Intervista alla scoperta di chi ha fatto un’epoca, fuori da leggende metropolitane e chiacchiere di corridoio.

Ok, allora, un grande ritorno, insieme. Com’è stato incontrarsi e fare un disco?

E/ Allora, bene o male entrambi avevamo voglia di fare un disco: a me mancava il producer e a Mauri il rapper in quel momento. E quindi c’è stato proprio l’incontro giusto al momento giusto: la serata di presentazione del documentario dei Colle a Santeria Social Club dove ci siamo beccati in una mega crew di old schooler, ci siamo beccati con Skizo e abbiamo deciso di fare qualcosa. All’inizio doveva essere qualcosa di più semplice: un ep o forse solo qualche singolo sparso, perché comunque abbiamo tanto repertorio già assieme, come Lotta Armata, piuttosto che Il bacio della notte, delle tracce che sono rimaste molto per la gente, quindi volevamo fare qualcosa per ravvivare la situazione.

Poi Skizo si è presentato qui con quindici beat molto belli, poi ne ha riportati qui un’altra quindicina, alla fine avevamo troppo materiale per fare una roba mordi e fuggi.

S/ Alla fine lui è il responsabile di questo incontro, non ci si vedeva da tempo per vari e svariati motivi di vita, di tutto, di musica.

È stato Next One. Next One è stato il motore di questa cosa, è proprio lui che ci ha ravvicinato e ha detto: “È giusto il momento per fare una cosa insieme. Secondo me è una cosa giusta”.

Io ci ho pensato ed è stato all’inizio un po’ pesante perché tutte le cose che faccio cerco di farle bene, per cui è un atto di responsabilità tirar fuori un disco. Per me non è solo ok, facciamo un disco. Quindi sì, mi sono presentato con parecchia roba che avevo e su cui continuo a lavorare costantemente come esercizio di musica. Molte robe calzavano a pennello. Alcune erano anche già state registrate, chiaramente le ho rivisitate e da lì è nato il tutto. Però veramente il motore di questa cosa qua, devo ringraziarlo, è stato quel luogo. Non tanto Santeria, ma la situazione: che ci fossimo noi, che ci fosse Next, che ci fossero i Colle, eravamo tutti insieme, forse è stata un po’ quella chiave che ha detto, vai fai una roba nuova vai, falla.

Spiegatemi il titolo.

E/ Allora, fai conto che il titolo l’ha coniato Skizo, perché dovevamo capire come si chiamava la traccia per lavorarci sopra, quando mi ha detto Sangue e Amore io ho risposto: questo è il titolo dell’album! Perché, appunto, è una grande passione per noi far musica, poi diventa ovviamente il lavoro proprio perché vogliamo dare la maggior parte del tempo alla musica che facciamo. Quindi ovviamente bisogna pagare le bollette! Ma prima di tutto è un’esigenza, quindi Sangue & Amore è il titolo esatto, passione totale.

S/ C’è un dualismo quando fai la musica, c’è una parte carnale e una parte intima. Quando fai la musica vuoi muovere qualche cosa, ma quando tu la fai ti si muove un qualcosa. Genericamente, mentre io compongo una serie di canzoni come in questo caso, dieci o più, almeno durante la composizione o l’esecuzione di una di queste, mi emoziono. Non mi vergogno a dire che nell’esecuzione e nel riascoltarla, tutta la notte dopo, mi capita anche di piangere, mentre sento la roba che ho fatto, perché sono molto felice di quello che ho fatto. Per cui per me quello è un po’: il sangue è la parte carnale e l’amore è la parte intima che esce fuori. Io non so se qualcuno prova emozioni sulla mia musica ma, sinceramente, prima di tirarla fuori, devo sapere che ha emozionato me a un livello molto alto, altrimenti la casso.

Cosa vuol dire fare un album con questo sapore nel 2019?

E/ Così come suona 90’s, non avremmo potuto farlo un disco così nei 90’s, quando ci affidavamo per il mastering a professionisti più abili di noi per esempio, per delle cose tecniche avevamo delegato molto. Adesso, con l’esperienza, abbiamo gestito tutta la cosa in due e questo ha accelerato i tempi, siamo riusciti a fare in sei mesi un album per il quale poteva volerci magari anche un anno.

