Intervista a un producer che si spende al cento per cento senza perdere il sorriso e la fiducia. Dai demo alle grandi produzioni, la fotografia di come dovrebbe essere, sempre, questo lavoro.

Allora Mastermaind,

yo!

Se dovessi presentare la tua bio a una persona che non ti conosce, che non sa niente del rap e del beatmaking, cosa diresti?

Allora, diciamo che nasco come beatmaker, ovvero colui che crea le basi per i rapper, almeno musicalmente parlando. Però sono sempre stato strippato di registrazione di suoni. E quindi ho sempre cercato di introdurre nelle mie produzioni dei suoni campionati nel mondo reale, da una porta che sbatte a un cassetto che si chiude, a un uccellino che canta, un riverbero particolare di un clap in un capannone. E quindi di inserire questi sample nelle mie produzioni per avere dei suoni più personali, mescolati chiaramente a quelli elettronici classici, piuttosto che strumenti canonici come chitarra, piano batteria, che piano piano ho anche imparato a suonare perché sono anche molto appassionato di strumenti veri e non solo di strumentazione analogica ed elettronica. E quindi ho cercato di creare il mio suono tra l’acustica, l’elettronica e il campionamento naturale, diciamo. E questo per quanto riguarda il mio percorso da beatmaker, da musicista.

Poi nel frattempo, dovendo anche cercare di sopravvivere nel mondo mi sono trovato un lavoro, un mestiere, che è quello di fonico e ho lavorato tanto nel mondo audiovisivo da documentari, cinema, format tv come fonico di presa diretta e come sound designer. E quindi poi ho unito questa professione di fonico con quella di musicista e tutt’ora mi occupo sia di sound design che di ripresa di suoni che di produzione musicale.

Il primo ricordo che ho del tuo lavoro è il demo di Posi Argento, nel quale erano presenti delle produzioni che, per l’epoca, erano davvero sassate.

Beh, intanto grazie. Anche io ho questo ricordo fantastico di quel demo. È il primo prodotto che ho portato a termine con un’altra persona, come produttore, perché fino a quel momento rappavo anche. Ma, da allora, ho cominciato sempre più a specializzarmi nella produzione musicale. Di Posi ho un bellissimo ricordo, lei era una persona coi cojones, come si dice, competitiva coi rapper maschi, che per allora era, non so, un granello di sabbia in una spiaggia, trovare una rapper così forte. E, come ti stavo raccontando prima dell’intervista, ultimamente mi sono tornato a sentire con lei, dopo vent’anni quasi, perché ho stimato molto questo lavoro che sta facendo anche lei di ricerca di suoni ambientali e di produzione musicale con questi ultimi. E quindi le ho scritto “Grande, ti stimo e ti invidio per quello che stai facendo perché sei riuscita a fare una cosa che sarebbe piaciuto fare anche a me a livello progettuale e anche visivo in modo molto professionale”,

E quindi ci siamo sentiti, sono molto contento, non è escluso che non torneremo a fare una collaborazione, magari sotto un altro punto di vista. E così.

In vent’anni, oltre alle sonorità, sono cambiate anche le tecnologie. È la macchina che impone il gioco o il producer che la utilizza per i suoi suoni?

Dipende dal producer. Io a tuttora faccio molta fatica a farmi comandare dalla macchina. Cerco sempre di fargli fare quello che voglio io. Detto questo, forse per produrre generi più attuali, forse è bene affidarsi un po’ di più alla macchina, nel senso che, parlo fuori dai denti, per produrre trap, almeno, trap intesa come quel genere che conosciamo tutti, standardizzato in quel modo, insomma bisogna utilizzare quei suoni, quelle sequenze, quelle programmazioni ritmiche. E ci sono dei software come FL che ti permettono di farlo in maniera molto intuitiva, che infatti vengono utilizzati molto da sbarbati che magari di musica non ne sanno molto ma grazie a quei mezzi riescono a tirare fuori delle produzioni che pompano tantissimo e hanno anche un senso musicale interessante. C’è da dire che, però, se segui quel filone, ti assomigli un po’ a tutto il resto. Cioè quando ti affidi alla macchina, la macchina ti aiuta molto a fare delle figate, il problema è che se poi tutti utilizziamo quei software e quei sample, suoniamo tutti uguali. Se invece cerchi di creare qualcosa di nuovo, sicuramente ti puoi distinguere, però non fai quel genere lì. Cioè se ti metti a produrre la trap senza l’808 campionando i cassetti non è più trap, non so come dire. Però non è detto che questa commistione di robe non possa generare un suono più interessante. Sai poi dipende anche da come ci rappa sopra il rapper, con che stile, quindi si possono creare delle sonorità più interessanti. Io invito i giovani produttori a ricercare, differenziarsi il più possibile, perché se no diventiamo degli impiegati del beatmaking e, non lo so, se qualcuno trova stimolo in questo, buon per lui, io no, io ho bisogno sempre di cercare stimoli nuovi nella produzione, suoni nuovi, non mi piace produrre con i suoni standard.

