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Arrivano i Live di Tedua. Speriamo ci salvino da “Peace and Love”

Mentre il mondo si interroga se "Peace and Love" sia o meno il pezzo più paraculo di sempre, ho scoperto che in Italia si riescono ancora a fare dischi decenti.

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Con lo stesso tempismo inappuntabile con cui scopro le serie televisive (ho iniziato a guardare “La casa di carta” quando lo aveva visto anche la portinaia del mio condominio), oggi ho scoperto che due mesi fa è uscito uno dei dischi italiani che mi ha più piacevolmente sorpreso negli ultimi anni. Siccome voi, popolino dell’Internet, ci accusate di parlare sempre male di tutto e di essere dei mancati rapper frustrati (cose di cui andare abbastanza fieri), mi sembrava il caso di applaudire a scoppio ritardato un artista di cui sapevo poco e niente. Ascoltare il suo disco è stata una delle cose più fighe fatte questa settimana e ha riacceso un barlume di speranza: in Italia non è obbligatorio fare musica di merda. Si possono ancora fare buoni dischi. Oggi ho scoperto Tedua e il suo Mowgli, che bomba.

Sempre voi, il popolino di sto cazzo dal commento facile, direte che sto scrivendo questo pezzo perchè “lecchiamo il culo”, è nostro amico o chissà cos’altro vi passa in quel cervello bacato. La verità è che so a mala pena che faccia abbia e che questo articolo probabilmente manco lo leggerà e ne mi inviterà a un suo concerto. Giusto così. Posso parlarne bene senza sentirmi in colpa.

E’ un disco fico per tanti motivi e mi sento di cominciare notando un qualcosa di inconsueto per un disco italiano: non ci sono featuring. Il cancro del rap italiano. I featuring stanno al rap come gli assoli di chitarra stanno al rock: hanno rotto il cazzo. Tre quarti dei dischi che escono in Italia hanno gli stessi featuring, la stessa gente che che canta i ritornelli, le stesse strofe e gli stessi concept. Spesso non si capisce se sia il disco di un artista o una sorta di all star game in cui cantano in 25. Come se non sapessimo che questa è una strategia da quattro soldi per cercare di convincere il maggior numero di ritardati possibile a streammarvi su Spotify. Poi tutti su Instagram a gongolarvi dei vostri 47 dischi di platino di cartone.

Si potrebbero spendere poi buone parole sulla sua tecnica e sui suoi incastri. Mai banali e mai scontati, di quelli che li vuoi ascoltare almeno un paio di volte per essere sicuro di non esserti perso niente. Giochi di parole funzionali ad un percorso narrativo in cui Tedua prende per mano il suo pubblico, nella speranza che questo sia in grado di capire. Sì perchè ci sono tecnicismi e tecnicismi. Quando ascolto Gemitaiz, per citarne uno che mi piace (discorso a parte per l’ultimo disco discutibile), a volte ho la sensazione che il turbine di extrabeat e incastri sia solo un intelligente mezzo di distrazione di massa ma che poi, a cospetto del testo scritto, la tentazione che ci scappi un “Sì, ma che cazzo ha detto?” sia molto forte. Con Tedua accade quasi sempre il contrario, ci sono pezzi che ad un primo ascolto mi hanno lasciato mezzo perplesso ma che, con il testo davanti, hanno acquisito molti più significati di quelli che ero riuscito ad attribuire in un primo momento.

Da menzionare anche la sua credibilità nel raccontare un trascorso personale non facile, servendosi di un linguaggio capace di convertire il tutto in maniera positiva e soprattutto propositiva. Non ho mai la percezione che voglia attaccarmi un pippone su come sia stata difficile la sua infanzia, sebbene il tema sia indubbiamente presente nella sua musica. Sembra quasi che si limiti a farci sbirciare dalla finestra della sua storia personale senza assecondare l’infantile necessità di darsi un tono artistico cavalcando quei filoni narrativi che in questo genere si sono visti e sentiti anche troppe volte: la tipa mi ha lasciato, mio padre è una merda e sono uscito dal blocco. 

Concludiamo poi con una nota di colore ma che, insieme alle indubbie qualità artistiche del ragazzo di Zena, è il principale motivo della mia stima incondizionata. Tedua ha mandato a fare in culo Shablo, già di per se una cosa che vorrebbero fare in molti, dandogli del “viscido” e accusando di essere uno che fa la “cresta” sul talento dei suoi artisti. Il tutto a seguito di un intervista per Rolling Stone in cui il “Rick Rubin de noaltri” aveva parlato di Tedua come di uno bravo come tanti altri. Con la stessa insopportabile boria con cui Caressa ha detto che il Barcellona doveva vendere Messi all’Inter e che sostituirlo non sarebbe stato un problema perchè “ce ne sono tanti”. Tanti Tedua e Tanti Messi. Bah. Io rimango dell’idea che ci siano troppi Shablo e troppi Caressa piuttosto, ma sarà un problema mio.

Anche se sì, ammetto che sarebbe bello pensare che ci siano molti giovani ragazzi in giro per l’Italia pronti a sganciare una bomba di disco come “Mowgli“.

“Più dischi di Tedua e meno interviste di Shablo”

Nelson Mandela

Diego Carluccio
Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra, frequenta un Master in Digital Journalism e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo. ALTRE COLLABORAZIONI: Rolling Stone, Noisey, Il Milanese Imbruttito

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