C’era l’esigenza di far star roba. Nel rap si collabora molto, si fanno molti featuring, però se la canzone non spacca anche il featuring non serve spesso no?

S/ Per quanto mi riguarda, ti dico la verità, io negli ’80 non sapevo che suonavo qualcosa degli ’80. Poi arrivarono gli anni ’90 e non sapevo che suonavo qualcosa dei ’90, infine arrivarono i 2000 ma io andavo avanti. A un certo punto ho affinato quel suono e sono sicuro che piacevole o non piacevole, tu quando senti una cosa mia, se avrai occasione di sentirla, ti accorgerai che è proprio la mia, non quella di un altro. Un po’ per la costruzione, un po’ per la similarità delle note che uso, un po’ per i suoni che vado a scegliere. Comunque a me, fare un disco negli ’80 o farlo nel 2019 non è che è cambiato molto, l’importante è che lo faccio bene e che sono felice di quello che sto facendo. Poi sinceramente io penso che ci sia un’utenza per tutto, non bisogna rincorrere troppo delle cose. Bisogna essere noi stessi: il suono di Sangue&Amore così come quando faccio una collaborazione su un disco di Gruff o di Inoki: per me sono tutte sonorità leggermente diverse ma in cui puoi riconoscere la mia firma e che sono il frutto di tutto quel percorso lì. Quel percorso non va mai deletato, va solo migliorato. È vero che cambiare idea nella vita è un punto di forza. Il mio cambiare idea è aggiungere un gradino, non è cambiare idea. Cambiare idea per cambiare idea, o cambiare musica per cambiare musica lascia un po’ il tempo che trova. E avrebbe un po’ le gambe molli. Per cui io cerco di aggiungere un piccolo gradino alla mia costruzione e quello è il mio cambiare idea. Cambio idea su me stesso, sulla mia storia, sul mio modo. Ma non cambio idea: la mia musica era solida nel 1984 ed è solida nel 2019. Per forza.

Lavorare insieme a un album, com’è stato? Com’è funzionato il processo creativo?

S/ Fondamentalmente, per il mio modo di lavorare non può essere a distanza. Deve esserci comunque un processo in comunione, nello stesso ambiente per alcuni episodi. Poi ci si può allontanare e fare ca*are l’uovo no? Per dire, io faccio il mio no? Faccio la mia parte, dico la mia cosa, elaboro la mia parte musicale, lui la sua. Però diciamo che, comunque, questa cosa è nata per un’accensione. Non questa, l’hip hop è nato per accensione, per stimolo. Non è nato con “io faccio una cosa, poi te la propongo, tu la fai”. So che questo può sembrare stupido, perché nell’era moderna le persone usano spedire pacchetti di zip dove tu poi decidi qualcosa, prendi qualcosa, la elabori. Ma io ci tengo veramente che, sulla composizione, ci sia un qualcosa che sia appagante per me ma anche per l’altra persona. Poi una volta che il meccanismo è lanciato ci si può lavorare anche un po’ a distanza, però, secondo me alla vecchia maniera, in studio chiusi, raccontandoci la nostra, vengono fuori cose splendide, molto più che lanciandosi basi via etere.

E/ Sì, ci siamo visti più volte, ci vedevamo per scegliere i beat, poi Skizo tornava nel suo laboratorio, io stavo nel mio, scrivevo, gli mandavo le voci, insomma c’erano dei momenti per i quali dovevamo stare insieme per forza e questo è stato un valore aggiunto. Per dirti, una sera ci siamo visti un documentario sul pre Kool Herc, il concetto delle feste nei parchi, la musica ad alto volume, l’idea del sound system importato dalla Jamaica, la formula del presentatore che faceva le rime: allora ci siamo documentati su questa roba qua e siamo stati lì a vedere tutte queste crew che facevano già cose. Anche se poi chi le ha codificate è stato Kool Herc “quello è un mc, quelli sono bboy”, il padre fondatore è stato Kool Herc ecco. Ma erano cose che succedevano già in maniera diffusa: l’idea di beccarsi la domenica e il sabato, nel giorno libero, al parco con la musica, col cibo, pic nic di famiglia e barbecue è stato quello che ha generato questa cultura. A tutt’oggi è così, il posto più bello dove fare le feste hip hop quando c’è la bella stagione, è il parco.

