È uscito il nuovo disco di Max Pezzali, si chiama “Qualcosa di nuovo” e per fortuna di nuovo non c’è un bel niente.
Perché per fortuna? Perché il 2020 è già stato abbastanza una schifezza che ci mancava solo che Max Pezzali si fosse messo a fare la trap e giuro che mi lanciavo nel Tamigi con un masso al collo.
Max Pezzali è Max Pezzali
È come quell’amico che ti conosce da sempre. È come quel compagno del liceo che ti continuava a passare i compiti anche se avevi promesso che quella prima sarebbe stata l’ultima volta. Possiamo solo sperare non cambi mai.
Sono stato invitato alla videoconferenza del suo nuovo album probabilmente nella speranza che anche io, come gli altri giornalisti invitati, mi mettessi a recensire il disco come solitamente si fa in questi casi. Eh… mi spiace.
Mi limito a dirvi che anche in questo disco potete trovare tutto quello che si spera di trovare in un disco del Max nazionale: si canta, ci si riconosce in ogni verso, si balla, si affoga nella malinconia e, soprattutto, si ritrova una voce amica. Una voce che ti conosce da sempre e che, con la mano sulla spalla, ti guarda negli occhi per dirti: Sì, lo so. È una merda, ma tieni duro che andrà tutto bene.
Francamente, da un disco di Pezzali o di chiunque altro, non ho altro da chiedere. Specie in questo momento storico.
Ah, ci sono Tormento e J-Ax nei featuring, che per noi vecchi “pipponi” dell’hip hop è sempre un gran piacere. Per tutto il resto potete andare su Spotify e ascoltarvelo, suvvia.
La video chiamata con Max Pezzali
Ma torniamo alla video chiamata, che poi è il vero motivo che mi ha spinto a scrivere questo articolo.
Non avevo mai avuto il piacere di parlare con Pezzali.
Sono da sempre uno di quegli psicopatici che adora immaginarsi gli artisti a “luci spente” e devo dire che ho sempre pensato che il buon Max fosse un po’ come la sua musica.
Uno che ti racconta le cose in maniera semplice, che non ha bisogno di fare il divo nonostante sia, per la mia generazione, un punto di riferimento secondo solo al Winner Taco, uno su cui puoi contare. Insomma, un grande.
Ecco, se dovessi giudicare dalla chiacchierata con me e gli altri giornalisti, forse è pure meglio.
Sono anni che intervisto artisti e posso tranquillamente dire che uno come Max non l’avevo incontrato mai.
Mai avevo visto un’artista rispondere alle domande, anche le più scontate, con una spontaneità e un entusiasmo che ormai si fa fatica a trovare anche negli artisti al primo disco.
Che la domanda venisse dal Corriere della Sera o dalla Gazzetta del Profeta, poco importa, stesso risultato: un fiume di parole inesauribile ricco di aneddoti, di nostalgia e di passione per la musica.
Cosa gli ho chiesto?
Se gli avesse mai pesato essere un punto di riferimento così forte per almeno due generazioni. Se, proprio come per i supereroi, “da grandi poteri derivano grandi responsabilità” e forse l’essere stato l’artista che meglio di tutti ha raccontato gli “sbatti” di noi ragazzi di provincia lo avesse mai limitato nella sua carriera.
“No, non mi pesa. Perché quel mondo lì della provincia, con le dovute differenze rispetto a quando ero ragazzo, è ancora la mia vita. La carriera mi ha spesso provato a spingere verso la città e me ne sono quasi sempre andato. La provincia è la mia confort zone, è la mia ancora di salvezza emotiva”.
E il più grande riconoscimento?
“Mi vengono in mente due cose. Il primo è “Con due deca” la cover compilation fatta da Rockit a cui parteciparono un sacco di artisti (I cani, Colapesce, Ex Otago, Ghemon solo per citarne alcuni), tutta gente che mai mi sarei potuto aspettare conoscesse gli 883.
L’altro è la riedizione di “Hanno ucciso l’uomo ragno” del 2012, quella con tutti i rapper italiani. Un’idea nata da un concerto per Mtv a Torino. Io ero headliner, ma c’erano anche i Dogo e un sacco di rapper della scena italiana di quel periodo.
Alla fine, abbiamo chiuso il live con “Con un deca” e dal backstage sono usciti i dogo e tutti gli altri artisti a cantare a squarciagola. Lì ho capito che avevamo fatto qualcosa di davvero trasversale che aveva avuto, piaccia o meno, un impatto forte su quella generazione”.
Ecco, queste risposte dicono davvero tanto.
Fondamentalmente con quel “il più grande riconoscimento” gli ho offerto su un piatto d’argento l’occasione di menarsela e, invece, mi ha praticamente detto che il suo più grande successo è stato quello di piacere ad altri artisti.
Quando invece mi sono permesso di insinuare che quell’immagine di perenne “ragazzo di periferia” potesse essere stato un limite, mi ha liquidato con un super real “io sono questa roba, non posso essere altro che me stesso”.
Ti si vuole bene Max.
E anche se il tuo disco si chiama “Qualcosa di nuovo”, per favore, non cambiare mai.
