Oh my God! C’è del rap nel nuovo disco di Gue Pequeno!
Oh my God! C’è del rap nel nuovo disco di Gue Pequeno!

Calma, che già vi vedo smanettare sui vostri smartphone pagati a rate smaniosi di cogliermi in contraddizione (“Visto leccano anche loro il culo agli artisti gne gne”). Il disco mi fa schifo, come è giusto che sia per ogni essere umano correttamente provvisto di due orecchie funzionanti. Per carità, un album così in una discografia potrebbe anche starci. Ecco sì, uno. Quando invece sei alla terza versione dello stesso disco, qualche domanda artisticamente sarebbe forse giusto farsela.

 

 

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Il tentativo di sforzarsi di fare un prodotto il più possibile assimilabile ai gusti del nuovo pubblico mi sembra innegabile. Un ultimo colpo di reni nel tentativo di rimandare di un altro giro di giostra la caduta nel dimenticatoio, inevitabile per chiunque. Anzi, Gue Pequeno, probabilmente il rapper più forte d’Italia, è riuscito a rimandare questa discesa negli inferi oltre ogni rosea previsione e questo, se non altro dal punto di vista imprenditoriale, merita di essere sottolineato. 

I numeri infatti, continuano a dargli ragione e in fondo questa è l’unica cosa che conta. Loro liberi di scalare le classifiche e di pagarsi la mercedes, noi liberi di dire che è un disco fiacco. Dovrebbe funzionare così.

Si tratta di business e la legge della domanda e dell’offerta continua ovviamente a farla da padrone. Il popolo dei bambocci chiede rime su borselli, soldi e melodie reggaeton? Chiedete e vi sarà dato e, tutto sommato, “Sinatra” rimane la migliore versione possibile di questo aborto musicale che si sente in giro. 

Tuttavia, un brano all’interno del disco è in grado di compiere il miracolo. Ossia quello di farti venire il dubbio, per i 2 minuti e 36 della sua durata, che si possa fare ancora del rap con la “cazzimma” in Italia.

Bastardi senza gloria” in featuring con Noyz Narcos, è quasi una liberazione. E non solo perché il rapper romano, tra i featuring del disco, è l’unico di cui Gué non può essere anagraficamente il bisnonno. Un sample figo, un immaginario forte e delle barre. Le barre, queste sconosciute. 

Mentre lo ascoltavo mi chiedevo se però le nuove generazioni avessero salutato il pezzo con lo stesso entusiasmo. Alla fine la musica è tutta un punto di vista. Quello che per me è l’unico brano con un’anima, per un ragazzino del 2000 potrebbe forse essere il punto più basso e noioso. Potrebbe persino stupirsi che le strofe altro non siano che un articolato incastro di rime e metriche, finendo poi per domandarsi perché vi siano così tante parole, perché non abbia un ritmo ballabile reggaeton e sul perché cazzo non ci siano versi a caso per riempire gli svuoti tra una rima (non chiusa) e l’altra. 

Probabilmente fossi nato 10 anni dopo la penserei anche io nella stessa maniera. Se ci pensate quando eravamo ragazzini ci sono state proposte una marea di cose fighissime. Abbiamo ascoltato? Certo che no, specie se la lezioncina veniva da qualcuno con il doppio dei nostri anni. Poi tutto cambia, e poco a poco inizi a renderti conto che alcune delle cose più fighe di questo mondo ti erano state proposte da qualcuno più sveglio di te molto tempo prima e che quello che avevi sempre reputato la figata del secolo, invece, ti provocherà lo stesso effetto di un outfit anni 80’: “Ma davvero ci vestivamo così a cazzo di cane?”.

Sono sicuro che molti di questi ragazzini un giorno prenderanno in mano i dischi di questi anni e si chiederanno: “Ma davvero ci esaltavamo per un pezzo sui borselli?”.

Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra, frequenta un Master in Digital Journalism e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo. ALTRE COLLABORAZIONI: Rolling Stone, Noisey, Il Milanese Imbruttito