Doveva vincere e infatti ha vinto. Non è bastato l’agguato squadrista di Noisey, ovviamente seguito a ruota da tutta l’informazione, per tenere Anastasio lontano dal trono di quest’ultima edizione di X-Factor.

Nella mattina di giovedì scorso infatti, a poche ore dalla finale del programma, un articolo firmato dalla Redazione di Noisey titolava: “A quanto pare ad Anastasio piacciono Salvini, Casa Pound e Trump

L’inchiesta, se così la si vuole chiamare, si basa sull’analisi del profilo personale Facebook del cantante. Una ricerca minuziosissima che ha portato alla luce i segreti più misteriosi e occulti della vita del giovane artista campano: forse, ma dico forse, non è di sinistra. Stupore e sbigottimento invece del grandissimo “esticazzi” che si sarebbe meritata la notizia se solo non fossimo in Italia, dove per ambire al titolo di “artista” devi genufletterti mattina e sera davanti a un poster di Nanni Moretti.

Volendo poi prendere per verità di fede la discutibile equazione “like” = stima assoluta, le possibili simpatie Salviniane del giovane artista non sarebbero altro che l’ennesima dimostrazione di come il virus leghista, benché si continui a raccontarlo come un vezzo per mentecatti e ominidi, sia seducente anche tra ragazzi tutt’altro che stupidi. Anastasio potrà essere un po’ paraculo, potrà aver inventato l’acqua calda con la sua musica ma, dal modo in cui scrive, tutto mi sembra tranne che un pirla.
Anche perchè, con un titolo così, quando sono andato a leggere l’articolo mi aspettavo contenuti decisamente più hardcore. Niente foto di Anastasio vestito da Balilla, nessun concerto a Predappio e neppure un cappuccio del KKK alla festa di Halloween. Democristiano, altro che fascista.

Cosa ha condiviso?

Qualche post scettico nei confronti della gestione dei migranti, la notizia sul figlio lanciatore di uova del capogruppo del Pd (Avvenire), i disastri della Francia in Africa e che alcune delle testimonianze contro Weinstein sono tutt’altro che inconfutabili (Tgcom). Capirai, con sto biglietto da visita a Forza Nuova non ti fanno manco entrare.
Per carità, io non mi sento di escludere che Anastasio possa effettivamente avere delle idee di merda e il “like” a Casa Pound non è una prova ma sicuramente è un indizio. Ciò nonostante, continuo a sostenere che gli artisti abbiano il sacrosanto diritto di avere delle idee del cazzo, purché le sostengano con educazione.
Nell’articolo si legge chiaramente:

Il profilo Facebook Marco Anastasio ha messo like a Donald Trump, Matteo Salvini, Lorenzo Fontana e CasaPound.
Condivide contenuti più o meno ironici su tematiche come l’immigrazione o le aggressioni a sfondo razzista che avvengono nel nostro Paese.
Il che non è un crimine ma è sicuramente una variabile da prendere in considerazione prima di decidere se ascoltare la sua musica e supportarlo nella sua carriera artistica.

Fascismo, questo sì. Sostenere che bisogna ascoltare/vedere i film/guardare i quadri solo degli artisti con le nostre stesse idee politiche è una stronzata col botto.

Cambiando argomento, ci permettiamo di tirare le orecchie ad Emis Killa che questa settimana si è lasciato andare ad uno sfogo in gran parte ineccepibile contro un post apparso sul blog del Fatto Quotidiano. Un articolo scritto da Fabrizio Fasciano che altro non è che l’ennesimo pippone sulle responsabilità morali dei messaggi delle canzoni e sul fatto che il trap sia un genere vagamente sessista. Un mix tra la scoperta dell’acqua calda e una predica domenicale di serie B. Se lo sfogo è ineccepibile, perchè tirare le orecchie?
Perchè dopo aver esaustivamente spiegato come le tesi del post fossero abbastanza patetiche, Emiliano ha ceduto alla tentazione di perculare il giornalista per un trascorso musicale tutt’altro che di successo, con tanto di screenshot della pagina musicale.
Tecnica che l’esimio Nerone aveva usato contro il sottoscritto qualche tempo fa. Bullismo alla rovescia. L’articolo in questione era un pieno di stronzate, ma era educato e non attaccava minimamente gli artisti dal punto di vista personale. Questo voler continuamente screditare chiunque la pensi diversamente ha un po’ stancato, così come ha stancato questa continua allusione al fatto che chiunque critichi sotto sotto sia un frustrato.
Anche perchè, così facendo, si passa inevitabilmente dalla parte del torto. Se io vengo ingiustamente attaccato, a nulla serve che io risponda intelligentemente punto per punto se concludo la frase con “hai capito o no, cicciona di merda?”.

Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra, frequenta un Master in Digital Journalism e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo. ALTRE COLLABORAZIONI: Rolling Stone, Noisey, Il Milanese Imbruttito