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Intervista a Grido: con “Musica Eterna” ho ritrovato il divertimento nel fare rap

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Dall’inizio del suo percorso solista siamo arrivati al quarto album per Grido, quello dove, come ci dice lui stesso, ha ritrovato una nuova linfa, nuove motivazioni e ha ritrovato sè stesso. Il risultato di questa rinascita è sotto gli occhi (anzi le orecchie) di tutti, è sufficiente ascoltare “Musica Eterna“, il nuovo album appunto, per rendersi conto del momento di grazia del rapper milanese ex Gemelli DiVersi.

Ciao Grido, il tuo album si chiama Musica Eterna. In un periodo dove storicamente la musica dura molto poco, qual’è il modo per renderla “eterna”?

Molta musica oggi viene “confezionata” con i criteri perfetti per essere la hit della stagione sulla scia di una formula musicale, migliaia di canzoni tutte uguali di cui una bassissima percentuale fa davvero successo, una smisurata offerta di musica leggera, leggerissima.
Poi ci sono canzoni che colpiscono emozionalmente ad un livello più profondo, ci sono dentro sangue, sogni, sudore, c’è tutta la vita di chi le ha scritte e composte. Alcune canzoni trascendono il tempo è una delle magie della musica.

Nella tua carriera hai passato diverse fasi, dagli inizi con la Spaghetti Funk all’avventura con i Gemelli DiVersi fino al tuo recente percorso solista. Come è cambiato il tuo approcio alla musica in queste diverse fasi?

Con la SF e i GDV abbiamo sempre sperimentato tanto musicalmente, era tutto molto guidato dall’istinto e per quanto riguarda il rap era un terreno per molti versi ancora inesplorato in italia. Ora ho sviluppato molta più consapevolezza nel fare musica, con Segnali di Fumo e Diamanti e Fango (i miei due album precedenti) l’intento è stato quello di trovare un mio suono e una mia identità. Inizialmente è stato complicato rinnovarmi senza rinnegare nulla o snaturarmi, ma con Musica Eterna sento di esserci riuscito. Insieme a Mastermaind che ha curato tutte le produzioni, abbiamo delineato un’identità musicale che mi rispecchia al cento per cento, liricamente mi sono impegnato più che mai, ho ritrovato il divertimento nel farlo, la magia della nobile arte di incastrare le sillabe. Questo è il disco che ho sempre desiderato fare, dentro c’è tutto me stesso, non a caso l’anagramma è ME.

Nel tuo album rivendichi spesso il fatto di esserti fatto un nome attraverso la gavetta, pensi che questo percorso si sia un pò perso oggi? Si arriva troppo facilmente al successo secondo te?

Oggi le cose vanno molto veloce, ragazzi molto giovani possono avere da un momento all’altro molta popolarità, successo, record virali, esposizione, carriere lampo. Tutto questo diventa difficile da gestire a quell’età, ora il rap ha sfondato le porte di molti ambienti, ma culturalmente secondo me non viene ancora compreso fino in fondo e analizzato per quello che è, con i social si è costantemente esposti ad un giudizio superficiale che brama la novità il gossip e lo scandalo, quindi l’attenzione si sposta automaticamente dalla musica ad altro. Molto spesso tutto si traduce a delle grandi bolle che poi scoppiano e lasciano il posto ad un nuovo trend. Non so se fare successo sia più semplice, ma per certi versi fare successo oggi fa schifo.

In una tua canzone dici una cosa apparentemente leggera però secondo me molto significativa: “La scena mi stringe la mano, ho portato la f**a nel rap italiano“, spiegaci questa frase… al momento pensi ci sia abbastanza f**a nel rap italiano?

Sono parole di Fabri Fibra (ride ndr) mi riferisco al fatto che fino a prima dei Gemelli DiVersi il rap era un ambiente che non attirava molto l’universo femminile.
La proporzione era tipo 95% uomini, forse anche di più. Quando sulla scia del successo del primo disco abbiamo iniziato a suonare nei club (all’epoca un ambiente quasi totalmente estraneo al rap) c’era chi guardava con sospetto, chi ci detestava, chi si prendeva bene, ma soprattutto con la nostra musica e il nostro aspetto, possiamo dire anticonformista, avevamo appeal anche sul pubblico femminile. Inizialmente bastò questo per essere odiati da i detrattori puristi del rap ed essere bollati come una boy band, passati tutti questi anni e con il senno di poi la percezione è cambiata ed oggi certe cose sono state rivalutate, ad oggi è diventato un grande merito aver reso il rap meno “scacciafiga” (ride di nuovo ndr)

Detta in breve, quali pensi siano le principali differenze nell’ambiente del rap dal periodo in cui tu hai iniziato rispetto alla situazione odierna?

