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Intervista a Kento: il rap “politicizzato” è solo una piccola parte della mia ispirazione

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Intervista a Kento che, dopo qualche esperienza “parallela” (di cui ci parla durante questa chiacchierata) è tornato a fare il rap e l’ha fatto molto bene pubblicando l’ep “Neanche per sbaglio“.

Kento
Foto di Serena Dattilo

Ciao Kento, durante la pandemia non hai certo battuto la fiacca e hai realizzato un progetto molto interessante, una web-serie… Parlaci di questa iniziativa.

In realtà le serie sono state due: Keep It Trill su Huffington Post con l’associazione Antigone e Barre Aperte su Repubblica TV con “Crisi Come Opportunità” e “Puntozero Teatro”: di quest’ultima ho firmato anche la regia oltre ovviamente ai testi. È la continuazione di un lavoro sull’audiovisivo che avevo già iniziato nel 2020, col format per ragazzi Entra Nel Cerchio che ho curato per Rai Gulp. Viviamo in un’epoca in cui le serie (sia in tv che sul web) sono molto seguite e rappresentano un modo particolarmente efficace per raccontare la nostra realtà. Io stesso sono uno spettatore appassionato di serie, ed è un linguaggio che mi interessa, quindi – avendone la possibilità – ho deciso di cimentarmi anche su questo fronte, seguendo un po’ le orme di alcuni rapper statunitensi che già da anni si mettono alla prova come attori, autori, registi.

Come sempre, la cosa più importante di tutto, al di là delle scelte stilistiche, è avere qualcosa da dire e, da questo punto di vista, onestamente, avevo un asso nella manica, che è stata la possibilità di accedere con le telecamere all’interno delle carceri minorili, cosa che non avviene tutti i giorni. Dall’altro lato, volevo che i ragazzi detenuti fossero anche i fruitori dell’opera, e in effetti siamo riusciti a organizzare una distribuzione interna per loro, nonostante non abbiano ovviamente accesso a internet. Insomma, è stata una bellissima esperienza, sicuramente da proseguire…

Da molto tempo sei legato all’ambiente delle carceri minorili, perché? Cosa si può fare attivamente secondo te per aiutare questi ragazzi?

Chiaramente il rap e il carcere sono mondi legati da decenni, quindi per me è stato abbastanza naturale approcciarmi a quest’ambiente una volta che sono stato chiamato per la prima volta ad intervenire: il carcere puzza di rap così come puzza di sudore e disinfettante. Bruce Lee diceva: “io non faccio esperienza, io sono esperienza”: ebbene, io in carcere cerco di non fare Hip-Hop ma di essere Hip-Hop. La prima cosa che possiamo fare sicuramente è informarci, capire ad esempio qual è il carcere minorile più vicino alla nostra città e cominciare a chiederci che cosa fanno quei ragazzi, come vivono, come passano le giornate. Renderci conto che esistono. Per chi ne ha la possibilità, scrivere una lettera a un detenuto è uno dei regali più belli che possiamo fargli.

Hai scritto anche un libro a proposito: “Barre”. Di cosa parli nel libro? Come affronti l’argomento?

Barre è uscito l’anno scorso per minimum fax e racconta appunto la mia esperienza come docente di laboratori rap in carcere. Cerco di rispondere alle curiosità che anch’io avevo prima di entrare tra quelle mura, restando onesto e rispettoso ma senza nascondere niente di quanto c’è di brutto e di drammatico nella vita dei giovani privati della libertà. Sicuramente ho un accesso privilegiato a un mondo che ci riguarda tutti ma che è ancora troppo sconosciuto, e il mio obiettivo è appunto accendere la luce su questo spazio buio. Barre non è dedicato ai professionisti, agli addetti ai lavori, ma al 99% della popolazione che non ha mai varcato la soglia di una cella, perché ciò che succede lì dentro ci riguarda tutti, specialmente quando coinvolge ragazzini di 14 o 15 anni.

Veniamo al tuo lavoro più recente: l’ep “Neanche per sbaglio”. Chi sono quelle persone che non sono come te “neanche per sbaglio” come dici nella canzone?

