“Gold Standard” è il nuovo album di King Stewee, rapper romano che nonostante non sia stato molto costante nel suo percorso, ha pubblicato un ottimo album che spicca per i contenuti e la qualità dei brani. Il consiglio è di ascoltarvi l’album e se volete saperne qualcosa in più, leggere le righe che seguono.

È interessante la visione distopica immaginata in “John Connor”, quanto di quello che racconti credi si possa realizzare davvero o anche solo avvicinarsi alla realtà?
Per riprendere la trama del film a cui mi ispiro, potremmo considerarla una linea temporale in cui spero di non essere, ma l’idea che per evitare la distruzione globale i governanti di tutto il mondo siano costretti a cedere pieni poteri a un’intelligenza artificiale non solo oggi non scandalizza nessuno, ma sono certo trovi anche dei sostenitori.
Come altri artisti anche tu hai una visione abbastanza critica dell’utilizzo dei social network, qual è il tuo rapporto con queste piattaforme?
Mi prendo delle lunghe pause dai social network, a volte smetto di pubblicare per mesi e questo sicuramente nuoce ai numeri che posso fare anche come musicista.
Ma vedi, è proprio questo il punto: se chiedi a cento persone ti diranno che i social network hanno sostituito la TV.
In realtà è successo molto più di questo… I social sono la droga più potente del millennio e sono pieni di effetti collaterali.
Che significato ha il titolo “Gold Standard”?
Il Gold Standard era un sistema di emissione del denaro in cui ad ogni banconota emessa doveva corrispondere un certo quantitativo d’oro detenuto.
L’esigenza di liquidità dovuta alle due guerre mondiali ha reso necessario stampare una quantità di denaro tale che il sistema è divenuto insostenibile.
Nell’era digitale i soldi sono solo numeri con cui convenzionalmente diamo valore alle cose.
Sono però convinto che non si possa valutare l’arte solo in base ai numeri, siano like, visualizzazioni, followers o denaro come misura del successo, perché permane una componente di umanità che i numeri non riescono a tarare.
È questo il valore dell’arte, l’oro che ho cercato in Gold Standard.
Il mio disco, come ho scritto quando l’ho pubblicato, è stato fatto per le persone, non per i numeri.
Come hai vissuto la scena di Roma che, notoriamente è una città con alle spalle una lunga storia nel mondo hip hop? Sei legato più alle “radici” o alla storia recente?
Sono cresciuto ascoltando il rap dei ’90, con le sue regole e le sue contraddizioni.
Provenendo dalla musica suonata, nei miei primissimi pezzi mettevo sempre una chitarra o un cantato di troppo e per anni sono stato considerato una sorta di eretico dagli amici più “puristi”. Persone di spessore assoluto come Primo Brown hanno avuto la forza di cambiare le cose, e alla fine tanti come me hanno iniziato a trovare uno spazio.
Un aspetto del tuo album che a mio avviso è un punto forte sono i testi e il modo in cui affronti argomenti di rilievo. Quanto pensi sia importante il messaggio in un album rap? Pensi che questo aspetto sia troppo tralasciato dai giovani?
In Alfasud dico che odiamo i giovani perché ci sembrano troppo lo specchio di noi… È vero…
I ventenni di oggi fanno parte di una generazione che per colpa nostra non ha avuto esempi e ha dovuto fare da sola, anche sbagliando a volte.
Ma non me la sento di puntargli il dito, il deserto culturale investe tutti, me compreso.
Così, invece di fare un disco criticando i giovani che non cercano il messaggio nei testi, ho cercato di portarglielo.
Un brano del disco è intitolato “vecchio”. Come ti rapporti con il tempo che passa? C’è un’ età limite nel rap?
Il brano, il primo che ho scritto per questo album, è un inno al tempo che scorre, alla consapevolezza che si acquisisce con l’esperienza che si fa del mondo e delle sue regole, per la maggior parte non scritte. Più gli anni passano e meno sento il bisogno di essere accettato, più il tempo scorre e meno mi adeguo al mondo circostante. Il mio io si radica progressivamente e il carattere si fa più forte.
Se mi sento vecchio per il rap? Per mia fortuna, più che fuori moda mi sento vintage. Non credo ci sia un’età per fare ciò che ci viene da dentro, ma è ovvio che va fatto con la testa: se in gioventù l’atteggiamento era più spavaldo e gli argomenti più frivoli oggi rappo temi differenti e lo faccio in modo meno sfacciato, stando ben attento al messaggio che mando. Meno provocazione fine a sé stessa e più sostanza.
Come hai scelto le produzioni del disco?
Ho voluto mettere in questo album una summa delle influenze che ho avuto dalla musica. Le produzioni sono molto importanti nel determinare il valore di un disco, e quelle di Gold Standard sono davvero potenti: ringrazio Hyst, OUT, Jeanjacques e soprattutto G Romano, che oltre a produrre e co-produrre i beat di diversi brani ha registrato, mixato e masterizzato il tutto e ha riempito il lavoro di scratch e tocchi personali su ogni traccia.
Hai iniziato a fare musica nel 2010, quindi relativamente tardi per l’età media di un rapper… qualera il tuo rapporto con la musica prima di iniziare a farla sul serio?
Nel 2010 è uscito il mio primo progetto, non dico ufficiale ma almeno compiuto, in realtà ero nel giro già da un paio d’anni.
Ho sempre avuto un grave problema di continuità e la mia ispirazione fa un po’ quello che vuole, ma posso dire che mi nutro letteralmente di musica da quando ero un ragazzino, è una passione che ho da sempre.
Come giudichi il momento attuale dell’hip hop? Il successo dell’esibizione di Shablo& Co. a Sanremo sembrerebbe un sintomo che forse siamo sulla strada giusta, che ne pensi?
Negli ultimi anni sono usciti dischi pazzeschi, il rap ha trovato lo spazio che merita anche nel nostro paese ed era ora.
Quanto a Sanremo, ho un rispetto estremo per Shablo, “La Mia Parola” è un bel brano.
Inoltre, alle cover, vedere Torme e Neffa insieme mi ha fatto davvero effetto, sono due giganti.
Ma voglio fare una provocazione: è il rap che sta cambiando Sanremo o Sanremo che sta cambiando il rap?