S/ È vero, questa cosa che ha detto lui è molto importante, fare musica insieme non è solo fare musica, vuol dire parlare di musica, sentire la musica, godersi un video, vivere insieme una cosa che tutti e due abbiamo in comune. Un’idea, che abbiamo in comune, di questo suono. Poi torni a casa e il suono viene naturale, non c’è il suono per il signor X e il suono per il signor Y. C’è il suono per le persone mature. Mature, intendo musicalmente parlando. Si può essere maturi, musicalmente parlando, a quindici anni.  Non bisogna averne cinquanta. Però, dal mio punto di vista, bisogna viverla la musica, non solo scriverla.

Parlando di tracce. C’è ancora la guerra?

E/ Allora inizia il disco con il giusto tributo a Lotta Armata, che è il pezzo che abbiamo fatto anche con Polare, quando eravamo una vera e propria crew, un periodo in cui giravamo insieme, ci confrontavamo molto. Poi in realtà Lotta Armata veniva fuori in un momento in cui c’era una grossa attenzione del mercato sul fenomeno, però il mercato produce sempre una versione un po’ più pop. Il fenomeno in realtà è sempre un po’ più genuino, come dire. Trovi la polenta taragna anche al supermercato, ma quando vai a mangiarla all’agriturismo è… più taragna! È più buona, più real. Quindi è un po’ quella differenza lì, che c’è tra l’hip hop indipendente e quello grosso. Il secondo è per accontentare tutti, ma che forse lascia un po’ scontento chi ha il palato fino. Noi ci dedichiamo invece a una parte, che non è di sicuro quella più grande, di gente che vuole ascoltare qualcosa di più genuino ma anche ricercato. Vogliamo parlare ancora per un sacco di gente che, in una realtà alternativa, in una democrazia musicale, merita il suo spazio e la sua dignità.

S/ Sì quel suono lì è il suono di Lotta Armata. Sono andato poi a riprendere lo stesso disco, è un disco di kop giapponese che avevamo campionato all’epoca, l’ho manipolato, ho dato lo spazio a uno degli Alien Army, Dj 5L, per fare la piccola parte scratch. Sì io, in varie situazioni ho detto che era un po’ una dichiarazione di guerra, l’hip hop è una dichiarazione di guerra, cioè anche il bboy stance è una dichiarazione di guerra. È una guerra, chiamiamola, guerra pacifica, ma comunque tu sei in missione per andare a un altro livello ogni volta. Per cui, ovviamente, quel suono mi piaceva riportarlo indietro e fare capire che ripartivamo da lì per visitare nuove sonorità sul disco.

C’era una volta, è semplicemente nostalgia o c’è un messaggio?

E/ Guarda, io addirittura avevo scritto C’era una volta ancora prima che arrivasse il beat. Ho pensato, ci vuole un testo che faccia capire perché è bello il suono classico anche a chi non l’ha conosciuto. Quindi far capire che c’è stato veramente tanto a forgiare quel movimento nei Novanta. E la cosa bella è stata mostrare il video della canzone a dei ragazzi giovani, che magari puoi pensare siano innamorati di un suono più moderno, e tutti ci hanno detto “ah ma quante feste che facevate, incontri, quante situazioni che c’erano!”

E da lì gli è salita la voglia di saperne di più. Quindi la canzone è nata proprio per dire, celebriamo l’era che fu, dell’oro, e allo stesso tempo tramandiamo questa cosa, perché chi vuole farlo oggi, può sempre farlo. Anche noi, quando abbiamo cominciato a farlo c’era già quello stile da un po’ di anni.

