Uscito sotto l’etichetta ‘Bonnot Music’, Mauràs presenta il suo primo disco rap da solista. Interamente prodotto da Bonnot, con la presenza di Awa, Willie Peyote e Inoki, ‘Dico sempre la verità’ tocca suoni rock, rap e funk, collocandosi ad una certa distanza dai prodotti in uscita oggi nella scena rap italiana. A tal proposito, abbiamo fatto due chiacchiere con Mauràs, per capire cosa c’è dietro la realizzazione di un disco così interessante.

Ciao Mauràs, benvenuto su Hano.it! Cominciamo con le domande. Tu sei producer, beatmaker, dj, rapper… c’è una di queste etichette che ti rispecchia maggiormente?

No, in realtà non ci ho mai pensato. Nella mia carriera ho solo pensato a fare più cose possibili. Diciamo che adesso sono arrivato al punto che scrivere canzoni mi identifica più di tutto il resto, quindi diciamo che questa è la cosa che, al momento, mi rappresenta meglio.

Hai fatto tanta musica nella tua carriera, spaziando anche fra vari stili, pensi che questo sia il modo giusto per trovare la tua strada? L’esperienza ti ha aiutato ad arrivare dove sei oggi?

Sicuramente, nella tua domanda io già ci trovo la risposta, questo perché ho scelto io di percorrere più strade possibili ma rimanendo sempre me stesso. Questa cosa dell’hip hop mi ha preso talmente tanto che è come se ogni giorno sentissi l’obbligo di nutrire questo mostro che ho dentro sia per quanto riguarda il rap, sia parlando della musica in generale. Ho avuto parecchie crew, ho fatto da dj agli ATPC, ho avuto una band, abbiamo fatto quattro album ufficiali, finiti su Groove, AL, Basement…e poi sono arrivato fino ad oggi. Infine con Bonnot mi sono completato e sono nel posto dove vorrei essere, perché sento di aver trovato il mio sound e il mio modo di esprimermi.

Sei in giro da tanto tempo, com’è avvenuto il tuo primo contatto con la musica?

Io vengo da una famiglia dove c’erano tantissimi libri e tantissimi dischi. Il mio primo approccio al rap l’ho avuto ascoltando Radio Deejay durante una puntata di Venerdì Rap presentato da Esa & Albertino, da lì, è scattato tutto, forse era perfino il ’95. Da lì ho iniziato a correre per saperne sempre di più e arricchire la mia cultura.

Nel tuo comunicato ufficiale dici che non ti importa molto di fallire con questo disco ma bensì conta più tutto quello che è successo prima.

Sì, certo, questo si riferisce al percorso che ho fatto per realizzare l’album. È chiaro che un anno dopo, se non riesco a portarlo in giro e a suonarlo mi darebbe sicuramente fastidio, però non ho assolutamente pensato al fine. Io e Bonnot ci siamo concentrati sul cercare di tirare fuori qualcosa che ci rappresentasse e ci rispecchiasse al 100%, cercando poi di alzarne anche l’asticella lavorando con dei musicisti, utilizzando poi delle strumentazioni professionali. Io questa la vedo come una cosa positiva, perché mi sono lanciato e diciamo che questo è il messaggio che voglio dare con la realizzazione del disco. Siamo in un momento storico in cui si devono dare dei segnali positivi e noi ci abbiamo provato.

Parlaci del rapporto con Bonnot.

Con lui è nato un rapporto fighissimo, sia dal lato umano, che da quello professionale. Ci siamo incontrati durante un live, dove sono andato perché volevo conoscerlo e fargli ascoltare la mia musica. Gli ho lasciato il disco, lui il giorno dopo mi ha chiamato dicendo che avrebbe voluto lavorare con me. L’ho richiamato solo tre giorni dopo perché avevo paura che tutto questo fosse esitito solo nella mia testa. Da lì, siamo partiti e ci siamo completati a vicenda. Ci siamo messi in discussione, senza sentirci mai arrivati. Ho scritto tre quaderni di roba per arrivare a questo risultato finale, quindi, per forza, tante cose, le abbiamo lasciate indietro, tante le abbiamo cambiate insieme, però alla fine abbiamo tirato fuori soltanto il meglio di noi stessi.