Si dice che uno bravo davvero, ce la fa con niente. Tu hai mai fatto i beat con la playstation?

(ride) Carlito ne sa qualcosa. No, con la Playstation no, ma con programmi anche peggiori quello sì. Detto questo, “con niente” non per forza vuol dire utilizzare comunque un computer. Ho fatto una storia Instagram ultimamente, suonando una kalimba e facendoci sopra beat box, creando quindi un beat? molto analogico di kalimba e beat box, quella è una base. C’è ritmo, c’è una melodia e, quindi, secondo me, dire se sono bravo o meno non sta a me, però diciamo che con niente si possono creare delle gran figate anzi, less is better spesso e volentieri. Poi io ho visto, sempre sui social, un ragazzo che suonava una chitarra e cantava, con la chitarra con una corda e basta. E picchiava sulla chitarra e faceva un beat con la melodia, col basso solo con una corda e ci cantava sopra. Sembrava di sentire una band e aveva una corda sulla chitarra. Quindi, si possono assolutamente fare delle grandi cose senza niente. E, forse è anche meglio. Nel senso, meno hai, più hai inventiva. Più hai e più l’inventiva viene a mancare forse, perché diciamo che il mezzo va un po’ a sopperire alla creatività.

Da artista, vivi un mondo costellato di esagerazioni. Come si riesce a mantenere la sobrietà ma, soprattutto, la professionalità?

Io forse sono fortunato perché ormai ho quasi quarant’anni e certe cagate le ho fatte in tempi più tranquilli di questi. E quindi diciamo che non sono più vittima dei meccanismi fashion piuttosto che di apparenza. Non so neanche se, avendo quindici anni oggi, farei rap, trap, insomma questa roba qua. Perché quello che mi ha stimolato a farlo quando avevo quindici anni comunque era una cosa, non il fatto che fosse di nicchia ma che fosse molto particolare. Mentre il novanta per cento dei ragazzi della mia età erano dei tabbozzi che andavano in discoteca, oggi il novanta per cento dei tabbozzi è diventato colui che fa la musica trap o rappa o produce o fa ste cose. Quindi, per come sono fatto, probabilmente avrei fatto altro. Credo che rispondere a questa domanda sia molto complicato, bisogna ascoltare un po’ se stessi e non andare dietro alla massa, per forza. Certo che quando sei ragazzino sentirsi accettati è una cosa molto importante, sentirsi parte di un gruppo. E quindi è una cosa molto complessa riuscire a sentirsi accettati, farsi accettare, ma non fare a pecorone tutto quello che fanno gli altri. Bisogna avere un po’ di amor proprio, sentirsi un po’ fighi per l’unicità personale.

Vivere l’ambiente della musica ad alti livelli può farti dimenticare la spontaneità, la voglia di spaccare, che avevi?

Intanto, più cresci, più il tempo è contrario, nel senso che corre molto più velocemente e ci sono tantissime cose da fare. E quindi si ha molto poco tempo per regalarsi dei momenti di creatività. E quindi bisogna attaccarsi a quelli coi denti. Quando ci sono quei momenti in cui si può creare, se ce l’hai dentro e non ne puoi fare a meno, puoi approfittarne per far quello e non magari giocare al computer, piuttosto che guardare mille serie tv. Cercare di, attivamente, sfruttare il proprio tempo libero per creare qualcosa. La cosa difficile, oggi come oggi, è mettersi a creare, parlo per me, quando mi trovo davanti al foglio bianco e devo produrre qualcosa è “Che cavolo faccio?”

