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Intervista a Suarez: “in questo album dico quello che penso al cento per cento”

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E’ da poco uscito “Antieroe 3 – The Punisher“, l’ultimo album del rapper romano Suarez. In questo lavoro Suarez si toglie più di un sassolino dalla scarpa, si scaglia senza mezzi termini contro un sistema che a suo dire sta rovinando l’hip hop, cultura alla quale è molto legato e che si sente in dovere di difendere. Da qui il sottotitolo “The Punisher“. Ma per capire meglio le sue intenzioni abbiamo parlato direttamente con lui.

Ciao, il titolo del tuo album è “Antieroe”, ma chi sono questi eroi a cui ti contrapponi?

Mi contrappongo a tutti questi personaggi oggi nella maggior parte omologati nel loro modo di fare e nel voler figurare in un certo modo, non si tratta solo di musica. Oggi più che mai sembra contare solo apparire perfetti, omettere i propri disagi, mostrarsi nella maggior parte dei casi per ciò che non siamo.

In più pezzi tieni a precisare che i tuoi testi sono “liberi” e non devono sottostare a regole dettate da qualcun’altro, pensi che nelle major invece sia così?

Nei miei album, e direi in quest’ ultimo più di ogni altro, non ho voluto tener conto di qualsiasi polemica avrei potuto creare dicendo quello che volevo dire, ed è proprio quello che ho fatto dall’inizio alla fine, registrando qualsiasi cosa ho scritto in naturalezza, senza preoccuparmi di eventuali insulti, bestemmie, sono consapevole che molti storceranno il naso e che il mio è un prodotto che non può essere “venduto” a tutti. Non mi interessa, se non altro chi lo ascolta sa che sta ascoltando quello che penso al cento per cento, si può dire la stessa cosa degli altri? Secondo voi una major permetterebbe mai a un proprio artista di poter dire veramente tutto quello che vuole e soprattutto nel modo in cui lo vorrebbe dire? Io non credo proprio.

Il sottotitolo del tuo album è “The Punisher”, in merito a questo… credi che il messaggio sia arrivato a qualcuno dei destinatari? Il Punisher ha colpito il nemico??

Sinceramente la mia è una missione a prescindere, se il messaggio arriva o non arriva io comunque mi sono espresso, e so già di partenza che le cose difficilmente miglioreranno, non ho la pretesa di salvare il mondo, ma l’istinto e gli stimoli per continuare a provarci per ora si.

– Nel tuo disco attacchi in modo molto esplicito alcuni artisti facenti parte del panorama rap italiano, facendo anche nomi a volte… volevo chiederti se i tuoi amici che hanno partecipato all’album la pensano come te o magari qualcuno ti ha suggerito di “andarci piano”?

Nessuno mi ha suggerito di andarci piano, anzi, molti hanno apprezzato in particolar modo, dicendo che questo sono io al cento per cento.

Pensi che ci siano in Italia artisti che hanno sfondato nel mainstream riuscendo comunque a mantenere un livello alto e senza scendere a compromessi vari?

Nella musica italiana in generale sicuramente sì, non a metterci la mano sul fuoco, ma di artisti che hanno mantenuto la loro identità ne ho visti. Che poi i compromessi nella vita in generale ci saranno sempre, qui parliamo di incoerenza, memoria corta, di sputare nel piatto in cui si è mangiato per anni, di dignità.

Un artista underground come te e come tanti altri, può vivere della sua musica al momento (in Italia)?

La risposta in generale era si, poi la pandemia che pare e si spera stia finendo, ha cambiato parecchio le carte in tavola, poiché comunque i live sono e saranno sempre l’entrata principale per un artista. Vivere o comunque sopravvivere della propria musica a livello underground è comunque possibile, anche se difficile anche solo da affrontare psicologicamente, questo perché ci si affiderebbe a un’unica cosa nella quale a prescindere dall’impegno massimo ci saranno comunque sempre degli alti e dei bassi.

Fai parte di due importanti collettivi urban della capitale (Nacapito e GDB) raccontaci di come sta evolvendo secondo te la scena nella tua città e cosa state facendo voi in particolare per farla crescere..

Come nel resto d’Italia si sta ripartendo dopo lo stop agli eventi dovuto alla pandemia che di conseguenza ha rallentato anche tutto il resto, e ne abbiamo risentito credo un po’ tutti anche in fase creativa. Parlare di far crescere la scena è un po’ difficile, abbiamo diversi veterani importanti qui da cui le nuove generazioni prendono sempre meno esempio, vale per tutta l’Italia questo discorso, è giusto e normale che ci sia un’evoluzione ma è palese la mancanza di knowledge quanto la percezione che molti si lanciano a capofitto su un qualcosa di cui conoscono ben poco.

E’ chiaro che ci sono tante cose che non ti piacciono nell’ambiente mainstream, cosa pensi si potrebbe fare per migliorare la situaizone? Credi che l’hip hop, con tutte le sue sfaccettature possa essere adatto alla massa o rimarrà sempre una cultura di “nicchia”?

Ma io non è che ho il dito puntato sul mainstream per presa di posizione, ce l’ho puntato su chi sotto la luce di quei riflettori rappresenta in modo sbagliato una cosa a cui teniamo in parecchi. Questo mi fa proprio incazzare, ma la colpa è di tutti, ci sono rapper mainstream che funzionano e mi stanno anche bene, per quanto sono più pettinati rispetto agli esordi, è il mercato che chiede questo e non è che potrà mai cambiare la situazione. Però anche basta continuare a chiamare rapper personaggi che non rappano più, o definire pezzo rap brani dove cantano ritornelli pop senza senso con una voce non loro. Parlando infine di cultura Hip-Hop, vista la domanda, c’è troppa superficialità nella massa a riguardo.

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Andrea Bastia
Appassionato di cultura hip hop da ormai troppi anni e writer fallito, dopo qualche esperienza in proprio sul web approda definitivamente su Hano. Si occupa della rubrica dedicata agli artisti emergenti e a quella sui Graffiti.

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