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Intervista a Kento: “La musica è il sole intorno a cui gira tutto il mio universo”

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Kombat rap” è il nuovo album di Kento che è riuscito a racchiudere nelle 15 tracce che lo compongono una grande varietà di sound e di atmosfere (e di collaborazioni) che unite insieme stanno davvero convicendo tutti. Come dice lui stesso in questa intervista, abbiamo dovuto aspettare tanto per questo lavoro, ma il risultato non ha certo deluso le aspettative.
Ma iniziamo parlando proprio del tempo che è passato dall’ultimo album ufficiale e che cosa e successo nel frattempo…

Kento - Kombat rap

Come dici tu stesso in uno dei pezzi del nuovo album “dal disco precedente sembra passata una vita“. In questa “vita” cosa è cambiato, come è cambiata la tua musica e come è cresciuto Kento artista?

Beh, prima di tutto c’è stata una pandemia globale che ha riscritto tante certezze e azzerato tanti punti fermi rispetto alla vita precedente. Da parte mia, ho utilizzato quel tempo per scrivere e studiare e, quando il mondo è ripartito, mi sono trovato a raccogliere i frutti del lavoro. Nell’ultimo periodo, i miei progetti artistici hanno avuto una brusca accelerazione su vari fronti: ormai la carriera di scrittore è abbastanza avviata, e si affianca a quella storica come rapper, ai laboratori in carcere, al podcast che esce proprio in questi giorni… Insomma, sono successe tante cose pazzesche, e molte altre stanno per succedere. L’esposizione mediatica è notevole, non passa settimana senza due o tre eventi tra concerti, presentazioni e incontri vari, sono sempre stimolato e in mezzo all’arte, alla creatività, alla cultura. Allo stesso tempo mantengo saldamente i piedi a terra: continuo a fare ciò che faccio da più di vent’anni, provo a mantenere l’approccio che mi rappresenta meglio e a godermi al meglio le nuove opportunità. Credo che raggiungere determinati risultati dopo i quarant’anni, quando ti sei fatto una lunga esperienza di vita reale, ti possa in parte mettere al riparo da determinati tipi di eccessi, di esagerazioni. Allo stesso tempo, però, penso che sinceramente certe cose me le sono meritate appunto con decenni di gavetta e impegno a testa bassa, quindi se mi voglio comprare un paio di Jordan 3, o magari prendere un biglietto e sparire per un paio di settimane, lo faccio senza alcun tipo di remora.

In un altro pezzo dici “volevi il vecchio Kento? Riascolta il vecchio disco“. Questa frase è perché pensi che ci sia una fetta del tuo pubblico che rimpiange la tua discografia precedente?

Quella barra è una rivendicazione di libertà artistica. Ho voluto ripartire da zero, scrivere questo disco come se fosse il mio esordio, non seguire nulla se non la penna e l’ispirazione. Il peggio che potrebbe succedermi, in questa fase della mia carriera, è finire incasellato nel ruolo di alfiere di un determinato tipo di contenuto o di sound. Non mi interessa tornare in strade già battute, su sentieri dove inevitabilmente troverei già le mie stesse impronte. E quindi ecco la traccia a cassa dritta, il featuring con Righeira, la cover di De André… Meglio scontentare chi si aspettava qualcosa di più rassicurante piuttosto che finire a fare i giri intorno a me stesso come un compasso. Chi sono e quello che penso è abbastanza evidente, il disco si intitola Kombat Rap e non “canzoncine per limonare al chiaro di luna“. Poi certo, se c’è chi vuole limonare ascoltando la mia musica, sicuramente non mi offendo: Tupac diceva che ogni gesto rivoluzionario è un gesto d’amore! Ma a me interessava fare un disco di gran rap, gran sound, gran contenuto. Nessuno dei tre pilastri deve essere meno solido dell’altro. Personalmente sono molto soddisfatto del risultato, la critica per ora ha risposto in modo pazzesco, e altrettanto promoter e organizzatori di concerti. Ma l’ultima e decisiva opinione, ovviamente, è quella del pubblico.

Non mi interessa tornare in strade già battute, su sentieri dove inevitabilmente troverei già le mie stesse impronte.

Tra i tanti featuring presenti nell’album mi ha incuriosito quello con Johnson Righeira, com’è nata questa collaborazione e l’idea del pezzo “Io sono libero?”

