Clown
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Sono a Portofino sdraiato sul lettino del mio stabilimento balneare e scruto l’orizzonte nella speranza di vedere il nuovo disco di Dargen trainato a riva dalla Guardia Costiera con Salvini sul molo a impedire l’approdo. Forse quella cosa di non bere gin tonic al sole non era una cazzata…

E’ stata un’estate complicata, piena di tragedie e con un livello di isterismo che tra i pipponi di Saviano e la morale alternata di Asia Argento, mi ha fatto venire voglia di farla finita. Quindi di ascoltare Mecna. In tutto questo una buona notizia ha rallegrato l’estate italiana: ci siamo levati dal cazzo Sto magazine, almeno per l’estate. 

Lo so, sono già tornati e nonostante quel post monumentale recitante “STO MAGAZINE CHIUDE”, nessuno ha mai veramente creduto che ce li saremmo levati dal cazzo per più di poche settimane. 

I ragazzi, maestri dell’hype (come d’altronde il loro guru economico/spirituale Ghali), non potevano limitarsi a scrivere che chiudevano per le vacanze estive. Certo che no. Anche se forse (pensando che alla notizia avremmo tutti impugnato la lametta), non si aspettavano che l’utenza reagisse alla chiusura con lo stesso entusiasmo di un ipotetico porno di Emily Rataicosa.

Il tutto accompagnato da quel “riflettere su nuove idee, contenuti, scelte organizzative” che sa tanto di “raga, abbiamo finito gli artisti italiani a cui leccare il culo. Ci prendiamo una settimana di pausa prima di ricominciare dalla lettera A”.

Certo, che i ragazzi fossero a corto di idee si era capito dalle ultime proposte a dir poco stravaganti. Dalla scuola a pagamento per diventare rapper, alla voglia di dimostrare di poterlo leccare tranquillamente anche agli artisti oltreoceano: vero Drake?

Per i pochi che se lo fossero perso infatti, una delle ultime trovate è stata quella di interpellare alcuni volti noti del nostro panorama musicale per arrivare alla sensazionale rivelazione: Drake è bravo. Un figo. Un genio. Gesù Cristo. Goku.

Tralasciando il fatto di come a me Drake faccia cagare e che dopo il dissing di Pusha T abbia la stessa credibility di Fabio Fazio, immagino l’orgoglio dell’artista canadese nello scoprire che i rapper italiani sembrino quasi preferirlo alla figa. Va bene i milioni e va bene i Grammy, ma è solamente dopo aver scoperto di aver ispirato Carl Brave che puoi davvero dirti arrivato.

 

Carl Brave su Drake. #stomagazine

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Esagerato, direte voi. La verità è che il “caso Drake” è perfetto emblema di una rivista che sembra avere come unico obiettivo quello di rimanere in buoni rapporti con più artisti possibili. Sfido chiunque di voi a trovare su “Sto” un parere negativo, una stroncatura o una critica di qualsiasi genere. Tutti geni, tutti fenomeni e tutti creatori di qualcosa di unico e irripetibile. Io dico, fossimo nella Londra degli anni 70 potrei anche capire, ma in Italia escono dischi che fanno rimpiangere “Obsesion” degli Aventura, possibile che sia tutto figo? Più che un magazine musicale sembra il canale promo di un’etichetta discografica, tant’è che alcuni pensano sia proprio così. Pensateci un secondo: e se l’esperimento “Sto” altro non fosse che un’astuta trovata dei vari management per auto promuovere la propria musica senza dover passare tramite canali “pensanti” come radio, tv e siti? Perché sperare che a Linus di Radio Deejay, tanto per fare un esempio, piaccia il singolo del mio nuovo artista se posso creare un sito finto indipendente che scavalca i canali tradizionali di promozione? E non sarebbe ancora meglio se ci creassimo pure una nostra web radio (TRX) per passare a ripetizione tutti i nostri artisti? Non lo sapremo mai, ma il dubbio viene.