Quindi sto ritornando un po’ agli albori, mi sto riscoprendo ragazzino con quell’entusiasmo di prendere e campionarmi i suoni, registrarmi gli strumenti, creare beat perché io è lì che trovo la mia creatività. Dalle piccole cose, da una registrazione fatta con l’iphone in metropolitana per esempio, che mi ricordo di averla fatta, la prendo, la estrapolo, la butto nel campionatore, la risuono e da lì viene fuori qualcosa. Quindi sto reimparando a fottermene di quello che c’è in giro perché forse negli ultimi anni, tra la pubblicità, tra seguire i trend, ho rischiato un po’ di perdere la spontaneità. Mentre la spontaneità è dentro tutti noi. Come sempre bisogna sapersi ascoltare, fottersene un po’ di quello che c’è in giro e divertirsi, cercare di divertirsi sempre.

Dammi tre nomi di gente che uno dovrebbe ascoltare.

Della scena italiana?

In generale.

Allora, tre nomi di gente. Va bene, uno che mi piace molto, ultimamente, italiano, è il Chinegro. Non so se lo conosci. Dettoil Chino. Mi piace molto, ho avuto modo di conoscerlo in una serata. Lui è un buon esempio di come si può essere fresh, fighi, perché è un figo, anche musicalmente intendo, però mette delle tematiche non banali, ha argomenti nei pezzi. Quindi il Chinegro tra i tre ce lo metto tutta la vita. Poi, va bene, consiglio di ascoltare una ragazza che sto producendo che si chiama Claudym. Lei non fa rap, lei canta, in inglese, la sto cercando di convincere a fare delle cose anche in italiano, ma lei mi piace molto perché è pazzerella, quindi ha delle idee musicali molto interessanti e mi piace produrla, perché mi stimola anche lei ad esplorare dei campi che non sono prettamente quelli miei standard. Poi, vediamo un po’, ehh queste sono le domande bastarde, sai è come quando ti chiedono una barzelletta, che ne sai mille, vediamo un po’… va bene dai, dico i Coma Cose, anche se ormai li ascoltano tutti e non sono particolarmente svelatore in questo caso, mi piacciono molto. E tra l’altro uno dei due lo conosco da quando eravamo ragazzini, che rappava da quando facevo le cose con Posi, era Fausto Lama. Lui è andato avanti, ha perseguito la sua strada, finchè non ha creato questo progetto insieme a Francesca. Il progetto è molto interessante sia dal punto di vista lirico che da quello musicale. Sono molto in gamba, stanno esplodendo e sono convinto che faranno sempre meglio.

Se incontri un ragazzino che vuol fare il beatmaker, cosa gli dici per far sì che lo faccia bene?

Allora, io gli consiglio, anche se è una cosa che può sembrare brutta da dire, però per imparare, di prendere qualcosa che gli piace molto e provare a copiarlo. Credo che copiare, ma proprio copiare copiare copiare, non per poi pubblicare quelle cose ma per esercitarti, sia un ottimo esercizio per studiare. Per studiare che cosa c’è dietro al lavoro di una produzione di un’altra persona, per analizzarla e quindi per poi trasformarla in qualcosa di tuo. Certo, all’inizio l’esercizio di copiamento può non sembrare il massimo della figata per un creativo, anzi è il contrario, però tecnicamente ti può insegnare molto. Da lì in poi, sfruttarequelle tecniche che si sono imparate copiando, abbandonare il fatto di copiare e fare qualcosa di personale. Quindi diciamo che, per imparare tecnicamente copiare. E analizzare, imparare. E la seconda cosa che poi consiglio è fare l’opposto, cioè smettere di seguire il trend ma cercare di trovare un proprio suono, di ricercare poi personalmente.Di ricercare, studiare. E di imparare a suonare degli strumenti! Sempre meno questi ragazzini conoscono la musica. Già i beatmaker della mia generazione non sapevano una minchia di musica, figurati oggi.

Io apprezzo molto quando vedo un produttore che suona. Quello è fondamentale. Imparate a suonare gli strumenti, imparate la musica.

Perché nel giorno in cui ci sarà un black out totale sulla terra, e ci troveremo coi computer spenti, potremo continuare a far musica coi tamburi, le chitarre, quant’altro e fare delle gran figate. Gli strumenti sono importanti da conoscere, non per forza di andare a scuola però, tanto oggi con internet si possono seguire tanti tutorial e tante cose. Però appassionatevi alla musica anche a quella vera, acustica.

Siamo arrivati all’ultima domanda.

Fatti una domanda e datti una risposta.

Esatto.

Tornerà in auge il buon vecchio rap? Secondo me sì!

Devo giustificarla anche?

Sì!

Secondo me in questo momento, a parte che sta già un po’ tornicchiando, sono sempre più apprezzati dei ritorni al classico modo di rappare e ai beat più dritti.