Appena hai concluso il disco, che sensazione hai avuto? Qualcosa di nuovo o qualcosa che avevi già provato?

La sensazione è stata tutta nuova perché non mi è mai capitato di risentirmi e di piacermi così tanto ciò che avevo fatto. Questa volta invece mi sono anche emozionato mentre mi riascoltavo e non mi era mai successo. Lì ho capito che stavo andando nella direzione giusta, per quello ho detto che non mi importava di fallire, la posso collegare a questa sensazione.

Parlaci della genesi dell’album, perché “Dico sempre la verità”?

Pensa che quella è stata una delle ultime cose che ho fatto, perché io non do quasi mai titoli subito. È stato Bonnot a tirare fuori il titolo, ha centrato perfettamente quello che avevo in testa. La prima canzone che ho scritto è stata ‘Capitalunedì’ che ha dato il la a tutto l’album. ‘Facile’ invece è stata l’ultima e fra queste due tracce ci sono state tante strofe cambiate, ritornelli che non ho tenuto, roba su cui ho lavorato parecchio, insomma.

Ne abbiamo parlato e ne approfitto : ‘Capitalunedì’ è un pezzo che parla di uno spaccato di vita quotidiana. Quanto ti ci trovi dentro?

Mi ci trovo dentro al 100%. Ho fatto sempre mille lavori per campare, la mia famiglia non è ricca e per lavorare alla musica dovevo fare tanti sacrifici perché il tempo libero era sempre poco. Questa corsa per andare a lavoro il lunedì l’ho vissuta sulla mia pelle. Diciamo che la canzone nasce da tanti appunti che mi sono preso, anche durante il lavoro, che poi ho deciso di mettere insieme. Io non scrivo mai su un beat finito, mi metto in studio, unisco le frasi, lavoro sulla metrica e nasce il pezzo. Inoki invece è stata un’idea di Bonnot, la traccia poi mi ha soddisfatto in pieno.

‘Dico sempre la verità’, è la title track, in cui smascheri, in maniera ironica, ciò che gli altri rapper non dicono. Mi collego anche un po’ a ‘Balenciaga’…hai sentito la necessità di fare un brano del genere? Ti senti rappresentato dalla scena rap di oggi?

Sinceramente non mi sono mai sentito rappresentato dalla scena rap nonostante ci siano tante realtà che apprezzo. Ho seguito sempre e soltanto il mio modo per far uscire le cose, cercando una via che mi rappresentasse. Per questo non mi sono mai trovato d’accordo con tutta la scena, sebbene mi sia sempre sentito roba rap. Ora mi ritrovo in ciò che faccio io, ovviamente senza nessuna polemica.

‘Alibi’ : hai pensato prima al pezzo e poi al sound o viceversa? E l’assolo finale, di chi è stata l’idea?

Come dicevo, non ho mai scritto su un beat finito, quindi tutto il disco l’ho realizzato nella stessa maniera. Abbiamo fatto tutto in studio, tirando fuori le nostre idee, anche dopo la fine delle registrazioni c’è stato più di un mese di lavoro. Tornando ad ‘Alibi’, la prima strofa l’ho buttata giù subito, insieme al bridge, poi abbiamo cestinato per due volte il ritornello, mentre la seconda strofa è stata un po’ più complicata da incastrare. Ho deciso poi di togliere il ritornello, facendo diventare il bridge il vero ritornello e chiamando Awa. Per finire abbiamo inserito l’assolo nel finale, questo perché non facendo mai la terza strofa volevamo inventarci qualcosa di interessante da mettere nei brani e magari far riflettere l’ascoltatore su ciò che avevo appena detto.

Ascoltando il tuo modo di esprimerti, tu non usi mai perifrasi, hai uno stile molto diretto e semplice. È questo il collante del disco?

