MILLENNIAL è un disco che parla di identità, appartenenza e cambiamento. Dentro ci sono le contraddizioni di una generazione cresciuta tra cassette, internet, contatto umano e rivoluzione digitale, ma anche il percorso di un artista che continua a vedere il rap come cultura prima ancora che come musica. Tra influenze internazionali, esperienze sociali, collaborazioni importanti e una forte componente autobiografica, OYOSHE costruisce un progetto che prova a fotografare il presente senza perdere il legame con ciò che lo ha formato. Ne abbiamo parlato con lui per approfondire la visione che anima MILLENNIAL e il ruolo che l’hip hop continua ad avere nella sua vita.

“MILLENNIAL” sembra un disco che parla tanto del presente quanto del cambiamento. Che fotografia volevi lasciare della tua generazione?
Di una generazione solida nelle scelte, ma sensibile allo stesso momento. Il fatto che abbiamo vissuto l’avvento dei 2000, questi primi segnali di volerci spaventare, ci hanno insegnato a difenderci facendo si che le nostre radici culturali venissero contaminate fino a un certo punto. Siamo quella generazione sopravvissuta all’avvento della tecnologia senza caderci totalmente schiavi all’interno. Ci siamo lasciati affascinare, ma molti come me non hanno perso la passione per il tatto e per il contatto umano, per il suono analogico, o addirittura abbiamo avuto la capacità anche di andarci a cercare quello che non avevamo vissuto, rispetto ai tempi odierni, dove se una cosa non è uscita poche ora fa non la consideriamo, e quello che consideriamo ha una così breve durata che fa si che poche cose possano lasciare il segno, come gli avvenimenti ai tempi lo hanno lasciato in quelli della mia generazione.
Nel progetto c’è una forte componente culturale oltre che musicale. Quanto conta oggi, per te, rappresentare ancora certi valori hip hop?
Purtroppo, nella musica di oggi sembra quasi che non avere valori sia un vanto. Vengo dal periodo in cui i più grandi non te la facevano passare e dovevi faticare parecchio per guadagnarti rispetto. Anche solo per una chiacchiera. Ho sempre cercato di emanciparmi, tanto che ho iniziato a leggere più libri e a vedere più film solo per alimentare la mia dialettica e le mie conoscenze verbali per incrementare il freestyle. Insomma, ispirarmi a tutta una concezione appresa da una cultura così vasta di disciplina ma che si muovono tutti sotto gli stessi principi, mi ha influenzato parecchio anche come persona nella vita. Molto spesso mi rimetto anche io, che non sto facendo Hip Hop. Io sono Hip Hop.
Il disco passa da momenti molto duri ad altri più introspettivi. Quanto è stato importante lavorare anche sulla componente emotiva?
È stato tutto spontaneo, e soprattutto vero. Con questo disco ho dato priorità alle vicende più recenti della mia vita. Sia personali e relazionali, che quelle che derivano proprio dalle mie esperienze umane, professionali e artistiche degli ultimi due anni. Ovviamente quando fai anche una musica che tende al conscio, tendi a scavare e a tirare somme di vita passata non sempre recente, ma la penna questa volta mi ha portato a scrivere di vicende fresche vissute come una rottura, o perdite di persone importanti e altre vicende che hanno tirato fuori gran parte dei brani di “Millennial”
Hai sempre mantenuto un percorso molto indipendente. Ti sei mai sentito fuori posto rispetto alle logiche dell’industria musicale?
Devo dire la verità? In parte sì. Dico in parte perché non mi piace declinare tutto a terzi se sono arrivato a un determinato punto. Quello che ho è anche risultato reale di quello che sono riuscito a fare e a ottenere. Ma me ne sono accorto quando ho raggiunto vette personali con delle collaborazioni con artisti riconosciuti in tutto mondo, ma ho dovuto comunque faticare tanto per far sì che questi progetti arrivassero ai più, e chi come me ha una struttura indipendente alle spalle, si sa, non è facile. Il percorso è sicuramente più lungo per quelli come noi, e spesso mi dico che va bene perché così mi godo anche il paesaggio, ma noto spesso che le persone non cercano più qualcosa, ma qualcuno. Vogliono sentirsi rappresentati da qualcuno che osa e osanna più di loro, per i troppi falsi miti che sono stati diffusi, le persone pensano che la felicità sia nello status, che chi è ricco è felice. Ma non credo sia così, per questo tendo a pensare che più che voler diventare qualcuno, vorrei poter riuscire a diventare qualcosa.
Musicalmente il disco guarda molto anche all’estero. Quanto pesa oggi la scena internazionale nel tuo immaginario?
Da sempre collaboro con i miei artisti internazionali preferiti. Le ultime più rilevanti sono state con Rome Streetz e Crimeapple. L’influenza, oltre al sogno di espandere i propri confini, è anche relativa ai miei gusti musicali e ai miei ascolti. La maggior parte degli artisti internazionali con cui collaboro sono gli stessi che entrano nei miei radar di ascolto; quindi, inevitabilmente quando produco mi ispiro a loro o almeno alla mia traduzione personale di certi stili, linguaggi e culture, riflettendoci tutto quello che sento in comune con me, il mio contesto musicale e la mia città.
Lavorare con musicisti e strumenti reali quanto ha cambiato il risultato finale del progetto?
Il compromesso tra strumentale e sampling è come il compromesso che la mia generazione ha impartito con il progresso e la radicalità. L’equilibrio crea un risultato innovativo e che tiene insieme un ascolto più contemporaneo e uno più sofisticato e nostalgico. Nell’album hanno suonato Andres Balbucea che è il tastierista dei Funkin Machine, un gruppo iconico del funk napoletano e della nuova wave vintage proveniente dalla mia città. I bassi in tante tracce sono suonati e spesso uniti anche a 808 come in “King Dell’Hardcore”. Anche io oltre al sampling, tra keys e synth invento le mie melodie e i miei pattern, per avere qualcosa che proviene proprio dal mio istinto musicale e non si rifà a nessuno se non alle mie idee influenzate dalla musica che ascolto.
Se dovessi descrivere “MILLENNIAL” con una sola immagine, quale sarebbe?
Le persone. La gente. Il popolo e le sue idee.

