Mi sono seduto davanti al macbook pronto a scrivere un articolo fastidiosamente snob su come guardare X-Factor sia la prova definitiva del ritardo mentale. Affermazione che di per sé ha un suo vago fondamento ma che purtroppo non corrisponde al mio reale pensiero. Io il programma lo guarderei anche ma vivendo all’estero mi tocca bestemmiare abbastanza per riuscire a guardare la serie A a colpi di streaming dai siti marci rumeni. Quelli dove il telecronista ti sta probabilmente dando del figlio di puttana a tua insaputa e dove tutti i calciatori si bloccano peggio di Andreotti. Ecco, sta tortura me la subisco per guardare Inter – Milan, di certo non per guardare Fedez frignare se gli si rovina lo smalto.

In realtà il problema non è X-Factor in sé, anzi. E’ un programma televisivo fighissimo, condotto da quell’adorabile volpone di Alessandro Cattelan, e che continua il suo successo nonostante in oltre dieci anni si siano affermati più artisti di talento dalla sagra della porchetta di Ariccia (RM). Sì lo so, ha lanciato Mengoni, forse Noemi e i Maneskin (la Michielin non la prendo manco in considerazione), ma tutto sommato mi sembra un po’ pochino per un programma che ci scassa la uallera da dodici edizioni.

Quello che però mi continua a lasciare perplesso, nelle mie “scrollate” selvagge su Twitter alla ricerca di Pornostar over 40, è come la stragrande maggioranza del suo pubblico non si sia ancora resa conto che si tratti di uno show televisivo, con le sue regole e i suoi trucchi, che poco o nulla ha a che vedere col vero mondo della musica.

X-Factor sta alla musica come il Wrestling sta alla MMA o alla Boxe: sembrano la stessa cosa ma in uno si sanguina mentre nell’altro si ammicca alla telecamera mentre fai finta di tirare un gancio. Oh, il wrestling è una figata. La frog splash di Eddie Guerrero (Rip) mi fa ancora sognare ma non posso andare da Mike Tyson e dirgli che lui e Big Show facevano lo stesso lavoro. Mi spiego?

Potete capire quindi la mia diffidenza quando l’altra sera mi sono trovato davanti a una serie di tweet a dir poco estatici per l’inedito di uno dei concorrenti di questa edizione, Anastasio.

Ci ho pensato un po’ su e alla fine mi sono convinto a darci un ascolto.

Ecco, se prendiamo come termine di paragone quel poverino con la storia tragica che non sapeva andare a tempo dell’anno scorso, Anastasio è una sorta di reincarnazione di Tupac, non ci piove. Se però prendiamo il rap o quello che un rapper dovrebbe fare, ritorniamo invece al discorso del Wrestling. Pezzo figo con un ritornello che mi ha dato più di qualche brivido, ma detto questo c’è un motivo per cui Anastasio sta lì. Qual è? L’effetto lacrimuccia. Sempre quello.

La solita solfa del giovane ragazzo con le turbe che scrive per esigenza e che bla bla bla. Che palle. “8 mile” pizza margherita edition. Anche il testo più lo riascolto più mi sembra una gran paraculata pronta a lasciare il segno nei cuori delle estetiste di mezza Italia. Si intenda, la mia critica non è al ragazzo che mi sembra pure simpatico e che ha sicuramente confezionato un brano che funziona. La mia critica è a quel branco di disadattati che non capiscono come ogni anno guardino l’ennesima versione dello stesso giochino senza capirlo. Storie personali strappalacrime, lacrimucce, testi paraculi di pseudo emancipazione e sofferenza, “il futuro della musica italiana” e in men che non si dica non ci si ricorda più manco che faccia abbiano. Spero di sbagliarmi perchè gli artisti sono le uniche vittime innocenti di questo massacro mediatico, gli unici a cui non mi sento di augurare nessun tipo di fallimento anzi. Ho letto interviste di più di un ex concorrente in cui si spiegava come sia difficile il ritorno alla realtà dopo mesi passati immersi in una bolla di sapone in cui tutti ti ripetono che quella è la tua grande occasione. Finisci per crederci, e quando poi quella bolla scoppia fa molto più male.

Ma perchè esiste X-Factor? Semplice, sono finiti i soldi.

C’è stato un tempo in cui le etichette discografiche avevano abbastanza soldi per permettersi di scommettere su artisti sconosciuti, presi dalla strada. Persone che con i giusti consigli e con la guida di manager pazzeschi, sono state trasformati in artisti di fama planetaria.

Quello che non si poteva prevedere era l’arrivo della pirateria che ha trasformato l’industria in una sorta di ragazzino che con 20 euro in discoteca deve pagare ingresso, sigarette,  cocktails e i preservativi.  Finiti quindi i soldi si è dovuti correre al riparo investendo su gente che fondamentalmente non aveva bisogno delle etichette discografiche per sfondare. Con l’effetto collaterale che oggi artisti come Salmo, possono benissimo fare a meno della major di turno in tutto e per tutto.

Poi l’intuizione: le etichette si sono rese conto che con la creazione di un programma televisivo paraculo al punto giusto, sarebbe stato nuovamente possibile mandare gente promettente a fare un giro di giostra mediatica prima di decidere se investirci altri soldi. X-Factor, come per altro suggerito da Fabri Fibra nel suo libro “Dietrologia” alcuni anni fa, forse serve proprio a questo. Magari serve alle etichette discografiche per mandare le proprie “scommesse” a farsi un giro di promo gratuita in un programma di indiscutibile successo.

E se fosse che da qualche parte in Italia qualche discografico avesse messo gli occhi sui vari Mengoni, Maneskin e perchè no, Anastasio molto prima delle selezioni del programma televisivo? Se tutta la baracca non fosse altro che una sorta di Hunger Games musicale in cui si è disposti a tutto pur di ricevere i “doni” del pubblico da casa? Forse.

Caro Anastasio, un consiglio. Vai su Twitter e scriviti i nomi di tutti quelli che in questi giorni ti stanno paragonando a una sorta di incrocio tra Dylan, Eminem e Caravaggio. Poi, invece che far crollare “la cappella Sistina” che sarebbe un peccato, parti dalle case di questi stronzi quando tra due mesi non ti compreranno il disco. Infami.

Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra, frequenta un Master in Digital Journalism e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo. ALTRE COLLABORAZIONI: Rolling Stone, Noisey, Il Milanese Imbruttito