Righeira è proprio il tipo di collaborazione che nessuno si aspettava da me, e infatti non c’è intervista che sto facendo dove non compaia questa domanda! Ci siamo incontrati di persona in Sicilia, e da lì abbiamo cominciato a parlarci su Instagram e via WhatsApp. L’idea era appunto tirare fuori una traccia completamente inaspettata che, dal punto di vista del sound, è ovviamente un omaggio alla dance anni ’80 ma, allo stesso tempo, lancia dei contenuti pesanti come macigni sul groove. Poi è chiaro che Johnson è un fuoriclasse dei ritornelli, non a caso è uno di quelli che hanno venduto milioni di copie negli anni in cui, per entrare in classifica, i dischi si dovevano vendere davvero, non c’erano i giochetti di prestigio di cui si sente parlare adesso.

Il fatto di esserti sempre così apertamente schierato nei tuoi testi ti ha portato ad avere contrasti con qualcuno, anche al di fuori del mondo della musica?

Se mi rendessi conto che la mia musica non crea conflitto, cambierei mestiere immediatamente. Non mi interessa piacere a tutti, o essere amico di tutti, o fare musica innocua, perché significherebbe dare acqua tiepida e nessun tipo di vero messaggio a chi mi ascolta. Quindi determinate critiche per me sono medaglie. Fai conto che qualche mese fa ho fatto uscire il video di “Non Siete Fascisti Ma” in cui prendo a colpi d’ascia degli zombie in camicia nera: è chiaro che è una cosa grottesca, una presa in giro fatta per ridere. Eppure un importante quotidiano nazionale, che evidentemente ha molto a cuore le camicie nere, ha detto che è un video “agghiacchiante“, che “fa paura“, altri mi hanno accusato di incitare alla violenza. Uscite così si commentano da sole.
Diverso è quando dei personaggi anche molto potenti non si scagliano contro di me ma contro chi mi ascolta: è il caso di un ex ministro dell’interno che se la prese contro una ragazza ai tempi minorenne, solo perché lei si era fatta una foto col testo di una canzone che criticava lo stesso ministro. Uno penserebbe che l’età avanzata e il ruolo istituzionale non vadano d’accordo con questo tipo di vergognoso bullismo, ma evidentemente non è così. Forse è più facile prendersela con una ragazzina che con un uomo adulto, il quale magari avrebbe gli argomenti per smascherare certi personaggi…

Se mi rendessi conto che la mia musica non crea conflitto, cambierei mestiere immediatamente

In un altro passaggio del tuo album critichi chi fa “3 album in un anno ma non si vede un concetto col microscopio”… nei tuoi testi invece ha sempre avuto un valore fondamentale il messaggio trasmesso, pensi che nella nuova generazione questo valore si sia un po’ perso?

Sinceramente no, ci sono dei ragazzi giovani che scrivono dei testi molto interessanti, non è una questione di età ma di intelligenza e consapevolezza. Anche negli anni ’90 uscivano delle belle porcherie, solo che la memoria è selettiva e preferisce ricordarsi SXM e 36 Chambers invece di certe cose imbarazzanti. Poi è chiaro che nel pop mainstream è più facile emergere con dei contenuti leggeri, ma io che non mi rispecchiavo nel pop a 15 anni figurati se lo faccio ora! Ciò che vedo meno diffuso è la consapevolezza delle radici culturali e sociali dell’Hip-Hop, quello purtroppo sì. E non lo dico per fare il bacchettone delle 4 discipline, ma perché è un’epopea magnifica, ed è un peccato che chi ne raccoglie i frutti spesso non ne scopra le radici. Forse è stata la mia generazione, quella “intermedia“, a non dare i giusti stimoli, a non supportare abbastanza le nuove leve. Se l’old schoola volte era troppo rigida in alcuni atteggiamenti, noi siamo stati troppo assenti. E i ragazzi hanno dovuto fare da soli e hanno fatto benissimo, per carità. Ma è inevitabile che questa nostra assenza abbia portato a della perdita di contenuti, di conoscenze. Dobbiamo cercare di rimediare per quanto ancora possiamo, con la consapevolezza che spesso magari al sedicenne non frega un beato cazzo del merry go round e dell’11 agosto ’73.

