Blue Virus

Oggi esce il nuovo album di Blue Virus, che ormai deve aver preso l’abitudine a far uscire suoi progetti in periodi di quarantena… (è di aprile la sua ultima fatica del suo alter ego “Sandro Terapia”).

Agli albori di un nuovo lockdown ecco dunque un nuovo album dal titolo “Radio Modem: Un Mixtape Di Blue Virus”, un lavoro di ben 20 tracce del quale abbiamo chiesto direttamente a lui qualche informazione in più.

 

Partiamo dal significato del titolo dell’album “Radio Modem: Un Mixtape Di Blue Virus”, ma quindi un album o un mixtape?

Un mixtape messo in piedi come un album: ci tenevo che tutto fosse al suo posto ed arrivasse nel modo più diretto possibile, quindi la dicitura Mixtape ho voluto persino metterla nel titolo, ma essendoci dietro un concept (quello di collegare le tracce tra loro con interventi speakerati, come se l’ascoltatore stesse sentendo la Radio in macchina) lo rende qualcosa di più di una semplice raccolta di pezzi senza un filone, pratica tipica dei mixtape, in genere.

Sentendo pezzi come “Scemo” e “Queste cartoline” escono due aspetti molto diversi della tua personalità… quella più irriverente e quella più riflessiva. Ma qual è quella dominante, quella che ti descrive meglio?

Entrambe mi rappresentano appieno, a dirla tutta. Diciamo che c’è quasi sempre un fondo di verità in quello che racconto, reso più interessante da una buona dose di fantasia di contorno. “Scemo” sono io che nella vita di tutti i giorni sto in pace con me stesso e scherzo con gli amici, “Queste cartoline” sono sempre io preso male per qualcosa che mi è andato storto e voglio essere lasciato in pace.

Partendo sempre da questi due singoli… il mood dell’album è più come “Scemo” o più come “Queste cartoline”?

Nel mixtape nuovo, così come in quelli vecchi miei, ho sempre dato la giusta importanza ad entrambe le facce della medaglia. Probabilmente scrivere questi brani “unofficial” (anche se, a conti fatti, nel 2020 non c’è quasi più distinzione tra mixtape e disco ufficiale) mi diverte più di ogni altra cosa, perchè posso far scendere in campo qualsiasi stato d’animo senza il terrore di trascurare nessuna mia sfaccettatura.

Nel tuo percorso hai collaborato con molti artisti importanti della scena italiana, quale tra questi ti ha lasciato il più bel ricordo a livello professionale e umano, e con chi ti piacerebbe invece una collabo in futuro?

Ho bei ricordi con praticamente tutti gli artisti che ho incontrato nel mio percorso artistico, molti dei quali diventati miei amici nel corso del tempo. Nessuna preferenza, e non perchè abbia paura di fare un torto a qualcuno, ma perchè se c’è una serenità di fondo mi trovo sempre bene con gli altri, per motivi diversi.

Come hai vissuto il periodo del lockdown (il primo) e come ti appresti a passare quello che sta iniziando adesso?

La mia paranoia iniziale era quella di non poter andare a correre. Poi, non so come, ho pensato che aprendo porte di stanze e balconi si creava un piccolo percorso da poter fare. Quella cosa l’ho risolta subito, nonostante io sia riuscito a discutere anche con vicini e passanti (abito al primo piano) che mi filmavano e facevano foto. Per quanto riguarda il resto, essere costretto a stare in casa ha sicuramente dato una bella spinta ai pezzi del mixtape che già stavano prendendo forma prima del Lockdown. In quel periodo, ho addirittura scritto e registrato il primo disco del mio alter ego, Sandro Terapia, intitolato “Memo” e buttato su YouTube a sorpresa. 10 tracce inedite con le voci registrate con le Memo Vocali del mio iPhone, tutte poi mixate e masterizzate professionalmente da mio fratello JØ Diana. É stato molto divertente. Per quanto riguarda questo nuovo Lockdown, innanzitutto mi sono procurato una cyclette per non correre come un pazzo dentro casa e poi poco altro; diciamo che mi “godo” l’uscita del nuovo mixtape con più tempo a disposizione per controllare i feedback della gente.

Sei di Torino, città con una grande storia per quanto riguarda l’hip hop… raccontaci com’è stato il tuo percorso e come hai vissuto la città

Ascolto musica da quando sono piccolissimo: grazie ai miei c’era sempre qualcosa da ascoltare, fuori e dentro casa, quindi possiamo dire in punta di piedi che tutto sia partito da lì; nel cassettone dei ricordi sono pieno di foto di me a 3-4 anni con un microfono della Chicco in mano, mentre improvviso un’esibizione nel salotto di casa, in pigiama. Bei tempi. Il mio percorso artistico, invece, è nato alle medie con un mio compagno di classe che ha portato “The Marshall Mathers Lp” di Eminem e mi ha rovinato, in meglio, l’esistenza. Questo non ha contribuito prettamente a “vivermi la città”, perchè mi sono sempre fatto i cazzi miei, non andando praticamente mai a serate ed eventi simili durante i primi anni. Mi sono accorto di essere un rapper di Torino diverso tempo dopo aver cominciato a fare musica: inizialmente ho stretto contatti e collaborato più con gente di Roma, Milano o del Sud, infatti tante persone manco sapevano che io fossi piemontese. Crescendo, tramite amicizie ed incontri fortuiti, mi sono avvicinato più alla scena torinese, capendo che anche dietro casa poteva aprirsi un mondo interessante e da scoprire, cosa che poi è avvenuta.