Venerdì 24 ottobre è uscito il nuovo disco di Moder “Poco dopo mezzanotte”, un lavoro che idealmente va a chiudere una trilogia iniziata nel 2016.
Si tratta di un lavoro maturo in cui l’artista ravennate racconta di sè e del suo percorso ma non solo, ospitando anche molti colleghi nella tracklist formata da 16 tracce.
In questa intervista abbiamo approfondito il discorso su questo ultimo progetto ma ci siamo anche fatti spiegare il suo rapporto (complicato) con l’hip hop e con la scena in generale.
Partiamo dal titolo dell’album e dal riferimento alla cinematografia, perché “Poco dopo mezzanotte” e qual è l’ispirazione presa dal cinema?
Ho preso ispirazione dal film “7 minuti dopo la mezzanotte” di Juan Antonio Bayona. È un film sul lutto e sulla fantasia: un bambino di circa 11 anni sta perdendo la madre per una malattia, attraverso la fantasia evoca un mostro che lo aiuterà, tramite il racconto di tre storie, ad affrontare la perdita della madre, oltre che a crescere. Questo film mi ha colpito molto, ci sono molti punti di contatto con la mia vita, la perdita di mio padre, la fantasia, il “mostro” che per me è stata la scrittura e la notte dove “i fantasmi sembrano vivi”.
Questo titolo racchiude non solo questo disco ma la trilogia partita con “8 Dicembre”: mano a mano che il disco prendeva forma mi sono reso conto che ogni brano era una piccola sceneggiatura che completava un disegno più grande. Non è un disco solo “su di me”, anche se certamente ogni canzone parte dal mio sguardo, racchiude ciò che ho visto in questi ultimi anni, ma volevo trasmettere alcuni concetti più che raccontarmi. Credo sia l’inizio di un processo nuovo dove il bisogno “egoistico” di esprimersi si è trasformato nel bisogno di “comunicare”: è una differenza sottile ma che cambia tutto. Non mi interessa più la gara tra rapper.
Un pezzo molto particolare, forse unico nel suo genere, è “20 luglio 2001/Carlo Giuliani”. Parlaci di come è nato il concept e perché hai deciso di coinvolgere Tormento e Dutch Nazari in questo brano così particolare ed intenso.
Questa canzone è nata dall’ascolto della strumentale: come è partita la musica ho scritto l’ultima barra “la speranza sdraiata a terra a fianco del corpo di Carlo a Genova”.
Ho un ricordo nitido dei giorni del G8, avevo 17 anni ed ero fortemente impegnato politicamente. Quei giorni folli demolirono il movimento di cui avrei voluto far parte. Da allora l’idea di un mondo diverso, più giusto secondo la mia visione, è stata messa in discussione per sempre. Il tessuto sociale di questo paese si è ridotto alla ricerca fondamentale di una posizione economica, via ogni ideale che vada oltre solo ego e interesse. Non ho mai fatto la pace con quei giorni e sul senso di impotenza della mia generazione che non è riuscita a dare una spinta negli anni dopo: abbiamo accettato passivi, decidessero loro le squadre e le regole del gioco di vivere nel mondo.
Quando ho finito di scrivere la strofa sapevo di non aver altro da dire e ho chiamato prima Torme che, essendo più grande, aveva uno sguardo ancora più diretto sulla questione, poi in una cena milanese feci sentire il pezzo a Dutch che si tuffò immediatamente sulla scrittura ri-studiando quei giorni, leggendo e informandosi. Hanno fatto entrambi un lavoro clamoroso, un ringraziamento speciale per chi ha scatenato questo pezzo: il produttore ravennate Gourmet Beats.
Ascoltando l’album non si può fare a meno di notare che hai raggiunto un livello di maturità molto importante per quanto riguarda la stesura dei testi, parlaci del percorso che ti ha portato a questo livello di scrittura. Quali esperienze credi ti abbiano “formato” in merito al tuo approccio alla musica?
Il rap e la musica per me sono stati il motore per appassionarsi alla letteratura, al cinema, al teatro, alla poesia. Ho collaborato con artisti di tutti i mondi possibili, ho sempre creduto di non “bastarmi”, anzi di dover imparare molto, e in questo la mia città mi ha molto aiutato: essendo una realtà di provincia è più facile entrare in contatto con mondi altri. Credo mi abbia aiutato anche il fatto di non sentirmi mai davvero “pronto”: sono ossessionato dalla scrittura ascolto tantissima musica e cerco sempre di misurarmi con gli aspetti in cui mi sento carente, questo spesso mi ha anche fatto del male, ma se vuoi provare a raggiungere un obiettivo, qualsiasi esso sia, devi essere disposto a farti male.
In alcuni passaggi del disco si avverte un senso di insofferenza verso la figura dei “rapper” o comunque della scena in generale. (“Rapper non fraintendermi, per te non ho tempo”). Da cosa è provocato questo sentimento di fastidio?
