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Intervista a Don Diegoh: “alla fine di ogni notte c’è qualcosa che ti riporta verso la luce”

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Nella scorsa settimana ho avuto l’occasione di ascoltare in anteprima il nuovo disco di Don Diegoh dal titolo “Addio, a domani.” Un lavoro che esce proprio oggi, 11 tracce in cui il rapper calabrese parla veramente a cuore aperto di sentimenti ed emozioni che tutti noi viviamo quotidianamente e possono essere causa di smarrimento, ma tutto visto nella giusta prospettiva può portare ad una rinascita.

Questo e molto altro potete trovare nel viaggio in cui vi immergerete ascoltando “Addio, a domani.” ma per capire meglio quali siano gli stati d’animo che hanno spinto Diegoh a scriverlo con questa intensità, ne abbiamo parlato proprio con lui. Buona lettura.

– “Addio, a domani.” un concept album che parla dell’amore?

Un concept album che ruota attorno alla sfera dell’amore e non solo… Per certi versi potrebbe essere un “manuale di sopravvivenza” da usare al termine di una storia ma, in realtà, nasconde sotto pancia diversi altri temi. Ha a che fare la fine, con l’inizio, ma anche con tutto ciò che si respira durante queste due fasi. E tutto quello che c’è nel mezzo a volte può essere una “notte” lunga, lunghissima. A volte può essere anche una notte che improvvisamente finisce perché arriva qualcosa che ti riporta verso la luce.

In questo disco c’è solo una canzone d’amore vera e propria, le altre canzoni magari ruotano intorno a questo sentimento che sicuramente è protagonista dell’album ma in realtà parlano del percorso di una persona che attraversa determinate fasi e si trova a scrivere questo disco in un momento di solitudine. Che sente la necessità di lasciare delle cose senza doversele portare più dietro, che non sono necessariamente ricordi legati a storie d’amore, ma esperienze che ho analizzato e non mi serve più portarmi dietro. Questo è un po’ l’esperimento che ho fatto con questo disco.

– E’ un disco autobiografico? Scrivere un album così può essere terapeutico da questo punto di vista?

Si, è autobiografico.
Per certi versi la scrittura è sempre terapeutica, anche se scrivi un pezzo “felice”. In questo caso non è stato facile, e la risposta è si, è terapeutico. Come dicevo prima questo è un disco che solo in parte parla di amore. Come keyword ho usato la notte, intesa proprio come periodo “buio”. Notte è una parola che viene ripetuta spesso nel disco, la intendo come un periodo della vita in cui non vedi le cose in maniera nitida, luminosa, non in una prospettiva ottimista. Questo disco mi ha aiutato molto da questo punto di vista.

– Ora puoi dire di essere uscito da questo periodo?

In un certo senso si… però ti dico una cosa, che finora non ho ancora detto a nessuno: uno dei significati del titolo “Addio, a domani.”  è proprio il fatto che quando una sensazione, uno stato d’animo, una condizione per dirla più in generale, se ne va via, può sempre ritornare. Quindi addio ok, ma “a domani” perché questo stato d’animo può sempre ritornare. In questo periodo è vero che ho passato momenti da solo, con le tapparelle abbassate per un paio d’ore staccando da tutto e tutti, ma per il resto della giornata ho sempre cercato di reagire, di stare meglio. Questo è il mio “stare meglio”, rimanere attaccato alla vita.

Una delle aspirazioni nella mia vita è costruire una famiglia ed avere figli. Spero entro i 40 anni di riuscire a realizzare questa cosa che al momento sento proprio come un esigenza.
Di questa cosa nei parlo anche nei miei pezzi, nell’album “Disordinata armonia” del 2019 c’è una rima a cui tengo molto dove dico “mettere al mondo un figlio senza un contratto indeterminato è come spiegare quello che non ti hanno mai insegnato”
In “Addio, a domani.” dico invece: “Invidia solo per gli amici che hanno figli alla mia età”, è tutto legato.

Don Diegoh

– La scelta di non avere featuring è perchè l’album tratta argomenti personali?

Diciamo di si, anche se per me ogni producer è un featuring, l’art director è un featuring, il graphic designer è un featuring, chi si occupa della parte PR è un featuring. Sono tutte figure che collaborano attivamente alla miglior delivery di un’opera.
Questo è comunque, dopo i precedenti album’ un disco che volevo avesse la mia “firma” (e non è un caso che ci sia in cover) e che volevo sentire ancor più mio per via di ciò che contiene. Un atto di responsabilità, che dovevo a me.

