Quello che mi appresto a scrivere è il classico articolo nostalgico, il solito in-esaurito ed inesauribile plauso a quel “si stava meglio quando si stava peggio” che tanto appassiona il mondo. È un discorso che mi rendo conto avere i suoi limiti ma che, al tempo stesso, ben rappresenta la mia malinconia nell’ascoltare le nuove uscite italiane. Temo di non essere il solo.

L’altro giorno mi stavo dirigendo in macchina a lavoro quando, non troppo distante dalla cattedrale di St.Paul, ad un semaforo rosso non posso che notare il tizio che stava attraversando le strisce pedonali. Jeans attillati, bomber nero da vero “bomber”, occhiale da sole Carrera nero opaco e una quantità tale di gel in testa da essersi pettinato anche le sinapsi. Ah per la cronaca, era il classico stereotipato Sabato mattina londinese: cielo grigio color polmoni di Massimo Moratti, nebbia in Val Padana e sole assente non giustificato alla Mauro Icardi.

Manco a farlo apposta, io e la mia ragazza ci guardiamo e in quasi perfetto sincrono ci lasciamo andare ad una delle citazioni più iconiche degli ultimi vent’anni: “Vetri neri, occhiali neri, buchi neri… fatto serata ieri?”. Anzi, a dirla proprio tutta la citazione non si è fermata lì, ma è continuata per almeno due strofe nello stupore generale di come, a distanza di anni, massime come “la vita è corta come il cazzo dei cinesi” fossero rimaste impresse nei nostri cuori con siffatta precisione.

Pensare che quando avevano firmato con la major manco ero fan. No dai, non è vero. Diciamo che avevo ascoltato troppe volte “Mi Fist” per lasciarmi andare completamente ad un progetto artistico che avesse come elemento portante i ritornelli con l’autotune cantati da Don Joe. Voce di Don Joe che, ricordiamo, si è laureata con lode all’università della cacofonia con compagni di corso del calibro de “le unghie che grattano la lavagna” e “lo sgocciolio del rubinetto”. Più volte negli anni, giornalisti e appassionati si sono più volte interrogati su quale fosse il segreto di un disco così generazionale come “Mi Fist”. Semplice. Don Joe stava zitto. No dai, non è vero. Addirittura in “Selezione all’ingresso” gli fecero cantare ben due strofe che causarono più silenzi imbarazzati delle mie barzellette su Hitler al cenone di Natale.

Semplicemente, nonostante due Mc’s di classe sopraffina come il Guercio e Jake La Furia (quando se ne ricordava), c’era qualcosa che non mi convinceva del tutto. Forse il fatto che si diceva che erano figli di gente bene, forse il fatto che mi sembravano dei gran furbi non so… pur riconoscendo loro un indiscutibile valore, è stato sempre un rapporto di odi et amo negli anni. L’episodio del semaforo dell’altro giorno, mi ha però fatto notare come nessuno al pari dei Club Dogo, in particolare nella loro fase mainstream, sia riuscito a raccontare quella “sana” ignoranza made in Milano e hinterland. Un mondo fatto di “penne” sul booster, di marmitte forate, di schiaffi in faccia nei parcheggi dei locali, di fibbie più grosse della minchia, di canne girate con le pagine dei libri di scuola, di tatuaggi di cui ti penti il giorno dopo e partite di pallone giocate sull’asfalto con un pallone bucato.

Sempre in macchina allora, presi da questo devastante “momento nostalgia”, ci siamo ascoltati altri pezzi epocali della loro discografia ed il responso è stato univoco: Sì, certe cose della nostra adolescenza non le ha raccontate nessuno bene come loro. Anche un pezzo stupido come “Minchia Boh”, colonna sonora del film i “I due soliti Idioti”, rappresentava degnamente quell’immaginario di cui parlavo prima. Sono convinto che su uno di Roma o Napoli quel pezzo potesse fare tutt’altro effetto ma, per quelli cresciuti tra Milano e le sue periferie a inizio anni 2000, quella era una canzone che avrebbe potuto facilmente sostituire l’inno di Mameli. Sì, perché tutti avevamo un amico che parlava davvero così. Quei pensieri articolati a colpi di “minchia che serata… figa ma hai visto che figa? Oh ma il goal di Ibra?  Michia figa oh… che goal”. Sembrava un’esagerazione ma non la era.

Bella Club Dogo, un po’ mi starete sempre sul cazzo, ma devo dire che riascoltarvi a distanza di anni mi ha fatto tornare indietro nel tempo. Un viaggio nel tempo alla Martin McFly. Al posto della Delorean, un booster nero opaco con la marmitta Polini e la centralina cambiata. Don Joe nel ruolo di Doc. Guè Pequeno nel ruolo di George McFly e Jake la Furia nel ruolo di Biff.

Buon Viaggio a tutti.

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Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra, frequenta un Master in Digital Journalism e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo. ALTRE COLLABORAZIONI: Rolling Stone, Noisey, Il Milanese Imbruttito