S/ Per me quella roba lì è la mia visione. Musicalmente, quella canzone lì è stata composta prima nelle melodie e poi nella ritmica, guarda caso mi sono accorto che la ritmica era abbastanza veloce e poteva proprio essere dedicata a un certo tipo di situazione. Ma feci la melodia, la melodia dava quel tipo di emozione lì, e per me quella cosa è fondamentalmente la prova che non ci sia bisogno di codificare una roba con un nome, perché questa cosa diventi famosa. Non c’è bisogno di appellarsi a un movimento, a un nome, a una cosa. L’hip hop è nato molto prima. Ai tempi dei Radical Stuff noi eravamo un susseguirsi di cose, questa cosa esisteva precedentemente. E il marchio più importante avviene proprio, le citazioni all’interno sono importanti, quello è il marchio, quella è l’aggregazione che ha fatto questa musica. I dischi sono dei gadget che dà l’artista. E sono dei pezzi di plastica importantissimi da memoria. Sono come degli hard disk. Ma il nocciolo viene creato molto prima, prima del cellulare, prima dell’mp3, il nocciolo viene creato in un momento in cui c’è un’ispirazione guardando una cosa, guardando una roba, quando si disegna una lettera, quando si sbozzetta. Quella è la storia che genererà poi, molto più avanti, un disco. E il disco sarà un mero hard disk di questa cosa. Da consegnare agli altri. Non è il pezzo che fa la storia. Il pezzo che fa la storia solitamente è quello che tu non hai mai visto. Che rimarrà in un angolino ed è quello che ha generato sta roba. Che l’ha inventata e non l’ha voluta codificare perché non lo sapeva nemmeno lui. Le cose quando vengono fatte, mentre tu le stai facendo sono già vecchie, per chi compone una cosa avanguardistica, capito? Perché quando gli viene dato un nome, è già roba vecchia, per l’avanguardista è roba vecchia.

Rock to the beat secondo me è il pezzo più energico dell’album. Mi ricorda le notti di Milano.

E/ Quello è il pezzo che è stato fatto due o tre anni fa, è Esa e Skizo nelle varie epoche in cui abbiamo fatto più collaborazioni. Quella era già la firma giusta. Mauri l’ha ritrovata e ha detto “questa è potentissima, non possiamo non metterla nel disco”. Ti do un’anteprima, a ottobre dovrebbero uscire i remix, con Dj 5L coordinato anche da Skizo. Se vi è piaciuta la versione dell’album, ve la godrete di brutto anche col remix.

S/ Quel pezzo lì l’ho fatto anni prima. Io sono stato sempre poliedrico come dj. Io nelle mie notti non ho mai fatto un dj set che fosse di una sola tipologia. Ho sempre usato, come metro di giudizio, una tradizione. Quando finisco, prendo, e faccio tutta la circonvallazione di Milano. Se questa canzone, ripetuta per tutta la circonvallazione di Milano, notturnamente parlando, regge al traffico, alle luci, ai semafori, a quello che succede, vuol dire che per me è ok. Il punto epico è il cavalcavia. Quello è il punto epico, sei in alto non ti vede nessuno, sei lì alle quattro di notte che ti ascolti questa canzone. In tutte le mie cose ci sono delle luci notturne. Però deve reggere tutto questo giro. Se lo regge, quando arrivo a casa penso: va bene.

Penso che ogni artista abbia dei suoi riti, questo è uno dei miei.

Con Orgasmi Meccanici abbiamo fatto la stessa cosa. Ci chiudevamo in auto, in quattro, e facevamo tutto il giro della città a volume alto. E se questa cosa reggeva, non so come spiegarti, Milano ha un suo fascino, checché ne dicano. Soprattutto di notte, quando non c’è il traffico. E ha un suo ritmo. Se questo ritmo calza con le luci e con la notte di Milano, spacca.

"Sangue & Amore" Cover
Esa e Skizo “Sangue & Amore” Cover

Come vi ponete nei confronti della scena in questo momento? Puntate a tutti o avete una vostra nicchia di fedelissimi?