Sì, bravo, è così. Se noti, il sound, anche se riconoscibile in Bonnot, ha molte atmosfere diverse nel disco. Appunto il filo conduttore è il mio modo di esprimermi, in questo Bonnot è stato molto bravo. Il mettere un po’ di funk è stata una sua idea perché la vede una cosa perfettamente coerente con il mio stile, che poi ho costruito con questo disco. ‘Dico sempre la verità’, per esempio, era stata registrata inizialmente su una base dark/trap, poi invece abbiamo pensato che volevamo far ballare la gente e mandare appunto degli stimoli positivi. La mano di Bonnot è stata fondamentale.

‘I’ll sleep when i die’ ha un concetto molto bello dietro. Quanto sonno ti ha tolto questo disco?

Questo disco, in realtà, è stato un toccasana perché venivo da tre anni complicati. Dalla chiamata di Bonnot invece le cose sono cambiate e ho iniziato a viaggiare sulle ali dell’entusiasmo perché stavo facendo realmente l’artista, così ho reso il doppio. In tutto il disco io racconto semplicemente delle cose, in questo brano dico di provarci e a volte la fatica è talmente tanta che non ti godi nemmeno i tuoi successi. Però, davvero, il disco non mi ha consumato così tanto, sebbene avessi tanti pensieri.

‘Confusione’ è la degna conclusione di questo disco, ci sta molto bene. Tu sembri dover precisare di essere un po’ diverso dalla massa che si muove nella musica italiana di oggi, quasi come se non ti sentissi parte di un mondo che va a mille all’ora. Le domande stavolta sono due : “una canzone dura quanto un meme”, questa tua citazione, è un po’ una critica a dei prodotti che sfruttano le wave di oggi ma che poi spariscono?; “lascia che suonino canzoni vuote” ci spieghi per bene il significato di quest’ultima frase finale?

Sì, diciamo che il senso della prima frase è riconducibile alla frase in cui la gente dice : “la gente ascolta musica di merda”. No, questo è sbagliato, la gente ascolta la musica che fanno gli artisti e se uno di questi segue le moda per rincorrere gli introiti, in alcuni casi può anche andar bene, però in altri, inevitabilmente, c’è un abbassamento della qualità. Se esamini il mercato pop inglese o americano trovi roba di qualità, cosa che qua non riesci a fare. Le canzoni durano quanto un meme perché gli artisti mettono poca personalità nelle cose. In questo momento non dico che il livello sia basso ma dico che i dischi rap/indie/trap si somigliano sempre di più. Tutto questo conferma il fatto che ci stiamo omologando.

Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, abbiamo deciso di chiudere il disco in quella maniera forse perché mi piace l’ironia ma anche la polemica. Però, non volevo essere troppo negativo, il mio disco è un album che scivola via molto tranquillamente, e son contento di essere riuscito a fare tutto questo. ‘Confusione’ è la mia traccia preferita di tutto l’album!

Cosa pensi accadrà nel tuo futuro ora?

Artisticamente parlando continuerò sicuramente su questa strada, voglio andare dritto, ora stiamo facendo un giro di promo, a settembre lavorerò con un’agenzia che mi sta cercando qualche data, l’ufficio stampa si è innamorato subito del progetto, insomma le cose si sono allineate nella giusta maniera. Ora che ho fatto tutti questi sforzi e ho le persone giuste intorno sono pronto a far uscire tutto quello che ho studiato in questi anni. Nelle prime date ci saranno i piatti, le chitarre, il basso e me stesso, poi magari inseriremo anche la batteria.

La promo invece come va?

Guarda, i live ufficiali, come detto, partono a settembre. Per la promo ci stiamo lavorando, questo perché ho numeri veramente bassi a livello di social visto che io non li ho mai utilizzati, pensa che fino a poco fa non avevo neanche lo smartphone. Il disco lo sto usando per farmi conoscere e sta avendo tanti apprezzamenti, quindi sono molto felice di questo. 

Bene, le domande sono finite. Ti lascio le ultime righe per dire tutto quello che vuoi!

Ringrazio veramente voi per lo spazio che mi state dando che è oro, perché, al di là di questo, il lavoro che fate è molto importante. Quello che dico a tutti è di non ficcare per forza il nome grande in copertina ma di andare ad analizzare tutto quello che c’è dietro. Questo per alzare la qualità e cercare sempre dei nuovi stimoli anche in altre maniere.

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