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Intervista a Claver Gold: “Il senso di comunità è da sempre alla base della cultura hip hop”

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A distanza di quasi due anni dalla pubblicazione di “Questo non è un cane“, ovvero l’ultimo album di Claver Gold, il rapper marchigiano ha deciso di dare nuova vita a questo progetto pubblicando la nuova versione chiamata “Questo non è un cane / DOMO”.

La particolarità di questa edizione deluxe sta nella ricca presenza di ospiti con i quali Claver Gold ha voluto valorizzare ancora di più i pezzi che formano la tracklist dell’album. Come apripista troviamo invece i due pezzi inediti aggiunti alla tracklist che fanno da “overture” al lungo elenco di artisti che accompagnano il padrone di casa nel viaggio che dona una seconda vita ad un album che inizialmente (forse) è stato un pò sottovalutato.

Claver Gold

Ciao Claver, come mai hai preferito una nuova versione dell’album “Questo non è un cane” ad un album tutto di inediti?

Ho voluto fare una versione deluxe perché credevo che i contenuti trattati nel disco fossero ancora contemporanei, al passo con i problemi dell’Italia di oggi. Ero convinto che QNEUC potesse avere più sfumature, che potesse raccontare più storie, non volevo che “morisse” e avesse la vita breve che oggi purtroppo è destinata alla maggior parte della musica. Ho voluto quindi che un disco per me molto importante si arricchisse delle diverse visioni di nuovi protagonisti e diventasse un discorso corale, condiviso e non solo espressione di un singolo.

Gli ospiti coinvolti nel progetto sono davvero tanti, quanto tempo ci hai messo a reclutarli tutti?

Gli ospiti sono tantissimi e li ho scelti mano a mano in base alla canzone, quindi è stato un lavoro abbastanza lungo. Ero convinto ogni brano avesse una propria anima e che dovesse entrare perfettamente in risonanza con l’artista che avrebbe collaborato.
La prima scelta è stata Murubutu perchè oltre ad essere un collega è un grandissimo amico, poi piano piano sono arrivati tutti gli altri. Sono davvero orgoglioso del risultato.

Rispetto alla versione originale “Questo non è un cane / DOMO” sembra proprio un altro album, qual’è il valore aggiunto che volevi dare a questa nuova visione del progetto?

Sono contento che sembri un disco nuovo, perchè era proprio questa l’intenzione. Non volevo fare una deluxe che comprendesse pochi brani nuovi e che rimanesse per il resto invariata, volevo che i pezzi già editi acquisissero proprio un’intensità e un mood diversi (infatti l’abbiamo definita “DOMO”). Volevo che ci fossero altri artisti ad arricchire il mio racconto con il loro, creando un senso di comunità ed identità diverso dal disco originale che invece era molto più introspettivo, personale e da “cane solitario”

Di solito un album senza featuring viene motivato con il fatto di voler dare un messaggio troppo personale per condividerlo con altri artisti, quando un lavoro invece è così ricco di collaborazioni cosa vuole trasmettere?

Solitamente non sono un grande collaboratore, faccio fatica ad inserire altri artisti fin dall’inizio del processo creativo perché lo vivo come un percorso molto personale, introspettivo ed intimo. In questo caso l’opera era già conclusa e mi è venuto più semplice decidere di destrutturarla, scomporla, guardarla in qualche modo dall’esterno e valutarne nuovamente le potenzialità che in questo caso ho deciso di valorizzare inserendo nuovi protagonisti. L’intento era di comunicare nuove sfumature e quel senso di appartenenza, comunità, “branco” alla base da sempre della cultura hip hop.

In Italia ben pochi artisti riescono come te ad esprimere un anima “conscious” pur mantenendo un’attitudine molto “street”, legata alla cultura hip hop. Come riesci a far convivere questi due aspetti?

Innanzitutto grazie della domanda che apprezzo molto ed apprezzo molto anche il complimento.
Riuscire a conciliare anima conscious e attitudine street è una capacità che penso derivi in gran parte dal background personale. Per quanto mi riguarda durante il processo creativo e di scrittura attingo molto dalla letteratura – di cui sono un grande appassionato – e da stimoli culturali diversi uniti indubbiamente all’esperienza più “di strada”. Dare ascolto ad entrambi gli aspetti significa continuare ad essere fedele a me stesso e a chi sono.
Quello che dico sempre a chi prova ad approcciarsi al rap è che per imparare a rappare è necessario ascoltare il rap americano, ma per scrivere rap è fondamentale leggere moltissimi libri, essere curioso, intravedere e sfruttare sempre al massimo le possibilità fornite da ogni forma d’arte e di cultura.

Come ti muoverai con il tour? Ci saranno con te di volta in volta ospiti diversi o hai selezionato delle presenze “fisse”?

Tra pochissimo ci saranno quattro date a Bologna, Torino, Roma e Lodi e in ogni occasione saranno presenti alcuni degli artisti che hanno collaborato al disco.
Non saranno semplicemente ospiti, ma oltre al pezzo insieme avranno lo spazio per presentarsi tramite la propria musica e alcuni brani, quindi saranno live tra loro molto diversi. Mi raccomando, vi aspetto!

Non posso certo chiederti di tutte le scelte dei featuring ma solo due cose in particolare: come hai scelto i nomi “nuovi” (Djomi, SPH ad esempio…) e la magica coppia Danno, Kaos che per molti è stato un tripudio.

Tutti i featuring sono stati scelti in base al grande rispetto che provo nei confronti degli artisti, sia a livello personale che professionale. In particolare in Djomi ho visto una luce, una scintilla, una forza pregnante che credo lo diversifichi dai tanti rapper che vedo e ascolto quotidianamente, credo sinceramente che avrà un bel percorso.
SPH lo ritengo uno dei più talentuosi rapper che abbia mai ascoltato sia a livello tecnico che, in particolare, a livello di scrittura. Per un periodo è stato fermo, ma ora sta riprendendo alla grande ed insieme a Kiquè e Sesto Carnera sta realizzando delle belle cose che non vedo l’ora di ascoltare.
Per quanto riguarda invece Kaos e Danno che dire, li ascoltavo da adolescente, “Fastidio” e “Odio Pieno” sono stati i primi dischi che ho avuto. Adesso che ho 38 anni riuscire ad averli nel mio progetto è un onore.

Questo è sicuramente un buon momento per il rap, ma cosa ti aspetti dal futuro di questo genere musicale, soprattutto parlando di visibilità/vendite?

Sicuramente è un buon periodo per l’hip hop italiano già da un po’ di anni, il mondo del rap si sta fortificando e arricchendo sempre più di nuove voci. Il problema principale credo sia che l’industria musicale oggi è diventata un tritacarne in cui vengono gettati ragazzi molto giovani i quali ne escono o vincitori assoluti o totali sconfitti senza vie di mezzo. Spero sempre che chi ne esce sconfitto abbia poi la forza di continuare a fare la propria musica senza pressioni, ma con la passione e il fuoco di quando ha iniziato.

Andrea Bastia
Andrea Bastia
Appassionato di cultura hip hop da ormai troppi anni e writer fallito, dopo qualche esperienza in proprio sul web approda definitivamente su Hano. Si occupa della rubrica dedicata agli artisti emergenti e a quella sui Graffiti.

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