Potete ben capire come a uno come me, che ha nella polemica la propria missione di vita, non sia sembrato vero. Correndo probabilmente a conclusioni sin troppo affrettate, sono quasi scoppiato a ridere al pensiero che un artista (Luchè) possa anche solo pensare che aprirsi un proprio canale di impronta giornalistica sull’ambiente urban (su instagram), possa essere la svolta di cui l’editoria musicale aveva bisogno. Specie se quel network si propone come alternativa concreta alle marchette travestite da giornalismo “appecorinato” di Sto Magazine.

  • Come può un network creato da un artista ergersi a paladino dell’imparzialità? 
  • Come si comporterà davanti ad un eventuale flop discografico di Luchè?
  • Come commenterà i possibili buchi nell’acqua della sua etichetta discografia BFM?

Non è dato saperlo, ma seppur non dubitando dell’onestà intellettuale dell’artista campano, si fa fatica ad immaginare che il neonato Power possa permettersi una stroncatura di qualsiasi prodotto legato all’artista made in Naples o ai suoi amici. 

Dunque l’unica finalità di questo network sarà quella di essere trasparente nei giudizi e coerente con un gusto musicale che prescinda da qualsivoglia artista
Francesco Schiavone AKA RealCiccios

Chissà se saranno in grado di prescindere dal “qualsivoglia artista” che li paga ma francamente me lo auguro.

Poi, a voler proprio fare i polentoni sfigati, che la linea editoriale di un network campano sia scritta da uno che si chiama “Ciccio” è di per sé uno stereotipo talmente esilarante che mi riesce difficile trovare qualcosa da aggiungere. 

Insomma, per farla breve, ho schiacciato play sulla video intervista a Luchè (ma guarda un po’…) decisamente prevenuto, pronto ad assistere alla creazione della versione sudista di Stomagazine (Shtomagazzzine?) e invece… mi sbagliavo. O meglio, nonostante le premesse editoriali siano discutibili, il progetto mi sembra più genuino di quanto ci si sarebbe potuto aspettare.

Un video che mi è sembrato spontaneo anche nel non tentare di nascondere la sua innegabile approssimazione. É tollerabile una video intervista statica di oltre 40 minuti? No, a meno che l’intervistato sia Gesù la vigilia di Natale.

I due ragazzi poi, proprio come una Juventus qualunque in Champions, sembrano sentire il peso dell’appuntamento, dando più l’impressione di essere i vincitori del concorso “intervista il tuo rapper preferito” che due giornalisti. Eppure…

Eppure le domande non erano male, eppure la produzione video era carina, con un set e delle luci che cercavano di creare un’atmosfera un po’ diversa dalla solita scrivania formato Essemagazine/Noisey. 

Eppure preferisco vedere due ragazzi visibilmente emozionati nel ritrovarsi ad intervistare il proprio idolo che sorbirmi gli sguardi persi nel vuoto di uno pseudo poeta per 13enni in sindrome mestruale, eppure ci sono più domande quasi “scomode” in questi 40 minuti che in tutte le video interviste di rap italiano, eppure sono gli unici insieme al sottoscritto ad aver detto che “Calipso” è uno scempio o che nella musica italiana la critica costruttiva è da cercare, non da massacrare. 

Certo, si sono presentati come se le critiche agli artisti le avessero inventate loro quando io sono anni che mi prendo del rapper fallito, giornalaio, sfigato, fan di Fedez ecc. solo per essermi permesso di dire che l’ultimo disco di Fibra non l’avrebbe comprato neppure la madre, ma ci sta. A tutti piace sentirsi unici e speciali, e non sarò certo io a svegliarli da questo sogno. Buona fortuna ragazzi, non sarà facile. 

Dulcis in fundo, una menzione speciale per le ultime esilaranti imprese di Tonino Dikele, il George Weah del paraculismo. Per chi se lo fosse perso, recentemente Enrico Mentana e Mahmood sono stati ospiti di Basement Cafè, il format Youtube creato con i soldi di Lavazza. 

Una sponsorizzazione palesata persino dalla t-shirt che la versione street di Federico Moccia è costretto a indossare: una maglietta nera recitante “Lavazza” che lo rende simile, specie in combinata col berretto da pescatore di merluzzi, ad un barista di Corso Buenos Aires. 

Già me lo immagino il buon Mentana rivolgersi al povero Dikele con “per me cappuccio, brioche e una spremuta d’arancia”, per poi sentirsi rispondere che quello non è il cameriere ma l’intervistatore. 

Ecco, per celebrare l’ospitata di Mentana, Tonino si è lasciato andare ad una storia Instagram recitante più o meno così: 

Chiacchieroni abbiamo portato ENRICO MENTANA su Esse Magazine. Chiacchieroni dove siete? Con i soldi della monetizzazione vi compro una webcam

Grande Tonino, che classe. Il post per altro è stato prontamente rimosso a testimonianza di come questi poeti 2.0 siano più conigli dei peggiori hater da tastiera. Per altro, se proprio devi cedere all’arroganza, materia in cui mi sento forte, cosa vuol dire che ci compri una webcam? Figa che poverata. Compraci casa, una piscina, una bella macchina o una casa popolare a Busto Arsizio se proprio non trovi altro. 

Poi scusa, che tristezza è mettersi a fare il fenomeno con soldi veri e presunti del tuo canale di partito? 

Come sapete nel corso del suo Basement Cafè, Tonino è solito offrire spunti di riflessione ispirati a scene tratte dalle pellicole più stereotipate della storia. Avete presente quei film che  nonostante siano indiscutibilmente belli, sono i preferiti di tutti quegli stronzi che ai drink si mettono a fare gli esperti di cinema? Da Fight Club, a American History X, L’odio e tutti gli altri in fila. 

Ecco, a sto giro, mi permetto di suggerire un dialogo leggermente meno famoso. Il film si chiamaIl senso dell’amore” (Cameron Diaz, Jennifer Aniston) e racchiude un bellissimo dialogo tra un’escort (Cameron Diaz) e il suo ex fidanzato tassista.

La escort si lascia andare a una serie di commenti disdicevoli su come sia da falliti guidare i taxi e su come la sua vita da rampante escort di lusso gli abbia permesso di ottenere tutto quello che aveva sempre sognato dalla vita.

Impagabile il commento dell’ex-fidanzato:

Helen, nella vita è meglio guidare i taxi che succhiare cazzi

Oplà.

Ps. Comunque guardatela la puntata con Mentana. Contate i minuti che passano inesorabili prima che l’intervista “a Mentana e Mahmood” si trasformi in “Mentana intervista Mahmood” con un tizio vestito da pescatore che li guarda e interviene a caso nella speranza che il pubblico si ricordi che quello è il suo programma.

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Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra, frequenta un Master in Digital Journalism e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo. ALTRE COLLABORAZIONI: Rolling Stone, Noisey, Il Milanese Imbruttito