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Naesh e l’architettura di “N”: dalle produzioni di RameBiz alle punchline, il rap costruito barra dopo barra

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Nel rap un buon beat può fare la differenza, ma costruire un album significa trovare un equilibrio tra produzioni, scrittura, interpretazione e direzione artistica. Un lavoro che richiede selezione, confronto e una visione capace di tenere insieme tracce differenti senza perdere riconoscibilità.
Naesh ha scelto di affrontare questo processo al fianco di RameBiz, affidandogli l’intera produzione di “N”, il suo nuovo progetto discografico.

Il risultato attraversa il boom bap, accoglie alcune influenze trap e lascia spazio a contaminazioni soul, jazz e R&B. Al microfono, Naesh lavora su metriche, incastri e punchline, cercando nuove soluzioni tecniche senza allontanarsi dal linguaggio che ha caratterizzato il suo percorso. Una ricerca che riguarda anche gli ospiti, tra cui Jack The Smoker, Loweasel, Ollie Giò e RMB Matt, e la costruzione dell’immaginario visivo affidata al collettivo Maledicola.

Ma come si arriva alla forma definitiva di un disco? Quanto materiale viene scartato? Quali scelte permettono a rapper e producer di sviluppare una precisa identità sonora? In questa intervista entriamo nel lavoro dietro “N”, dalle prime sessioni alla selezione dei brani, fino al rapporto tra tecnica, collaborazioni e concezione dell’album nell’epoca dello streaming.

“N”è un album nato da una collaborazione ritrovata, ma anche da due percorsi personali che nel frattempo sono andati avanti. Qual è stata la prima intuizione musicale che ti ha fatto capire che con RameBiz poteva nascere qualcosa di più di qualche traccia insieme?

In realtà, ho sempre avuto in mente di fare un album, perché non ho mai concepito l’uscita di singoli slegati tra loro. Mi piace pensare alla musica come a un progetto organico, con una propria identità e un filo conduttore. Con RameBiz c’era già una sintonia umana e musicale consolidata negli anni, ma nel frattempo eravamo cresciuti entrambi e avevamo nuove esperienze da raccontare.
L’intuizione è stata quella di mettere insieme queste due cose, lavorando a ogni produzione e confrontandoci continuamente, per costruire un disco che avesse una direzione precisa. “N” è nato così: non come una raccolta di tracce, ma come un progetto condiviso, con una sua coerenza sonora e narrativa.

Avete costruito il progetto in maniera naturale. Ma a un certo punto, quando i brani hanno
cominciato ad accumularsi, avete stabilito una direzione precisa oppure è stato il materiale
stesso a suggerirvi la forma definitiva del disco?

L’idea di realizzare un album con una propria identità era chiara fin dall’inizio, ma il percorso per arrivare alla forma definitiva è passato attraverso una selezione. Abbiamo cercato di accumulare più brani possibili, lavorando senza porci troppi limiti, per poi scremare il materiale e tenere soltanto quello che ci convinceva davvero. Un paio di pezzi sono rimasti fuori proprio per questo motivo: volevamo essere sicuri che ogni traccia avesse senso all’interno del progetto. L’obiettivo era ottenere un disco omogeneo ma non monotono, capace di alternare introspezione, storytelling e momenti più legati al puro piacere di fare rap, mantenendo una coerenza sonora e narrativa.

Il tuo modo di rappare è cresciuto insieme ai cambiamenti del genere. Quali elementi della
tua tecnica senti di aver conservato dagli inizi e su quali, invece, hai lavorato maggiormente durante le registrazioni di “N”?

Penso di aver conservato soprattutto la passione per le punchlines e per i riferimenti, che fanno parte del rap con cui sono cresciuto e che mi permettono di costruire un immaginario personale. In “N” però, ho lavorato molto di più sulla metrica rispetto al passato, prestando maggiore attenzione agli incastri e alla costruzione delle strofe. Ho cercato di evitare le rime baciate e di rendere il flow più articolato. Per me la tecnica deve essere funzionale al risultato, non un semplice esercizio di stile fine a se stesso.

La produzione attraversa boom bap e influenze trap senza fare dell’autotune un elemento dominante. Come hai cercato di adattare la tua voce e le tue metriche a queste diverse strutture ritmiche?

Credo che la cosa importante sia stata trovare il modo di adattare la scrittura alle produzioni senza snaturare il mio stile. Il rap classico è il linguaggio in cui mi sento più a mio agio, ma non volevo che questo diventasse un limite dal punto di vista sonoro. Ho cercato di lavorare soprattutto sulla metrica e sugli incastri, trovando soluzioni diverse in base alle strutture ritmiche, ma mantenendo sempre in primo piano le parole e la mia interpretazione. Con RameBiz abbiamo cercato un equilibrio tra sonorità differenti, senza inseguire necessariamente le tendenze del momento e dosando l’uso dell’autotune che è giusto in un paio di ritornelli in cui ho accennato qualche melodia.

Nel disco compaiono Jack The Smoker, Loweasel, Ollie Giò e RMB Matt. Quale criterio hai seguito nella scelta degli ospiti e quanto hanno contribuito a portare prospettive differenti all’interno del progetto?

La scelta degli ospiti è stata legata soprattutto a ciò che potevano portare al disco. Jack The Smoker è l’unico rapper, oltre a me, presente in “N”. L’ho contattato personalmente perché lo considero uno dei migliori rapper in Italia e perché il suo ultimo album “Sedicinoni” mi ha fatto tornare la voglia di scrivere: l’ho letteralmente consumato.

Gli altri featuring sono invece affidati a cantanti, amici della mia zona con cui ho lavorato a stretto contatto, che hanno arricchito il disco con le loro melodie. Volevo che “N” fosse contaminato da sonorità soul, jazz e R&B, e il loro contributo è stato fondamentale per raggiungere questo risultato.

L’immaginario visivo realizzato da Maledicola ha un ruolo importante nella presentazione dell’album. Quanto ha influito il confronto con il collettivo sulla definizione dell’identità visiva di “N”, e che cosa ti ha convinto della proposta finale?

Con i ragazzi di Maledicola sono amico da anni, quindi anche in questo caso il rapporto umano ha avuto un ruolo fondamentale. La copertina mi ha colpito subito per la presenza del mare e per il contrasto che riesce a trasmettere: da una parte una sensazione di calma e staticità, dall’altra un movimento continuo, quasi caotico. Mi ci sono riconosciuto molto. In fondo, noi che viviamo sulla costa siamo un pò come quei gabbiani, legati a un territorio preciso ma sempre in movimento, alle prese con le turbolenze della vita.

Hai attraversato diverse fasi della produzione discografica, dal periodo dei mixtape all’attuale centralità dello streaming. Quando lavori a un album oggi, pensi ancora al disco come a un’opera da ascoltare dall’inizio alla fine oppure accetti che ogni traccia possa avere una vita completamente autonoma?

Sono ancora molto legato all’idea del concept album, perché per me un disco dovrebbe avere una propria identità e un filo conduttore che tenga insieme i brani, sia dal punto di vista musicale che dei contenuti. Naturalmente ogni traccia può avere una vita autonoma, ma credo che il valore di un album stia anche nella capacità di creare un’esperienza complessiva, in cui i pezzi acquistano un significato ulteriore proprio perché fanno parte dello stesso progetto.

Andrea Bastia
Andrea Bastia
Appassionato di cultura hip hop e writer, dopo qualche esperienza in proprio sul web approda definitivamente su Hano.

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