È una storia d’amore complicata quella tra me e la scena rap. Mi sono sempre sentito un po’ ai margini, e oggi che alcune cose mi vengono riconosciute forse è troppo tardi per scordare gli errori reciproci…. In più, spesso nei discorsi tra rapper sento un po’ di distacco e di disillusione, si parla poco di musica e di dischi, molto invece di strategia, di gossip….
A livello regionale spesso è ancora peggio: io che mi occupo anche di direzione artistica ed eventi mi scontro spesso con paranoie assurde degli artisti emergenti e non. Bisogna ritornare ai fondamentali, alla socialità e ai live, altrimenti tra la scena e X-Factor non c’è più nessuna differenza.
Credo che il rap abbia una potenza incredibile, ma è vero anche che, se preso superficialmente, rischi di “mediocrizzare” molto l’approccio artistico e comunicativo. In fondo è musica popolare e oggi le masse sono massacrate dall’idea del soldo facile e dell’individualismo. Di contro non c’è nulla che mi gasa di più di vedere ragazzi e ragazze che prendono un microfono in mano con la fotta di spaccare tutto. Molti dei legami più forti della mia esistenza li ho stretti attraverso il rap, quindi non riuscirò mai ad abbandonare questa cosa, ma non accetto più tutto, molte dinamiche le tengo a distanza. Il rap mi ha cambiato la vita per sempre, certo, ma la scena mi ha anche fatto sentire solo, e quella solitudine ora la accetto, anzi la rivendico. Non sapete da piccolo quanto avrei voluto far parte di certi mixtape, di essere chiamato a certe serate, ma evidentemente o non ero adatto o non ho saputo rapportarmi fino in fondo, ora sto bene così.
Quindi sì, le discussioni “pacco” sul rap (le barre, i patentini di idoneità, lo swag) le lascio a chi ha tempo da perdere, per tutto il resto c’è il palco che resta l’unico giudice a cui ho scelto di credere.
Un altro importante argomento che mi pare ti stia a cuore ascoltando le canzoni di questo album è quello della “Libertà”. Quale libertà ci manca secondo te e perché?
La libertà collettiva. Ci hanno tolto tutto fingendo di darci la possibilità di sentirci unici e diversi da tutti: diritti individuali che non cambiano nulla. Ci hanno tolto la possibilità di cambiare le cose davvero: grandi movimenti, masse organizzate. Ora che le macerie dell’occidente sono visibili a tutti forse qualcosa si muoverà, le proteste per il genocidio in atto a Gaza mi hanno commosso. Forse c’è una luce in fondo al tunnel.
Un elemento abbastanza ricorrente nelle tue canzoni è il richiamo alla città di Bologna, qual è il tuo rapporto con la città e quanto questo influisce sulla tua musica?
Bologna per me è stata una palestra e una rinascita in un momento in cui artisticamente mi sentivo solo. Nel 2012 il mio gruppo si era sciolto e non trovavo motivazioni nel provare un percorso solista. Grazie ai Kintsugi, Brain e Claver, che mi invitarono alle mitologiche serate a Xm24, capì che ero circondato da fratelli e sorelle che avevano il mio stesso passato, così ho provato a immaginarmi un futuro in questa “famiglia”.
Poi, in senso più poetico, per noi romagnoli di provincia Bologna è una città dei sogni: i Sangue Misto, la scena cantautorale, le avanguardie universitarie… È la stazione da cui passiamo sempre, un rito di passaggio: Bologna ti abbraccia senza il bisogno di stritolarti, sa che tornerai senza che sia lei a chiamarti.
Nel pezzo “L’unica amica leale” invece celebri il tuo percorso all’interno della musica e della cultura hip hop. Qual è il tuo rapporto attualmente con l’hip hop e quanto è stato importante per te in passato?
L’hip hop è ed è stato tutto per me, una lente di ingrandimento attraverso cui guardare e comprendere il mondo. Le discipline sono meno unite di tempo fa ma credo sia la naturale evoluzione delle cose. Ricordo una sera, attorno al tavolo su questa cosa, in cui Dj Lugi sorridendo disse: “Le 4 discipline quando accadono nello stesso posto e nello stesso momento, nella jam, risplendono il doppio“.
Ecco, credo che questa frase riassuma più di mille libri cos’è questa energia che chiamiamo hip hop.
Cosa pensi del panorama rap attuale? C’è qualche artista che ascolti e apprezzi? Ti piacerebbe collaborare con qualche “nuova leva”?
Tantissime cose mi piacciono molto, ad esempio i ragazzi di Genova, Sayf, Izi ecc. mi fanno volare. Kid Yugi è fortissimo, e Geolier è, credo, il più forte in questo momento. Con loro collaborerei subito ma credo che purtroppo non succederà. Cito anche Ernia, Axos, Carlo Corallo, che sono penne incredibili con cui mi piacerebbe un giorno dividere il campo. È pure un bel momento tra gli emergenti, sento tantissimi talenti. Qui da noi in Romagna ci sono nuove, giovanissime, leve fortissime: Divisier, GioPera, Sofia, Malek. In giro per l’Italia gente come Kesmo, Cuta, Caleido, Djomi, Albino, Julie, Trama mi fanno ben sperare per il futuro e sicuramente ne scordo tantissimi.