Credo che la trap sia molto entusiasmante, a me piace la trap.

Solo che, veramente, è stata strastrastra sentita ormai in tutte le salse e di salse ce n’è due, per farla.

Quello è. Ormai la trap è entrata un po’, diciamo, ha contaminato un po’ tutto.Quindi anche la trap si sta evolvendo ed evolverà.

Voglio dire, il blues, non è mai morto, fa sempre piacere sentirlo e il rap, secondo me, è il nuovo blues. Ormai c’è, esisterà per sempre perché è un genere che, forse per qualche anno aveva un po’ stancato anche quello ma adesso ce n’è bisogno di sentirlo, c’è bisogno di sentire un flow, c’è bisogno di sentire dei testi un po’ più importanti. Un po’ di stile, un po’ di personalità che nel rap c’era e nella trap forse un po’ di meno no? Per esempio, ultimamente ho prodotto un brano freestyle con Grido che si chiama OneShot, che ha avuto molto riscontro positivo, perché abbiamo sentito Grido rappare come si faceva allora. Ed è stato molto apprezzato. E poi ci sono artisti che continuano a farlo, come Salmo, che in qualche modo ha continuato a portare il rap fatto in un certo modo. Magari contaminato. Ecco, il rap si contaminerà con altri generi come ha sempre fatto, però tornerà a essere cool, sono sicuro. Adesso se sento un ragazzino che trappa dico, ah vabbè. Se sento un ragazzino che rappa dico oh finalmente, ma veramente? Non penso che sia qualcosa limitato alla mia generazione, perché abbiamo bisogno di sentire quelle cose. Oggi sentire un ragazzino rappare è una roba nuova quasi, capito, potrebbe essere un ritorno verso un certo tipo di entusiasmo.

Spengo il registratore.Poi continuiamo a parlare. Come sempre, fuori dalle domande, tra me e lui nasce un dibattito di livello, fuori dalle domande, freestyle. A un certo punto capisco che devo riaccendere. Nel momento in cui si parla dei numeri dei social.

[…] quindi quei numeri non servono a un cazzo. Tu puoi avere trecento like, ma poi quelle trecento persone ti vengono a vedere suonare. Piuttosto che averne un milione e avere comunque trecento persone sotto. E quando le aziende capiranno sta roba, andranno a mettere le loro risorse da altre parti, non solo investire su chi ha più visualizzazioni. Però devono capirla sta cosa. Purtroppo le aziende e le major sono delle macchine mostruose, vecchie, dove fanno fatica ad aggiornarsi, ora che si sono aggiornate e hanno capito un po’ come funziona è già cambiato tutto. Loro adesso pensano di aver capito tutto coi social e queste cose qua ma sono già cambiati i giochi secondo me.

Se ci pensi l’hip hop quando ha incontrato le major ha un po’ frenato no? Andava dritto con le jam, le cose.

Sì ci sono delle realtà, vedi Salmo con Machete è riuscito a farlo in modo giusto.

Il top è fare delle cose fighe, non marce. Perché forse ai nostri tempi eravamo un po’ troppo marci.

I cantanti di adesso non rispettano lo status quo. Forse i rapper di una volta sì? Non riesco a ricordare se, fossimo rivoluzionari o soltanto persone che proponevano una cosa nuova.

Mi viene da pensare, quando facevamo le jam, non ce l’avevamo contronessuno.

No no! Certoc’erano le quattro discipline, lo stare insieme, l’incontro, lo scontro. Lo stare insieme e, stando insieme, ci sentivamo che stavamo creando qualcosa. Che non c’era un cazzo. In qualche modo anche noi seguivamo un piccolo filone.

Sì però aperto. Anche verso le persone di un paese in cui andavamo a fare la jam.

Sì però ci piaceva anche questo aspetto disturbante nei confronti della società. Noi arrivavamo, facevamo la nostra musica, pitturavamo i muri. Pensavamo, però li rendiamo più belli i muri e riempiamo l’aria di musica e bassi. Musicafiga.

Forse però l’attitudine era costruttiva.

Per migliorare, per colorare la società.

Quella roba lì c’è ancora?

No, non credo. Perché non ci sono più gli spazi, non si creano più queste cose qui. Perché ce le creavamo noi queste jam, queste cose ce le autoorganizzavamo.Non c’è più questa necessità perché oggi per beccarti, per farti sentire c’è questa ca**o di roba qua (indica lo smartphone) e quindi lo puoi fare dalla tua cameretta. Però rimani lì.