S/ Beh, c’è uno zoccolo duro. Ovviamente spero, con tutto il lavoro che ho fatto in tutta la mia vita artistica, di aver creato uno zoccolo duro a cui voglio bene. Sicuramente io cerco di non scontentare mai quello zoccolo duro. Ma la musica si rivolge sempre un po’ a tutti. E ha sempre la pretesa di sfidare quei confini di età, quei confini di suono, quei confini dettati un po’ dal mainstream che vuole che la musica venga confezionata in un certo modo altrimenti sei out. Questa cosa qua l’ho vissuta dagli ottanta. Ogni era ha avuto un momento in cui qualcuno ti veniva a dire che dovevi fare quel qualcosa perché saresti stato al top.

Però purtroppo, di tutti quelli che hanno fatto quel qualcosa, cioè sono veramente pochi che sono arrivati al top e pochi che vedo ancora, sono scomparsi. Soprattutto quelli che hanno detto: “Ok seguo il pubblicitario, seguo l’etichetta fino alla morte”.

Io, sinceramente, ho la presunzione di arrivare un po’ all’orecchio di tutti e, tra virgolette, facendo un lavoro di istruzione della musica, lavoro in parecchie scuole, vedo che il mio know how non è obsoleto per nulla. Riesco a comunicare. Fino a che tu riesci a comunicare ed emozionare qualcuno, non c’è un’età.

Per cui io spero che il nostro disco possa arrivare, anche solo per una canzone, al ragazzino di quindici anni. Perché io non ci vedo niente di male, come tanti dicono. Li invidio i ragazzini, hanno tutto il mondo davanti, hanno il potere in mano. Io spero che anche solo una delle mie canzoni vada in mano a questi ragazzi giovani. Non ho messaggi, non voglio insegnare niente, voglio soltanto comunicargli ed emozionarli, anche alla loro età. Quell’età è stata una figata, non ho mai lasciato neanche un giorno senza aver fatto qualcosa di super.  E quindi, siccome le mie canzoni le reputo un’azione coraggiosa, io spero che, sinceramente, di darle a tutti, anche al ragazzino dell’ultima ora.

E/ C’è la fortuna che noi abbiamo dei fan giovani che sono dei fratelli minori, o nipoti o addirittura figli di appassionati di hip hop. Questa roba, come è sempre stato, va per passaparola, per raccomandazione di un amico, di una persona vicina che riesce a influenzarti su questa cultura. Come diceva Skizo, oltre alla musica uno scrive di vita, un pensiero, una filosofia. E questa era la musica come la concepivamo noi.

Esa. Vai e vieni. Cos’è successo nell’ultimo anno. E perché tornare.

E/ Ah sì ecco, a un certo punto ho mollato. E siccome noi ci facciamo ufficio stampa da soli, per esigenza diciamo. Li ho anche avuti nelle vecchie carriere. Sinceramente i social sono diventati per l’artista il metodo di comunicare direttamente con la sua fan base. Alla base della comunicazione c’è anche un buon uso dei social. Noi siamo sempre stati all’occhio su queste robe qua, per quello che serve. Non per lamentarci o svarionare. Per proporre magari cose di insegnamento, la musica che seguiamo, quella che facciamo, quella delle persone che ci sono vicine. E quindi, c’è stato un momento che ho voluto dire nei social basta, mollo. Ma perché comunque l’impegno è sempre grosso quando si fanno le cose. C’è stato un momento forse di saturazione del lato un po’ più pop del movement, che non c’era quasi più spazio per le robe un po’ di culto ecco. Quella roba lì mi aveva fatto un po’ scendere la catena. Fortunatamente avevo questo sogno nel cassetto di diventare pittore, quindi ho dipinto per sei mesi. Dipingendo ascolti un sacco di musica. Quindi ho dovuto riprendere. Mi sono ispirato tantissimo nel periodo in cui ho dipinto. E adesso continuo a dipingere e a suonare, ho aggiunto, diciamo, un piatto nuovo nel menù, e farò la mia prima mostra questo inverno, a Milano, all’NH Hotel di Duca d’Aosta. Da metà novembre a fine dicembre saranno esposti una ventina di miei quadri dedicati molto alla mia passione per la musica, perché raffigurano molti dei miei dischi preferiti. C’era anche un po’ un senso di legare i due percorsi il più possibile, perché lo sono già di fatto.

