Hano nel corso degli ultimi anni mi ha consentito di intervistare molti degli artisti che stanno dominando le classifiche di questi anni. Forse non dovrei scriverlo, ma a tutti coloro che nel tempo mi hanno chiesto chi fosse stato il più interessante da intervistare ho sempre dato la stessa risposta: Salmo, Salmo e ancora Salmo.

Non me ne vogliano gli altri, ma è stata l’unica volta che sono uscito da un backstage con un’idea radicalmente diversa da quella con cui ero entrato (Sì, il 99% delle volte sono prevenuto e il concetto di imparzialità mi fa schifo. Sono parzialissimo). Come avevo avuto modo di dirgli di persona, mi era sempre sembrato un stronzo, non mi ero mai particolarmente interessato alla sua musica e partivo dal “quasi sempre giusto” presupposto che nessun artista italiano potesse sorprendermi più di tanto. Dopo alcune risposte intelligenti, poco scontate e, soprattutto, un’esibizione live memorabile, mi sono invece appassionato alla sua musica e ho realizzato come dal punto di vista della performance non ci siano paragoni. A volte si sbaglia, e io cerco umilmente di farlo almeno una volta ogni 20 anni per aiutarvi a sentirvi meno stupidi. Prego.

Inutile dire che stessi aspettando qualcosa di nuovo con estremo interesse, ed ero abbastanza curioso di vedere come la fenice si sarebbe rigenerata dalle preziosissime ceneri di “Hellvisback”, un disco da cui, complici gli innumerevoli successi, sarebbe stato facile rimanere sopraffatti. 

Come diceva Ennio Flaiano, “il peggio che possa capitare ad un genio è essere compreso”. 

La mia curiosità era aumentata dal fatto che i singoli usciti in questo anno e mezzo di attesa, o non mi avessero del tutto convinto (“Perdonami”) o, seppur apprezzandoli, non riuscissero a darmi sostanziali indizi su quale direzione artistica potesse prendere la leggenda sarda in occasione del suo nuovo lavoro. 

Intendiamoci, un brano “fiacco” di Salmo vale la carriera di un trapper minchia qualunque, ma quando un artista fissa l’asticella così in alto è pur vero che diventa sempre più difficile incontrare le aspettative di tutti.

 

Mi sto dirigendo verso l’ufficio in perfetto orario per una volta nella vita quando, all’improvviso, mentre sto aspettando che l’interminabile attesa del semaforo davanti alla cattedrale di St. Paul’s si compia, mi ricordo che è oltre una settimana che prometto a me stesso di ascoltare “90 min”, il nuovo singolo di Salmo. Avevo intravisto qualche parere sui social, avevo coscientemente snobbato i piagnistei di Carlo Carlino (al secolo Charlie Charles) sul chi avesse il pisellino più lungo negli streaming, e avevo notato la pubblicazione della tracklist di “Playlist”, il suo nuovo album. 

Schiaccio play. Boom. Miracolo. Fossi “Dikele” o qualcuno di Sto magazine, scriverei “come la luce apparve a San Paolo sulla strada per Damasco, così l’angelica blasfemia di Salmo appare a me alle porte dell’omonima cattedrale…LAVAZZA”. 

Invece mi chiamo Diego e scrivo per Hano. E il mio responso suona più o meno così: “Più tacchetti sugli stinchi di Materazzi, più morsi in faccia di Suarez, più calci in faccia di Cantona”. E’ una questione di stile.

Quando parte un pezzo di Salmo è come quando vedi giocare Ronaldinho per la prima volta: può giocare in un’altra squadra, può farti goal e può prenderti anche per il culo ma, nonostante tutto, ci vogliono pochi secondi per capire che fa un altro sport. 

90 min  è un brano che riesce in tutto senza il bisogno di sforzarsi.

E’ un pezzo ritmato che ti fa venire voglia di ballare senza bisogno di ricorrere a melodie paracule o senza cedere alla tentazione di suonare reggaeton.

E’ un innegabile tormentone nel senso migliore del termine. Ti entra in testa e sto canticchiando il ritornello da un paio d’ore buone. 

E’  un pezzo politico, senza il bisogno di indossare i vestiti del politicizzato o senza quell’insopportabile voglia di fare la morale in stile Radical Chic. Proprio per questo funziona. C’è più critica politico-sociale nella seconda strofa di questo pezzo che in tutti i tweet di Gemitaiz. 

E’ un pezzo ironico, senza rischiare di essere caricaturale e senza il bisogno di nascondere riferimenti all’interno di un contesto farsesco. 

Il ritorno di Salmo sul mercato musicale italiano, è un po’ come il ritorno di Batman quando le cose vanno a puttane a Gotham City. Guardi il film e non vedi l’ora che compaia con la “Batmobile” per suonarle al Joker di turno. Batman vs Joker. Salmo vs “i trapper” che, a pensarci bene, si vestono a cazzo di cane proprio come il Joker. 

…a sti rapper di minchia non gliela do vinta
ritorneremo in cima per dargli una spinta…

Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra, frequenta un Master in Digital Journalism e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo. ALTRE COLLABORAZIONI: Rolling Stone, Noisey, Il Milanese Imbruttito