I siti si finanziano in due modi: tramite donazioni o tramite la pubblicità. Questo spiega come mai quando entrare su Hano vi ritrovate bombardati da banner dedicati al porno: non abbiamo un euro e ci autofinanziamo a colpi di banner fastidiosi. Ecco, provate ora a fare un giro sul nuovo sito di Sto Magazine e apprezzate la totale e paradisiaca assenza di pubblicità. Indi, qualcuno ci mette dei soldi. Believe it or not.

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Per una cosa però mi sento di essere riconoscente nei confronti di Sto Magazine. Se non fosse per la rivista non sarei mai venuto a conoscenza del “direttore” Antonio Dikele Distefano. Antonio, classe 1992, è una sorta di Federico Moccia che ha ascoltato troppi dischi dei Club Dogo. Con un passato da rapper mancato (proprio come il sottoscritto), è salito ultimamente alla ribalta grazie alla pubblicazione di quattro libri con Mondadori. Chapeau. Io i libri non ho ancora avuto il tempo di leggerli, ma a giudicare dalla sua pagina Instagram mi sembra che stilisticamente siamo a metà strada tra il bacio perugina e l’Uniposka rosa sulla Smemoranda.

mi rispondi sempre, ma non mi cerchi mai. io, che non so fermarmi davanti al tuo non esserci, mi dico che, senza dubbio, prima o poi ti mostrerai e che , da qualche parte, devi pur conservare le cose che vorresti dirmi. sei impegnata con l’università, tu che non è che ti accontenti proprio facilmente. il tuo silenzio, il fatto che non mi rispondi quando ti chiamo mi fa sentire un intruso che curiosa nella vita di uno sconosciuto. io però ti conosco a memoria anche se ci sono un sacco di cose di te che non immagino. talmente abituato a sentire il telefono squillare a vuoto che se mi rispondessi non mi sembrerebbe vero. mi dico che devo tenermi occupato, tenere la mente occupata, il corpo occupato. devo smettere di farmi domande, lontano da quei pensieri allettanti. mi sento così ingenuo quando vorrei scriverti che mi piaci, che al pensiero rido da solo. ingenuo quando mi soffermo sulla rabbia che provo e forse proverò ancora pensando a tutte le risorse dissipate per tentare di far vivere un amore che già mesi fa non aveva vita. @antoniodikeledistefano

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Non pago dei successi letterari però, viene democraticamente eletto “direttore” di Sto magazine, ed è proprio qui che emerge incontrovertibilmente la sua passione per la cronaca d’inchiesta e per le interviste al vetriolo.

Le sue interviste ai rapper italiani sono la versione “street” del Marzulliano “si faccia una domanda e si dia una risposta”. Nel senso che i rapper parlano di quello che vogliono, per quanto vogliono. Nessun tranello e poche domande che si discostino un minimo dal classico copione. Sono spazi promo, non interviste. Per carità, lo sanno tutti che gli artisti si fanno intervistare solo da groupie travestite da giornalisti, ma a volte si esagera.

Tra tutte, mi permetto di segnalarvi l’intervista di Antonio a Marracash per i 10 anni di “Marracash”, il primo album dell’artista made in Barona. E’ già un classico.

Marracash, insolitamente più tronfio e auto celebrativo del solito, inanella una serie di concetti epocali che mi fanno per un attimo pensare che si tratti di un’intervista a Jim Morrison. Paragoni tra le Sacre Scuole e la Beat Generation, similitudini presunte con Jay Z, il parlare di sé in terza persona e quell’atteggiamento da giovane genio dannato che ci sta ormai rifilando da anni. Du palle.

In tutto questo Antonio? Sta lì. Annuisce, sorride e recita le sue domande con lo sguardo perso nell’orizzonte da giovane poeta a caccia del senso della vita. A dire il vero ci prova anche a fare due complimenti camuffati da critica, ma non appena vede la prevedibile reazione impermalosita del Marra ammaina subito bandiera bianca. 

Perchè in fondo il rap game italiano è tutto un gioco, una farsa. E Sto, con grande coerenza, si inserisce a meraviglia nel panorama.

Se i rapper sono finti, se il pubblico è finto e se i riconoscimenti digitali sono finti… proprio il magazine volevate VERO?

Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra, frequenta un Master in Digital Journalism e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo. ALTRE COLLABORAZIONI: Rolling Stone, Noisey, Il Milanese Imbruttito