Dipingere è un nuovo cammino energizzante. Mi ci vedo da vecchio, anziano, a disegnare tutto scialato, magari in cima a una collina, paesaggi… (ride).

Skizo. C’è così tanto autotune in questo periodo che ne parla anche il Lercio. Eppure lo scratch, è sempre capace di esaltare. La tua sull’argomento.

S/ Intanto, l’autotune, è inutile che te lo dica, è qualcosa che esisteva. È un qualcosa che è stato ripreso, voglio dire, hanno implementato un vocoder. Non la lancerei come, non sai cantare e allora devi usare l’autotune. Ai tempi esisteva il vocoder ed era la stessa cosa. probabilmente c’era un po’ più di maestria ed era un po’ più dedicato a una musica che era fondamentalmente costruita su delle note con l’implementazione del vocoder.

L’autotune, per me, ha aperto probabilmente qualche piccola strada a qualche cane che non riusciva a mettere le due cose insieme, però ascoltando molta di quella gente lì, ci sono delle cose valide e meno valide. Per quanto mi riguarda, di quel genere musicale a me piace la parte molto essenziale. Prediligo roba che suona veramente forte, roba molto scarna dove vado a sentire la programmazione della batteria molto elevata, dove sento i triplettamenti dei charleston, dove sento l’uso di una 808 ma non raccattata per strada in cantina o in qualche mp3, ma roba che suona veramente. Per cui, ho sentito della roba che suona veramente forte, ho suonato nel mio set la roba di quel tipo lì, ma per me non è una novità. Noi, quando tutti si allenavano su boom bap a 90 bpm, noi già ci allenavamo su della musica elettronica. Noi già, per fare delle scomposizioni ritmiche, ci allenavamo sui tempi terzinati, per cui per noi, quel suono lì, è un suono che già cercavamo, che già conoscevamo e, come ti ho detto prima, se non segui qualcosa, difficilmente sarai sempre secondo, qualche volta ti capiterà anche di essere primo, inconsapevolmente.

Lo scratch sorprende per un motivo. Perché è abbastanza non duplicabile. Non è facile. Domattina io e te ascoltiamo un brano trap, ci facciamo una mini cultura su quello che può essere il suono, ci compriamo anche qualche composizione midi, siamo due poveracci, ce la possiamo anche fare a fare un pezzo. Ma purtroppo un giradischi è una di quelle cose, così come uno strumento, per il quale devi pagare un dazio molto molto pesante, anni di lavoro, di scomposizione, di dedizione. E per mantenere, lo dico per esperienza, non ci possono essere tanti giorni off, perché quella cosa esce subito. La manualità è una roba molto dura. E quindi lo scratch continua, e continuerà sempre a sorprendere, perché non ha padroni. E, con l’andare degli anni, per il fatto che rappresentasse una cosa molto avanzata, si è scelto lui dove appoggiarsi e dove andare.

Volevo spezzare una piccola lancia, perché non se ne parla tanto, ma siamo ormai da anni che, come DMC, ci facciamo un grosso culo a quadri, ottenendo risultati. A volte siamo riusciti ad arrivare nei primi tre posti a livello mondiale, alcune volte ci sono state delle vittorie nei campionati mondiali, ci sono posizionamenti serissimi in tutto il mondo, siamo riconosciuti in questa cosa, com’è riconosciuto il modo del bboy italiano nel ballare. È riconosciuta. Non è solo la tecnica, è l’insieme che provoca l’emozione. Tu con un rap in italiano puoi provocare un’emozione, noi l’abbiamo provocata, noi abbiamo rappato a tempo a Brooklyn. Non capivano quello che dicevamo, ma l’emozione si capiva.