Quando ho iniziato si trattava di essere originali, di fare arte, di creare un proprio stile personale, di messaggio, di cultura, di rivalsa sociale, di elevazione di se stessi. Sono queste le cose che mi hanno fatto innamorare dell’Hip-Hop come movimento culturale, era il mezzo per potermi esprimere e cercare il mio posto nel mondo.
Oggi sento parlare di business, di marketing, di record, di numeri, di individualismo. Sono indubbiamente felice che il rap sia passato da essere un genere musicale bistrattato e per pochi al genere più ascoltato al mondo, ma a quale prezzo?
Non voglio sembrare troppo nostalgico ma l’ambiente del rap, ma direi la società in generale ora sembrano ruotare intorno a diversi cardini rispetto ad allora.

Poco tempo fa c’è stata la presentazione del documentario sulla Spaghetti Funk, raccontaci cosa ha significato per te essere parte di questa realtà e cosa hai imparato da essa.

Ho elaborato certe cose davvero solo rivedendomi nel documentario. Nella mia testa avevo un ricordo molto meno hardcore di quegli anni, arrivavamo sporchi di periferia in certi ambianti e facevamo come fossimo a casa nostra, mentre la stavo vivendo mi sembrava la normale evoluzione delle cose, ma riflettendoci fummo i protagonisti di una rivoluzione, riempire i palazzetti in quegli anni con quell’attitudine e avere quel riscontro da parte del pubblico era qualcosa di mai successo prima nel nostro paese, eravamo davvero come degli alieni per l’Italia che ci scopriva, ma noi non ce ne rendevamo conto perché eravamo semplicemente noi stessi. Ho imparato tutto dalla SF, è una famiglia che si è costruita attraverso l’amicizia e il rispetto, ed esserne un membro sarà per sempre motivo di orgoglio.

Fai un accenno anche al fatto di rappare ad una certa età, guardando gli ultimi due mesi non possiamo non notare che 3 album tra i più venduti in Italia sono stati pubblicati da rapper ultraquarantenni. Pensi che questa “maturità” sia ora un valore aggiunto, soprattutto per i testi e gli argomenti trattati?

Certamente, sta succedendo anche in America, che ciclicamente ha qualche anno di anticipo rispetto a noi, per il rap è arrivato il momento di dimostrare (di nuovo) di non essere un genere per ragazzini, e che come accade con il Rock non sta scritto da nessuna parte che a quarant’anni devi appendere il microfono o la chitarra al chiodo.

Parliamo del tuo rapporto con i social, ampiamente trattato nel pezzo con J Ax e Jake La Furia. Quale pensi sia il male di questi strumenti? Perchè i giovani (e forse non solo) ne sono schiavi?

I social sono un mezzo che avrebbe dovuto unire il mondo, invece pare che lo usiamo principalmente per odiarci l’un l’altro.
Ne siamo schiavi perché agevolano la nostra pigrizia, creano una grande dipendenza psicologica, ci sentiamo appagati dal non fare nulla e scrollare bombardati dagli input.
Ci rifugiamo in luoghi che però non visitiamo ma che guardiamo attraverso uno schermo, passiamo la maggior parte del nostro tempo cibandoci di informazioni che finiscono per non interessarci davvero, contaminati da pareri di persone che non conosciamo.
Internet è una delle più grandi invenzioni dell’ uomo e forse lo strumento più potente di sempre, ma la domanda è: quanto ci metteremo a capirlo e farne un buon uso?

Hai radunato praticamente il meglio della scena nel tuo album (Fibra, Jake, Clementino ecc…), qual è il tuo rapporto con questi big e come sono avvenute queste collaborazioni?

Sono tutti rapper di cui ho un grandissimo rispetto e con cui negli anni si è sviluppato un buon rapporto. Mentre facevo i brani mi veniva in mente chi poteva spaccare su quella traccia, dal primo all’ultimo hanno cacciato delle strofe incredibili in pochissimo tempo, Clementino era nel nord europa in uno dei suoi viaggi quando gli ho mandato il pezzo, la sera stessa mi ha mandato un video messaggio con la strofa. Pochi giorni dopo eravamo insieme in studio. Ed è andata così più o meno per tutti i brani, una cosa molto naturale. Da quelli con cui volevo fare un feat dal ’98 come Jake, fino ai miei fratellini VSA. Considerando la mia esperienza personale e quello che rappresenta questo disco, messi tutti insieme sono una buona cosa per il karma del rap italiano.

Si avverte in diversi punti del disco una sorta di “distanza”, se così vogliamo chiamarla, che vuoi tenere tra te e una parte della scena hip hop che forse a un certo punto ti ha voltato le spalle. Qual’è il tuo messaggio nei confronti di questi detrattori?

Sento di fare parte di un movimento musicale e culturale ma al tempo stesso faccio la mia strada, nei miei dischi racconto chi sono e come la penso, non riguarda solo la scena, io non mi riconosco in una società violenta, falsa e materialista, di qualunque ambiente si parli. Chi ti volta le spalle è qualcuno di cui non avevi bisogno.

Andrea Bastia
Andrea Bastia
Appassionato di cultura hip hop e writer, dopo qualche esperienza in proprio sul web approda definitivamente su Hano.

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