Parlando del pezzo iniziale, in cui citi tantissimi titoli di canzoni, attingendo non solo al mondo del rap… dicci qualè la musica che più ti ispira, quella che ascolti in macchina e alla quale sei più legato

Se ti dovessi dare una risposta secca, ti direi il reggae, in particolare roots e new roots. Nasco come soundboy, ho preso il microfono alle dancehall per decenni e tutt’ora ci vado quando posso: è un peccato vedere questa scena impoverirsi rispetto a quello che succedeva anche solo 10 anni fa. Ma non ascolto solo reggae: su Pietre racconto appunto parecchie delle mie ispirazioni, dal rap (ovviamente) a Guccini, dal blues ai Modena City Ramblers. Poi ci sono i ragazzi detenuti che pensano loro a tenermi aggiornatissimo sulle ultime tendenze del gangsta rap italiano, e sinceramente trovo molto utile quest’ascolto anche se non sempre incontra i miei gusti e il mio gradimento.

Non puoi fare rap se non sai cosa sta ascoltando la strada in questo determinato momento.

Non hai mai pensato di impegnarti attivamente in politica?

La musica è politica, così come anche il giornalismo è politica, quindi sia io che tu stiamo facendo politica in questo esatto momento! Se invece parli di candidarmi alle elezioni, è una cosa che mi è stata proposta anche per assemblee molto importanti, ma ho preferito rinunciare. In questa fase della mia vita non c’è una forza politica in cui mi riconosco pienamente, ed ho troppo rispetto nei confronti della militanza per farla in maniera parziale o non convinta. La mia lotta, per adesso, passa dalla strada, dal carcere e dal palco. Magari in futuro cambierò idea, ma magari anche no. L’unica figura istituzionale con cui sto collaborando in questo momento è Ilaria Cucchi, che alle scorse elezioni è stata eletta al Senato, e insieme a cui sto lavorando a una serie di eventi e progetti sulla questione detentiva, e sul carcere minorile in particolare. Ma lo sto facendo perché si tratta di una figura gigantesca e imprescindibile come Ilaria, non certo perché è una senatrice.

Ti abbiamo visto protagonista nel sito Hip Hop Lercio nel quale ci si stupisce del fatto che solo 10 pezzi su 13 parlino di antifascismo… Scherzi a parte, immagino che questo sia un argomento che ti sta molto a cuore, qualè il messaggio che vuoi trasmettere alle nuove generazioni attraverso la tua musica?

Spero che si avvicini il giorno in cui potremo smettere di rompere i coglioni con questa storia dell’antifascismo, ma prima deve arrivare il giorno in cui smetteranno di romperci i coglioni con quella storia del fascismo! Se i valori della Liberazione fossero i valori di tutti, non avrebbe nessun senso scrivere tracce antifa, no? E invece anche figure potenti e autorevoli non perdono occasione per rimpiangere Mussolini o per rilanciare deliranti teorie di “sostituzione etnica” e stronzate del genere. Finché faranno così, da queste parti troveranno sempre opposizione. Mio nonno, di cui porto il nome, ha pagato con il lager la sua opposizione al nazifascismo, ed anzi è stato fortunato perché è uno dei pochi che sono riusciti a sopravvivere e tornare a casa. Dopo la Liberazione, la giovane Repubblica Italiana lo ha decorato con due medaglie al valore. Oggi chissà se lo premierebbero ancora…

Sei un artista molto impegnato tra musica, libri, laboratori ecc… come trovi il tempo per coniugare tutte queste attività e qualè il prossimo progetto in cui ti vedremo impegnato?

In realtà non è difficile stare dietro a tutto, perché la musica è il sole intorno a cui gira tutto il mio universo, quindi si trova sempre la luce e la direzione. A partire dal 28 aprile, ogni settimana, uscirà il mio podcast “Illegale”, un viaggio nella cultura underground e nell’arte nascosta in tante città italiane. Sono ben 18 puntate e si potranno ascoltare gratuitamente su tutte le piattaforme, a partire ovviamente da Spotify. E poi c’è il tour di presentazione del disco, i laboratori in giro per l’Italia e un paio di progetti segreti di cui ancora non posso dire niente ma che vi lasceranno a bocca aperta… vedrete!

Foto di Benedetta Pieri
Andrea Bastia
Andrea Bastia
Appassionato di cultura hip hop da ormai troppi anni e writer fallito, dopo qualche esperienza in proprio sul web approda definitivamente su Hano. Si occupa della rubrica dedicata agli artisti emergenti e a quella sui Graffiti.

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