E/ Anche quest’anno siamo andati in Germania, ospiti dagli amici Torch, Toni L, di vecchia data con la crew Connessione con Rival, e abbiamo suonato di fronte a una massive crucca di millecinquecento persone, forse duemila. Abbiamo fatto un’ospitata giusta, noi avevamo fatto un featuring molto conosciuto per cui la gente sapeva di noi ma non ci aveva mai visto. Quindi arrivare lì e fare un rap che non capivano, ma che già avevano un po’ nell’orecchio perché conoscevano bene le canzoni di quel disco, con gli scratch di Skizo che in un ambito internazionale ha fatto la sua porca figura come sempre, ci ha dato la conferma che, se proposto in un modo giusto, il rap è un tipo di musica che può tranquillamente emigrare a livello mondiale. Poi ci sono tanti italiani un po’ ovunque, quindi quello che non capiscono gli altri glielo possono tradurre.

S/ Sì è vero, in Germania c’è una situazione molto interessante. Perché la Germania ha quel popolo nuovo, chiamiamolo giovane, comunque dedicato ad altre sonorità, ma anche un movimento dedicato a un suono più tradizionale. Molto bello. e non c’è una faziosità, c’è solo facciamo musica. Ci incontriamo. E poi una cosa molto bella che ho visto in Germania riguarda il fatto che molte persone della vecchia scuola siedono in sedie importanti. Gestiscono ditte, gestiscono marchi. Questa è una cosa molto bella da vedere, che la fatica e il soldo guadagnato non sono dei piccoli flash. In Italia ci sono dei piccoli flash, che durano un anno, due anni. Lì invece c’è molta attività di crew, di gruppo, sono molto uniti. E da sempre hanno avuto gli occhi aperti, come noi li avevamo, a livello europeo. Non stanno a porte chiuse, si vogliono confrontare, hanno questo stimolo a fare delle ospitate o noi ospitare loro.

In un momento storico in cui l’Italia legge meno che vent’anni fa, qual è il vostro modo di approcciarvi alla cultura?

E/ Io quest’estate ho letto un bellissimo racconto di fantascienza, dove delle palle aliene arrivano sulla terra, vengono avvistate dove c’è il mare, l’oceano e poi sprofondano nel mare e ci sono questi mostri terribili che tirano giù le navi. E poi iniziano a costruirsi delle armature, attaccano gli umani, arrivano nelle città, è una figata. E l’ho potuto leggere meglio in vacanza, adesso già che sono tornato nei ranghi leggo meno, appunto frastornati da mille stimoli, di cui la metà vengono dal web. E quindi, durante l’anno, la lettura riesco a seguirla meno, anche se è una roba bellissima.

S/ Allora guarda, anche questi sono segreti del mestiere. Io cerco di mantenere molto vivo il cervello. Pratico arti marziali da quarant’anni. La cosa che sto facendo nell’ultimo periodo, per tenere la testa molto ben centrata; guardo film senza audio, guardo solo le immagini. E dopodiché nell’ultimo periodo ho introdotto l’ascolto, a letto, delle parti vocali dei film. Sentire il film in audio, è totalmente diverso. Tu ti fai il tuo film. Negli anni che furono ho musicato dei film muti. Ho anche rimusicato dei film non muti. È un lavoro che vorrei riprendere questo, perché ti tiene viva la creatività. Cultura non è solo studiare. È anche elaborare cose. Far lavorare la testa. apprendere cose in maniera totalmente diversa.

In questo momento storico, lo streaming ha cambiato la fruizione della musica. È una costante che avete tenuto presente nella costruzione dell’album o invece siete andati dritti seguendo la tradizione?

E/ Allora, ricordiamo a tutti quanti che, per tutto il mese di settembre sarà possibile acquistare e pre-ordinare il vinile di Sangue&Amore. Stiamo facendo una specie di pre-ordine misto crowd funding dove chiediamo ai fan di comprare già la copia che poi arriverà a dicembre. Molta gente ci ha già chiesto questo disco in vinile, qualcuno timidamente lo chiede anche in cd, però diciamo il vinile è un’impresa un po’ più complicata, richiede un po’ più di tempo. E quindi ci preoccupiamo prima del vinile che per noi è un bell’oggetto, siamo abbastanza felici.

