Sfera Ebbasta è il cantante più famoso d’Italia. Guardando solo alla scena trap si potrebbe addirittura inserire tra i top d’Europa. Cosa cazzo ci faceva alla “Lanterna Azzurra” di Corinaldo in provincia di Ancona? 

Sabato mattina è stato probabilmente il punto più buio da quando il genere rap/trap è diventato un fenomeno di massa e, come ogni volta che scoppia un merdone, è tutto un susseguirsi di proclami, accuse, prese di distanza, paraculismo generalizzato e lacrimucce. Ah stavo dimenticando gli insulti! Sono ore che la pagina Instagram del cantante è stata presa d’assalto dai webeti, vogliosi di dimostrare come non ci sia bisogno di credere alla terra piatta per essere dei ritardati. Insulti gratuiti all’artista, improbabili connessioni tra la sua musica e la tragedia, ricostruzioni fantasiose… insomma il solito carnevale. 

Sfera poi che tra tutti, è forse l’unico senza un briciolo di responsabilità. La sua unica colpa è stata quella di essere atteso in un locale che non avrebbe mai dovuto ospitare una sua serata per evidenti limiti organizzativi e strutturali. 

Sarebbe poi il caso di capire come mai in Italia si debba aspettare che qualcuno finisca all’obitorio per prendere le dovute contromisure a un problema. Lo “spray al peperoncino” non è una moda, è una tecnica usata per fregare smartphone e portafogli ai concerti. Non è un caso che gli inquirenti, nei precedenti casi fortunatamente meno drammatici, abbiano sempre registrato segnalazioni di furti in combinata con l’uso dello spray. Ecco, i casi precedenti appunto. Facendo una rapida ricerca e aiutato da un articolo del Post.it, si riassume come episodi simili si fossero già verificati quasi dieci concerti prima di Venerdì notte. Da Ghali, a Sfera, da Guè Pequeno a Marracash, fino ad arrivare ad Achille Lauro poche settimane fa. E’ stato fatto qualcosa? No. Si è aspettato il morto, come sempre.  

Tutti rapper, coincidenze? Non lo so, sicuramente il rap in Italia è sempre stato un genere tristemente seducente per gli imbecilli, ma non credo neanche abbia tanto senso stare qui a domandarsi se una cosa simile potrebbe succedere a un concerto della Pausini. Quello che avrebbe avuto senso invece, sarebbe stato il prendere contromisure in grado di prevenire la morte di cinque ragazzini e di una mamma. Chi va ai concerti nelle grandi capitali europee sa benissimo a cosa mi riferisco: perquisizioni e metal detector. Viviamo in tempi in cui non si può dare nulla per scontato e non si può più sperare che la civiltà sia la consuetudine. Io, per dirne una, quando sono andato al concerto di Jay-Z mi sono preso un cazziatone perchè avevo il liquido delle lenti nello zaino, altro che spray. 

Secondariamente, ma altrettanto importante, sarebbe ora di finirla con quello che artisti e addetti ai lavori chiamano “doppietta” o, nei casi estremi, “tripletta”. Artisti che nella stessa serata saltano da un locale all’altro pur di fare più soldi possibili. Discoteche che spacciano “ospitate” (metto due dischi e canto due canzoni per un totale di 15/20 minuti) come concerti pur di strappare biglietti e riuscire a pagare gli artisti stessi (per chi ne volesse sapere di più c’è un ottimo articolo di Michele Monina sul suo blog). Come è possibile concedere a un artista che potrebbe riempire facilmente il forum di Assago, di esibirsi in locali che non hanno neppure 1000 persone di massima capienza? Ve lo immaginate David Guetta suonare alla festa dell’unità di Bastonate sul Membro?  

Si è poi letto in queste ore come la capienza del locale fosse di circa 800 persone e che i biglietti strappati fossero 1400, il che è di per sé vero. Quello che andrebbe precisato è che Sfera fosse atteso in una delle tre sale del locale, la più “grande”, con circa 469 persone di capienza. Erano 1400, più del triplo.  

Se Sfera è esente da colpe poi, possiamo dire lo stesso del suo staff? Il compito di un tour-manager non sarebbe quello di scegliere locali in grado di ospitare il proprio artista in accordo con gli standard di sicurezza e legalità? Sfera non avrebbe il diritto di essere rappresentato da persone in grado di evitargli episodi di questo tipo? Credo proprio di sì. Proveranno a nascondersi dietro al “non potevamo sapere…” scaricando tutta la colpa sul locale. Il problema è che se non sai la capienza del posto in cui vai a suonare e non sai quanti biglietti sono stati venduti per il concerto del tuo artista, vuol dire che non sai fare il tuo lavoro. Semplice. Anche perchè l’altra opzione è che si sapesse e che si è messo artista e rispettivi fan in pericolo per quattro soldi in più. Cosa che sarebbe ovviamente assurdo pensare. 

Cambierà qualcosa? Si spera. Ci limitiamo per ora ad applaudire l’iniziativa di Tedua e a unirci al lutto delle famiglie colpite da questa tragedia che doveva e poteva essere evitata.

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Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra, frequenta un Master in Digital Journalism e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo. ALTRE COLLABORAZIONI: Rolling Stone, Noisey, Il Milanese Imbruttito