Invece una volta dovevi uscire di casa, andare in una situazione e dire: ciao sono Mastermaind, facciamo freestyle, faccio beat box, insomma ci confrontavamo in questo modo. adesso ti attacchi alla telecamera, filtro bellezza.Però tutto questo riempie internet di roba, che non si capisce niente. Quindi bisogna tornare a farsi vedere dal vivo, io penso che oggi come oggi, basta pensare che coi social tu promuovi la tua musica.No. La musica va promossa coi vecchi cari canali, andare in giro a suonare, riuscire a passare per radio, avere i cartelloni in giro per la città, cosa che adesso stanno ricominciando a fare. Se vai in metropolitana trovi i cartelloni dei rapper, questa cosa l’hanno capita, è quello che fa figo. Perché ormaiessere qui dentro non fa più figo. Se sono in strada e vedo un cartellone con la tua faccia dico ah minchia, hanno fatto il cartellone. Quello fa figo ancora. Quindi si torna ai vecchi modi di.Fare.

Se ci penso ho molta più incertezza adesso che a vent’anni.

Beh, quello sai è difficile, a quaranta hai più disillusione, hai capito certi meccanismi, le prospettive che vedi davanti a te sono più limitate ma forse hai più focus. Il problema è un ragazzino a vent’anni. Vede davanti asé le stesse opportunità che sognavamo noi? Secondo me i ragazzini di oggi non sognano più un cazzo. Sono disillusi come dei cinquantenni, capito?

Ma tu a vent’anni cosa sognavi?

Sognavo di fare quello che sto facendo. Avere un mio studio, fare musica, di farla diventare una professione. In qualche modo ho realizzato il mio sogno. Non sono mai stato uno, soldi. Non sono i soldi il mio focus.È fare. Fare delle figate e stare con la gente. Ho la fortuna di insegnare alla scuola di cinema, sto coi ragazzi giovani, insegno loro il mestiere, sono molto contento di quello che faccio. Per me la mia professione e la mia vita coincidono molto. Quindi sono molto felice. Certo, un po’ più di certezze dal punto di vista economico mi farebbero stare più sereno, invece io faccio duecento cose per portarmi a casa il mio stipendio in qualche modo, però non riesco a fare quel salto. Non me ne fotte niente di comprarmi il macchinone, ma sapere che, minchia, non è che un mese sì e un mese no, rischio di andar sotto in banca, di aspettare poi il bonifico, di mandare le mail, recuperare con l’ansia.

Un filo di più di stabilità non mi farebbe schifo.Dal punto di vista invece dell’attività sono molto felice e so di avere i mezzi per mettermi in gioco, non essendo un rapper, non è che forza debba essere uno sbarbato.Ecco in questo momento mi piacerebbe lavorare con dei nomi un po’ più grossi, fare dei numeri.

E poi non riesco a dedicarmi al cento per cento alla musica, perché insegnando, facendo pubblicità facendo lo speaker di Mtv, facendo mille cose, non riesco a seguire dei lavori dalla a alla z.

Quello che vorrei fare adesso sarebbe chiudermi un po’ a produrre. Buttare giù un sacco di materiale e tornare dopo l’estate, settembre ottobre, con un buon archivio di produzioni particolari, col mio suono, magari pensare di fare un mio disco con tanti artisti, invitare in studio persone e proporre collaborazioni. Perché adesso mi sento scarico di roba, ho produzioni un po’ vecchiotte. E lavoro per commissione. Vorrei ricrearmi un po’ un giro, mi piacerebbe che lo studio diventasse un’etichetta indipendente, produrre ragazzi giovani, solo che va via un sacco di impegno. Piano piano cerchiamo di organizzare tutto. E basta. Cià fammi pagare i caffè.

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Michele D'Amore
Nato in Sardegna, mi innamoro dei libri a casa, con un amore odio che mi porta a giocarci, calciarli e scoprirli. Il mio primo libro è Mamma mi leggi. E poi Robinson Crusoe, Verne, Gotta. Da adolescente scopro i tascabili e leggo di tutto. Mi innamoro di Zola, Verga, di Oriana Fallaci. Amo Grisham, Peace, Clancy, Follett, Welsh e Manzoni ma, soprattutto, Calvino e Vittorini. I miei titoli preferiti: Marcovaldo, Colla e Uomini e No. Amo l'indipendenza, la libertà. Sposo l'idea di una letteratura popolare, dedicata a tutti.