Soundtrack: La Paura

Una regola sottesa del giornalismo stabilisce che all’aumento di frasi con un certo impatto cresce l’interesse verso un articolo. Allo stesso modo, gli artisti sanno che se in un’intervista la sparano grossa, l’attenzione verso la stessa si amplifica. Fondamentalmente, questo principio vale per tutto e in ogni campo, ma quando si tratta di media si calca la mano (per avere un esempio, vedi alla voce Sfera Ebbasta vs Sangue Misto, ndr)*.

«Mi dicevano di esagerare un po’ la realtà / Ma diventa innocua senza credibilità»

Il 9 ottobre, al Fabrique di Milano, si è esibito Pusha T. Per l’occasione, Noisey Italia ha invitato DrefGold per “Concertini”, la rubrica in cui la giornalista Carlotta Sisti intervista le star della musica partendo dal concerto a cui hanno assistito insieme. Nella fattispecie, oltre che da Nitro, il live del rapper di “Daytona” è stato aperto da Priestess, cosa che è stata usata come pretesto per l’interessante domanda: «Stasera si è esibita Priestess, da poco è uscita anche un’altra rapper che è Chadia Rodriguez: come vedi le donne della nuova scuola?», alla quale la Kanaglia ha risposto:

«In Italia non mi sembra fatta bene, questa cosa, proprio per niente. Mi sa che ci vorrà ancora del tempo perché si riesca a tirare una quadra intorno a questa situazione, anche perché se ci pensi pure con i maschi c’è voluto un sacco prima che non sembrassero dei babbi, coi vestiti 20 taglie più grandi. Uguale con le tipe, ma si deve partire da un altro presupposto: le cose vanno fatte fare a chi le fa. Io non sono assolutamente contro il rap al femminile, ma ci vuole un vissuto di un certo tipo. Per esempio, in America le donne rapper vengono da situazioni estreme: Cardi B, per dire, era una che lavorava in uno strip club. In Italia mi pare si stiano facendo delle cose acchitate, giusto per fare del business. Non lo sento vero, non mi viene da dire “minchia, quella tipa lo vuole fare davvero, ha l’urgenza di farlo”. Sono mezzo sicuro, lo sento quando le tipe cantano, che non è genuino. Non ci sono le corrispettive né di Sfera, ma nemmeno di Rkomi, Izi e via dicendo e mi sa che non c’è nemmeno tanto il bisogno che ci siano. Ma questo lo vedremo a breve, quando suoneranno in giro.».

In pratica, con una sola risposta è riuscito ad andarci pesante su due argomenti: rapper della golden age e fly girl.

«Siamo come padre e madre, insegniamo a camminare a questo piccolo stivale senza inciampare»

Le reazioni non si sono fatte attendere. La prima a reagire alle dichiarazioni del trapper è stata Valentina Cesarini, giornalista di Tv Sorrisi e Canzoni, che su Twitter ha fatto notare come, spesso, non c’è coincidenza tra l’essere e il fare scena nel mondo del rap, anche e soprattutto da parte degli uomini.

Lo stesso tweet è stato ripreso due volte da Ghemon per bacchettare DrefGold. Il rapper e cantautore di Avellino, ha evidenziato l’ignoranza nei concetti espressi sia riguardo il rap al femminile sia per le parole sui predecessori dei ’90.

«Spiegazioni, più o meno, ma non basta»

È legittimo avere una propria opinione, ma nelle parole di DrefGold c’è poca chiarezza. Non credo che abbia voluto criticare i rapper dei ’90, seppure quella è una realtà totalmente diversa dalla propria. Il suo giudizio riguarda la credibilità dei rapper. Con parole sbagliate, ha evidenziato che, in Italia, l’immaginario del rap non ha avuto sùbito credito, anzi c’è stato bisogno di tempo affinché il rap si affermasse anche tra i più scettici, di fatto non era usuale ascoltare rap ai livelli mainstream di oggi. Tuttavia, ha lasciato la porta aperta alla polemica in quanto il suo concetto gioca proprio sul filo del rasoio. È come se avesse criticato gli ascoltatori tirando in mezzo gli artisti. Se l’è giocata male. Sulla questione delle donne nel rap ha azzardato, anzi l’ha proprio fatta fuori dal vaso. Partiamo dal presupposto che non ci sono differenze se a rappare è un uomo o una donna. Se sai stare sul pezzo, se hai flow, se la metrica è giusta per il beat, se hai carisma e se il brano prende bene, personalmente mi interessa poco cosa c’è sotto la biancheria, poi non nego che a me la voce femminile che rappa piace e pure molto. Il suo parere, per me, non è condivisibile, perché non reputo essenziale provenire da “situazioni estreme”, soprattutto se poi si riporta l’esempio dello strip club come se tutte le donne che lavorano in tali locali fossero costrette a farlo per sopravvivere. Le circostanze difficili, quelle “situazioni estreme”, per me, sono quelle famiglie che tirano a campare con lavori precari senza sentirsi in obbligo di optare per le chiappe al vento come unica alternativa. D’altronde, se viene menzionata una a caso come Chadia Rodriguez mentre si parla di qualità nella musica, di quell’esigenza menzionata da Dref, di personaggi studiati a tavolino e di corrispettivi femminili dei trapboy, non si può dargli completamente torto. Ad esempio, l’ultimo singolo dell’artista di casa Doner Music dal titolo “Sister (Pastiglie)”, escludendo il beat composto da quella garanzia di qualità che è Big Fish, a me non ha lasciato nulla. A mio avviso, il personaggio costruito da Chadia è una forzatura, sembra la copia di tanti altri trapper attualmente in voga, non vedo e non sento né distinzioni né peculiarità. Il mood è sempre lo stereotipato droga-sesso-soldi-successo, le rime sono semplici e il flow è standardizzato, poi, però ci sono le view e il numero degli streaming che le danno ragione, al contrario dei commenti su YouTube.

Probabilmente, la gente vuole questo, quindi l’appiattimento del genere è motivato, ma ci vuole tempo per tirare le somme e capire se questa è solo una transizione oppure è quello che continuerà ad affermarsi.

*Per approfondire la questione, leggi:

«Anche la scorsa generazione di musicisti non si incontra con la nuova / Non possiamo essere uguali ma dobbiamo fare della diversità una forza»