– Parlaci dei produttori che si sono occupati di realizzare le basi musicali…

Ci sono diversi produttori: tre ragazzi della mia città (Deja, Nife e il chitarrista Luigi Lonetti), i fratelli Cosentino (noti per aver lavorato ad alcune hit di Ariete), Macro Marco (che volevo su questo album a tutti i costi) e Gheesa che ha fatto gran parte dei beat ma non solo: ho avuto la fortuna di averlo accanto durante tutto il percorso in studio.
In realtà, però, se questo album è uscito ed è uscito così il merito è in gran parte di Macro. Come sempre ha curato perfettamente la gestazione, passo dopo passo, con pazienza e con una capacità unica di consigliarmi e guidarmi. Dall’inizio alla fine.

A proposito di gestazione, questo album è stato concepito quasi tutto durante il periodo di pandemia, pensi che questo abbia influito?

Non sono una persona che ama uscire con compagnie numerose, preferisco i rapporti con poche persone a cui tengo veramente. Quindi questa situazione non mi ha penalizzato particolarmente, a livello di stato d’animo la scintilla che ha fatto partire il disco è stata una condizione di solitudine indipendente dalla pandemia, in quel momento ho cominciato a scrivere e ho sentito che la mia “vena” intima pulsava ed è per quello che il disco è uscito così.

Ovviamente poi come molte altre persone in questi due anni ho passato più tempo da solo che in compagnia e quindi questo ha contato molto a livello cognitivo. Quando passi molto tempo da solo inevitabilmente hai molto tempo per riflettere. A me questo tempo ha giovato perché sono riuscito a scrivere 11 canzoni dove i testi hanno un determinato peso e anche alcune produzioni posso dire che risentono di quel periodo.

Pensi che le canzoni di questo disco siano adatte ad essere portate live, seppur siano molto “intime”?

Quello che ho cantato in questo disco non ho paura di dirlo davanti a tante persone, è vero ci sono pezzi più “intimi” ma altri non vedo l’ora di cantarli dal vivo, anzi sono proprio adatti per le atmosfere, per il mood, le batterie ecc…  Spero di poterlo fare al più presto, visto che al momento i live sono un po’ bloccati… Intanto abbiamo fatto un evento esclusivo a Roma, proprio ieri, dove abbiamo ascoltato il disco e abbiamo commentato i brani con le persone presenti.

– E’ stato fatto un lavoro di scelta dei beat che riuscissero a trasmettere lo stesso stato d’animo dei testi?

Abbiamo ovviamente scelto i beat in base al moodbard e, si: posso confermare che sotto questo punto di vista sono tutte produzioni tailor made. Anche in questo caso, il merito va ascritto a tutte le persone che ci hanno lavorato, che hanno capito il viaggio e hanno messo a disposizione la loro visione e la loro arte.

Se scrivessi canzoni adesso, che tipo di pezzi scriveresti?

Premetto che quando finisci di scrivere un disco per un attimo ti senti svuotato, hai dei momenti in cui ascolti musica ma non ti viene fuori niente. Poi all’improvviso, boom… esce di nuovo tutto. Al momento ho scritto due pezzi nuovi e ho tanta voglia di continuare a scrivere.
Bella la tua domanda, cosa scriverei…
La risposta è: continuerei a parlare di ciò che mi succede. Indipendentemente dai beat, dai featuring, che sia rap o cantato, continuerei sempre a scrivere di ciò che succede intorno a me. Non saprei fare altrimenti.
Non farei sicuramente una fotocopia di un disco precedente. Quando sento questo disco so che è diverso da quelli di prima e il prossimo sarà diverso da questo.

Nel mio computer tra l’altro ho anche una cartella “mixtape” dove ho parcheggiato una quindicina di strofe che avevo registrato prima di lavorare a questo disco, proprio con l’intenzione di farne un mixtape… per ora sono ancora lì, ma mai dire mai.

Per tutto quello che faccio uscire comunque mi piace interfacciarmi con Macro Marco, per questo disco ad esempio lui è stato molto bravo a capire quali erano le mie esigenze. A volte invece mi chiede di “rappare” di più, in questo disco ad esempio ci sono canzoni che non sono i “canonici” brani rap. Questa cosa poi coinvolge anche me e quindi lo facciamo, prendi ad esempio “Disordinata armonia”, il disco che abbiamo fatto insieme io e Macro Marco, è stato il primo lavoro che ho fatto per la Macro Beats ed è un progetto che ha tirato fuori delle cose di me di cui vado molto fiero e sono onorato  e contento di averlo fatto.
Inconsapevolmente come liriche e atmosfere è un preludio a questo disco, solo che ancora non lo sapevo.

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Andrea Bastia
Appassionato di cultura hip hop da ormai troppi anni e writer fallito, dopo qualche esperienza in proprio sul web approda definitivamente su Hano. Si occupa della rubrica dedicata agli artisti emergenti e a quella sui Graffiti.

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