numeri alti però come vedi rappresentano l’estetica dell’underground sia come immagine che come comunicazione nel Rap, il confine è davvero sottile adesso anzi forse inesistente, se poi si pensa a cosa hanno combinato Bassi e Guè in Madreperla, i quali hanno cacciato fuori dei pezzi che appartengono al mercato mainstrem al 100% perché hanno numeri stratosferici con etichetta Major però hanno rispettato l’estetica Hip Hop. Questo bisogna ammetterlo molto umilmente da parte di tutti noi, è innegabile, come ho per altro provato a fare io nel mio piccolo nel 2020 uscendo con Guerra Fredda il singolo prodotto da Dj Shocca in esclusiva per Real Talk in cui ho provato a proporre questo boom bap 2.0. ossia fatto come all’epoca ma collocato ai giorni nostri, concepito e strutturato come negli anni 90 ma con la dialettica e la comunicazione adatta al 2020, quindi ancora fresco ed ascoltabile. E mi sembra che questo esperimento non sia poi venuto male anzi mi verrebbe quasi da dire che molto probabilmente è come se avessi contributo anche io a sbloccare questa nuova wave di Rap Classico in cui ci troviamo oggi. Ossia di nuovo un discorso di un’Hip Hop vero, sano, che suoni fresco ma che rispetti anzi meglio che “rispecchi” anche il passato.
L’epoca in cui l’attenzione era principalmente puntata sul Rap, sui beats, sulle skills. No bullshit.

In fin dei conti
È tutta una questione di Legacy.

Un’abbraccio amici miei.
One love. Maury B

Andrea Bastia
Andrea Bastia
Appassionato di cultura hip hop da ormai troppi anni e writer fallito, dopo qualche esperienza in proprio sul web approda definitivamente su Hano. Si occupa della rubrica dedicata agli artisti emergenti e a quella sui Graffiti.

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