I primi della classe, quelli che sono sempre dalla parte della ragione, chi ha le mani pulitissime perché non ha mai dovuto sporcarsele, chi giudica senza sapere, chi non ha empatia, chi non si mette mai in dubbio: noi non siamo come loro neanche per sbaglio, nemmeno in una singola virgola o un piccolo dettaglio.

Come è nata la collaborazione con Giancane?

Con Giancarlo era un po’ che parlavamo di fare una traccia insieme, e volevamo trovare un’idea che ci portasse entrambi a sperimentare senza perdere la nostra identità e il nostro stile: quindi trovi lui che fa una strofa rap e trovi me su una base molto analogica, quasi tutta suonata con strumenti reali. Ognuno si lancia nel territorio dell’altro senza dimenticarsi di chi è. Il beat originale di Shiny D mi è sembrato perfetto per questa sperimentazione, pensa che ci ho messo meno di 10 minuti a scrivere il ritornello… e da lì è partito tutto, ed è diventata una delle tracce di cui sono più fiero.

Da sempre il tuo rap ha un forte messaggio che caratterizza il tuo stile diciamo così “impegnato”. Se dovessi esprimere in poche parole (o anche tante) questo messaggio come lo riassumeresti?

Mah, io non mi sento così caratterizzato dall’impegno politico come spesso mi sento definito. Certo, ho le idee chiare e non mi tiro indietro nel dire le cose ma, ad esempio, in questo EP che ha sole 5 canzoni trovi anche la traccia dancehall, il pezzo d’amore, il testo più riflessivo e nostalgico… francamente l’idea di rapper politico o politicizzato non mi dispiace ma penso che rappresenti solo una parte della mia ispirazione. L’idea che mi sono fatto è un’altra: penso che il livello medio di scrittura su argomenti sociali nel rap italiano sia così basso che, appena uno dice qualcosa di politicamente articolato, si ritrova a spiccare in mezzo al quasi-nulla!

Mi capita di sentire dei colleghi fortissimi su altri argomenti magari molto complessi ma che, quando si cimentano a scrivere quattro barre su un tema sociale, sinceramente sento il rumore delle unghie che grattano la lavagna… Vuoi che te lo dica apertamente? Ok… Non sono io che so parlare solo di politica, sono gli altri che non ne sanno parlare affatto.

Con quali artisti in Italia senti di avere delle affinità, intendo come “idee” e concetti espressi, e quindi ti piacerebbe collaborare?

Se parli di rapper, pensando a prossime collaborazioni che mi piacerebbe fare ti direi sicuramente Egreen e Claver Gold, ma vorrei anche tirare in mezzo qualche ragazzo più giovane. Al di fuori del rap, mi piacerebbe fare delle cose pazze, tipo scrivere una canzone con Johnson Righeira o, volando al di là dell’oceano, penso che un featuring con Burro Banton sarebbe qualcosa di leggendario. Chissà…

Parlaci della tua attività su “Il fatto quotidiano”, di cosa parli nel tuo blog?

Sinceramente il blog è un po’ fermo perché negli ultimi mesi, dopo la pandemia, sono stato (fortunatamente!) travolto dalla vita reale e l’ho trascurato. Comunque rimane un bellissimo archivio di tante esperienze che mi sono successe negli ultimi 8 anni, a partire dalla Palestina. Appena ho un attimo di respiro sicuramente pubblicherò qualcosa di nuovo.

Sappiamo che ti aspettano un po’ di date nelle quali presenterai “Neanche per sbaglio”, stai già pensando al “dopo”, hai gia qualche progetto in cantiere?

Intanto il primo progetto è godermi questo EP, portarlo in giro e suonare, suonare, suonare. Voglio recuperare la pandemia con gli interessi doppi. Poi, come ti dicevo prima, sto sperimentando altre forme di scrittura, per cui il rap è la chiave che mi fa arrivare alla tv, ai libri, magari anche ai podcast e a qualche altra cosa che per ora non posso svelare. Sicuramente ho intenzione di mettermi alla prova, di esplorare nuove strade, di non dare niente per scontato. Neanche per sbaglio.

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Andrea Bastia
Appassionato di cultura hip hop da ormai troppi anni e writer fallito, dopo qualche esperienza in proprio sul web approda definitivamente su Hano. Si occupa della rubrica dedicata agli artisti emergenti e a quella sui Graffiti.

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