Annalisa
Annalisa

Diciamo la verità, fare quelli fighi super hipster che il Festival non se lo filano di striscio ha rotto il cazzo. Certo, storicamente la musica e la compagine Sanremese sono spesso rette che non si incontrano mai, ma questo non è un buon motivo per  non appassionarsi al trash che mamma Rai riesce a regalarci ogni anno.

Anche quest’anno, manco a farlo apposta, gli spunti non sono mancati. Innanzitutto si potrebbe parlare delle teorie cospiratrici che aleggiano attorno al teatro dell’Ariston: il papillon di Claudio Baglioni, perennemente storto o rovesciato, sarebbe segnale inequivocabile di come quello non sia Claudio Baglioni ma bensì, il sosia di Paul McCartney mascherato, il quale, stanco di prestarti alla sostituzione di star minori come il membro dei Beatles, ha finalmente deciso di fare un ulteriore step nella sua carriera di sosia prestandosi alla sostituzione del grande Claudio nazionale. Il vero Baglioni in questo momento, si troverebbe in una clinica svizzera per ultimare la propria trasformazione in Ornella Vanoni. Il mistero si infittisce.

Michelle Hunziker? Il suo tattoo ostentato con encomiabile fierezza, è degno omaggio a tutte le shampiste che dal 1999 al 2004 si sono tatuate lo stesso identico tribale per sfoggiarlo nelle discoteche più becere delle provincie italiane. Punti bonus per le accoppiate con stelline e ali d’angelo sopra il culo: Tamarra.

Anche la finale dell’altra sera è stata densa di emozioni forti. Indimenticabile il monologo di Pierfrancesco Favino che, immedesimandosi nella disperazione di un immigrato, ha commosso il pubblico Sanremese. Nessuno racconta però come dopo aver visto arrivare Baglioni e Fiorella Mannoia (nomen omen), l’immigrato impersonato dall’attore romano avrebbe detto: “Tutto sommato sta Libia non è poi male”.

La vittoria finale è andata a Fabrizio Moro ed Ermal Meta con il brano “Non mi avete fatto niente  che, dopo le polemiche per il plagio, è viva testimonianza di come in Italia il provare a farla sporca premi sempre e comunque. Beffati sul finale “Lo Stato Sociale” con “Una vita in vacanza“, comunque insigniti con il “Premio Fabio Fazio” (la statuetta dedicata all’artista più paraculo del festival), e una sorprendente Annalisa con “Il mondo prima di te“.

Eccoci. Siamo arrivati al vero motivo di questo articolo e unica suprema ragione di questa inutile introduzione che, ai fini del mio piano, ha la stessa utilità dei sottotitoli nei film muti. Dovete sapere che io la musica italiana, data anche la posizione geografica di residenza, faccio onestamente fatica a seguirla, specie se gli artisti in questione appartengono a generi che un pò aprioristicamente non rientrano nelle mie corde. Per farla breve, io prima della serata di apertura del Festival, non ero a conoscenza del fatto che esistesse una cantante di nome Annalisa.

Ricordo che non appena è comparsa sullo schermo del mio onoratissimo Macbook Pro, estasiato dalla possibilità di riprodurre in streaming cotale splendore sotto forma di pixels, mi sono lasciato andare alla stessa esclamazione con cui il Leopardi era solito rivolgersi alla sua amata Silvia: “Sti cazzi che figa”. A volte il dolce stilnovista che è in me erutta quando meno me lo aspetto.

Consapevole che la fregatura doveva per forza nascondersi dietro l’angolo, dentro di me pensavo che per compensare il fatto che fosse palesemente la donna della mia vita, la canzone che si accingeva a cantare doveva essere necessariamente un simil Trucebaldazzi arpeggiato. Invece no. Non solo era una bella canzone, ma l’esecuzione ha rasentato la perfezione.

Mi ricordo benissimo di essere andato a letto quella sera con una sensazione strana. Questa Annalisa aveva davvero troppi pregi e io, che solitamente cerco di rovinare anche il Natale ai bambini, mi sono svegliato il giorno dopo determinato nel trovare un qualcosa che me la facesse stare amabilmente sul cazzo. Apro youtube, e dopo aver digitato “Interviste Annalisa”, mi sono guardato ogni conferenza stampa mai rilasciata dall’artista di Savona negli ultimi 15 anni. Il risultato è sconvolgente. Non è solo figa, non solo sa cantare ma… è pure intelligente. Chiudete tutto, è una creatura mitologica come le spogliarelliste dal cuore d’oro.

Laureata in Fisica, ho addirittura trovato un’intervista su youtube in cui fa parallelismi tra la musica  e la fisica, passando per una citazione di Frank Zappa (“Parlare di musica è come ballare di architettura”). Davvero troppo per essere vero.

Mi scuso infine con il Festival per tutte le cose brutte dette in passato. Se non fosse per voi non avrei scoperto che da qualche parte laggiù in Italia vive quanto di più vicino ci possa essere alla perfezione. Sì, considerando che non le parlerò mai e che lei non saprà mai della mia esistenza forse non è un granché, ma scalda comunque il cuore.

Perchè “Sanremo è Sanremo”, ma anche la figa non scherza.

Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra, frequenta un Master in Digital Journalism e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo. ALTRE COLLABORAZIONI: Rolling Stone, Noisey, Il Milanese Imbruttito