S/ Sono tutte formule di lavoro, ogni epoca ha la sua. In questa devi essere molto attento ai tempi, molto attento ai modi, alle maniere, a come impattare sul mercato. Per cui sarebbe una stupidità dire a me non interessa. Purtroppo si vive in un’era digitale. Io non devo essere un full digital ma non devo nemmeno essere un ignorante che non sa che questa cosa qua esiste. Per cui, ci sta anche a volte proporre il disco senza doverlo studiare per il momento e per il mercato. Per esempio, il disco nuovo che abbiamo fatto, non è stato pensato per. È stato pensato per fare un disco. Così come quello nuovo di Alien Army è partito da subito.

Questa cosa la facciamo per fare il meglio che sappiamo fare. Il giusto tributo agli anni di lavoro che ci abbiamo messo. Strizzando anche un occhio sui tempi di ricezione della gente. Che sono diversi. Un tempo un disco te lo portavi dietro anche un anno, te lo mangiavi, te lo sentivi, te lo gustavi. Adesso devi anche un po’ creare la suspense del disco che arriva, sperare che le persone lo acchiappino e lo ascoltino. A volte i lavori che per te sono durati molto molto tempo, per altri hanno un secondo, un minuto.

Poi un’altra che volevo dire, che odio, è il fatto di poter prendere una canzone sola. Capisco che è un mercato on demand questo. Però per me, ogni disco è un po’ un film, dall’inizio alla fine, la durata, la copertina. Ha quel suono. Per me è un po’ come prendere un quadro e ritagliare soltanto la faccia. A volte se tu vuoi bene a un artista, è una brutta parola, però ti devi sucare un po’ tutta la cosa. Te la devi ascoltare tutta.

Per chiudere. Dove possiamo seguirvi live?

E/ Adesso, riscuotendo attenzione dai locali e dai centri sociali, partiremo con un tour autunnale. Lo comunicheremo da ottobre, poi a novembre e dicembre saremo un po’ dovunque nelle grandi città. Adesso non dico niente, però fortunatamente abbiamo un bello storico, il disco nuovo piace come concetti, abbiamo raccontato bene le cose, interessanti, il lancio dei bei messaggi, abbiamo tanti cavalli di battaglia. Quindi c’è tanta gente che si vuole ascoltare i classici. Il live sarà composto un po’ da pezzi nuovi e un po’ da pezzi storici. E quindi è un bello spettacolo. A Bologna lo abbiamo fatto e la gente è impazzita.

Bologna è una piazza speciale.

Abbiamo un sacco di bei contatti in un sacco di città.

S/ Io non è che abbia molto da aggiungere, ho più progetti in giro, ho questo con lui e il mio disco personale che sto per tirare fuori a breve, quello con Alien Army, quindi mi troverete in giro con queste realtà.

Volevo cogliere l’occasione, insomma, per ringraziare Hano perché è una realtà che riesce, a volte, a esaminare generazioni, momenti, frammenti di questa storia degli ultimi trentacinque anni e passa, non perdendo dei colpi. Vi ho visto presenti nel parlare di cose contemporanee ma lucidi per analizzare le cose vecchie. E non è semplice. Perché purtroppo è facile perdere i colpi. Ne ho visti tanti. Quindi vi ringrazio per avermi dato la possibilità di esprimermi.

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Michele D'Amore
Nato in Sardegna, mi innamoro dei libri a casa, con un amore odio che mi porta a giocarci, calciarli e scoprirli. Il mio primo libro è Mamma mi leggi. E poi Robinson Crusoe, Verne, Gotta. Da adolescente scopro i tascabili e leggo di tutto. Mi innamoro di Zola, Verga, di Oriana Fallaci. Amo Grisham, Peace, Clancy, Follett, Welsh e Manzoni ma, soprattutto, Calvino e Vittorini. I miei titoli preferiti: Marcovaldo, Colla e Uomini e No. Amo l'indipendenza, la libertà. Sposo l'idea di una letteratura popolare, dedicata a tutti.