È un bel dilemma quello di trovarsi a metà strada tra il difendere quella che è senza ombra di dubbio la canzone più oscena mai composta da Achille Lauro, e il servizio di quel “tonno” di Valerio Staffelli che ancora va in giro per l’Italia sperando che qualcuno ceda alla comprensibilissima tentazione di tirargli un pugno in bocca.

È una discussione meravigliosa e complessivamente dominata dallo schifo. In questi giorni online e sulla carta stampata si è letto tutto e il contrario di tutto e chi sono io per ritenermi così superiore dal non partecipare nemmeno per un giorno al salotto nazional popolare?

Andiamo con ordine. Il pezzo “Rolls Royce“, a mio non modesto parere, è una merda. No, non è un modo di dire. Mi fa schifo. É una delle cose più assurde che si siano mai ascoltate non solo al Festival ma in qualsiasi competizione canora, inclusa la recita delle medie di Carate Brianza. Testo composto da una snocciolata di gente famosa dalla vita dannata, un paio di referenze a cazzo di cane su quel Sex, Drugs and Rock and Roll in cui ormai non crede più manco Ozzy e via: una litania di oltre 3 minuti e passa a ripetere “Rolls Royce” con la pronuncia British tipica di un macellaio di Torpignattara e l’intonazione di una mano che gratta le unghie contro la lavagna. Bella Achille.

Peccato perché “Ragazzi Madre” è stato uno dei pochi dischi veramente originali usciti in questi ultimi anni. Speravo francamente che la sua carriera prendesse una dimensione diversa e che non ricadesse nel cliché trito e ritrito dell’artista “alternativo” a Sanremo. Eminem e il dito medio alla platea, i Placebo e la chitarra sfasciata, i Queen e lo sfottò al playback… gente di un certo spessore Achille mio, che dici? Tu in fin dei conti per tre quarti d’Italia sei il tipo coi tatuaggi in faccia che ha fatto Pechino Express.

Pazienza, Achille Lauro è un artista pieno di talento e sebbene a questo Festival abbia fatto di tutto per non farlo capire a nessuno, sono sicuro che tornerà presto con qualcosa di forte.

Punto 2. Il caso pasticche. Lungi da me il fare l’esperto sulla droga considerato che non capisco più un cazzo dopo mezza canna, ma davvero siamo stati capaci di fare articoli interi nel tentativo di capire se la canzoneRolls Roycefosse in realtà un tributo ad una pasticca di ecstasy? In un testo che non ha verbi, rime o qualsiasi senso logico, riuscire a trovare un plauso a qualcosa risulta più arduo di trovare Wanda Nara senza il culo di fuori. Secondariamente, esistono pasticche di tutti i tipi, colori e loghi. Da whatsapp, a Instagram, Starbucks, dagli animali alla faccia di Donald Trump… Una varietà così ampia che addirittura Vice qualche tempo fa decise di pubblicare un articolo con le pastiglie di ecstasy più celebri e colorate degli ultimi 20 anni. Quindi se domani dico a una ragazzati mando tutto su whatsapp”, starei subdolamente invitando la poveretta a calarsi una pillola? Boh.

È un caso talmente ridicolo che viene abbastanza difficile non scoppiare a ridere in faccia a quel buontempone di Red Ronnie che si è detto stupito di come “l’inno all’ecstasy di Achille Lauro non sia stato sospeso dal Festival”. Dottore, qualcuno chiami un dottore.

Di tutta la polemica Staffelli vs Achille Lauro, c’è solo una cosa che fa un po’ di tenerezza. Il fatto che Achille non abbia trovato altro da rispondere che quel timido “tu non capisci l’arte” con cui quei buontemponi dei rapper italiani ci deliziano sempre più spesso. Perché diciamocelo, se quella è arte cosa dovremmo dire di quel mio amico che riesce a fare le fiammate con le scoregge e l’accendino? Ingegneria?

Per chi se lo fosse perso poi, c’è una sensazionale intervista rilasciata da quel buontempone di Achille Lauro ai ragazzi di Fanpage. Un video fantastico in di cui mi permetto di sottolineare due passaggi fondamentali. Prima, in risposta all’accusa di plagio di un pezzo degli Smashing Pumpkins, quell’umilissimo e fuori luogo “King Krule spacca mi piacerebbe collaborarci (???). Ma ti dico, c’è più Twist and Shout dei Beatles, per il modo di cantare”. Eh sì, più o meno dai. Un po’ come Mariottide ricorda Jimmy Page. Non pago ha pure aggiunto “Mi sono fatto un anno di Elvis, un anno di Beatles… quella parte un po’ pazza…”. Ma cos’è una laurea triennale?

In verità questo è ancora niente, la vera chicca dell’intervista si trova pochi minuti dopo con quell’umile “con Rolls Royce volevamo fare UN PEZZO GENERAZIONALE. Questa era la parola chiave di tutto, GENERAZIONALE…”. Cosa dire, Umilté, Egalitè & Rolls Royceeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!!!!

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Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra, frequenta un Master in Digital Journalism e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo. ALTRE COLLABORAZIONI: Rolling Stone, Noisey, Il Milanese Imbruttito