Tauro Boys - Foto di copertina di She S Lola

Ho scoperto i Tauro Boys casualmente grazie ad un mio amico romano qui a Londra. Sapeva bene come io sia abbastanza intrigato da tutto ciò che ibrido e crossover o semplicemente “nonsense” al punto giusto. 

“Fidate, stanno ner futuro” mi aveva detto Giacomo. Potevo farmi scappare l’opportunità di intervistarli? Ovviamente no. 

Sì, ma chi sono i Tauro Boys? Maximilian, Yang Pava e Prince. 

Sono tre pischelli di Roma centro che dal 2017 ad oggi sono riusciti a ritagliarsi un discreto pubblico (169.000 ascolti mensili su Spotify) e ben due tour per l’Italia all’attivo. Quest’anno hanno presentato “Alfacentuari”, il loro terzo disco. 

Un risultato ancora più incredibile se si pensa che è tutto cominciato con un gruppo whatsapp e dei freestyle nelle ricreazioni del liceo Virgilio di Roma. 

Solitamente si sente ripetere che i ragazzini sono tutti fake, completamente rincoglioniti da Instagram e social, che hanno perso il contatto con la realtà e tutte quelle banalità che se le pronunci in una sola frase, finisce che ti citofona l’INPS.

Per carità, potrà anche essere vero, così come è vero per gli adulti, resta il fatto che un gruppo di ragazzi che passa l’intervallo a fare freestyle sia indiscutibilmente molto hip-hop. A prescindere dalle sfumature che la loro musica possa aver preso col tempo. 

“C’è da fare una premessa” – precisa subito Prince  “su quello che era il nostro freestyle. Non era la roba del io insulto te, tu me e poi ci diamo la mano… Noi facevamo già delle vere e proprie canzoni ma improvvisate. Questo era il nostro Freestyle”. 

“Anche perché eravamo in dieci, se facevamo la classica roba di mettersi in cerchio e passarci la parola, prima che arrivava il tuo turno ti era passata la voglia…”, ha poi aggiunto Pava, che però non ha dubbi, quella è stata un’esperienza formativa e che li abbia poi aiutati enormemente una volta arrivati nel primo studio di registrazione (ah, lo studio era di Carl Brave):

“Ti devo dire poi che a quel periodo sono molto grato. E’ stata un’ottima palestra, ci allenavamo così tanto a ripetere le strofe che quando poi arrivavamo davanti a un microfono eravamo prontissimi” 

Un progetto nato quasi per scherzo, che si è pian piano evoluto fino a diventare un vero e proprio lavoro con aspettative, tempistiche e appuntamenti da rispettare e mantenere.

Viene da chiedersi se questo abbia inevitabilmente un po’ alterato la natura di un gruppo di ragazzi che si mandavano le strofe registrate col telefonino e la base in sottofondo da youtube.

Maximilian non ha dubbi: “Il progetto ci ha guadagnato in oggettività. Nel saper distinguere cosa funziona da cosa no… Io lo vedo come un progresso. Anche perché all’inizio il nostro unico feedback erano gli amici che pure se gli fai sentire una canzone di merda ti dicono bella bro, continua così”.

Alfacentuari è stato sicuramente il disco con maggior aspettative da quel viaggio iniziato tra i banchi della scuola, un qualcosa che ha portato inevitabilmente il trio a lavorare in maniera differente rispetto al passato.  

“Al disco ci abbiamo lavorato per 6-7 mesi” – dice Pava – “è stato diverso perché prima lavoravamo in maniera molto meno strutturata. Per questo invece abbiamo deciso di lavorare in studio sempre tutti e tre contemporaneamente”. 

Non sembra però che questo abbia in alcun modo minato l’equilibrio del gruppo o l’idea che i tre ragazzi avevano del progetto finale: 

“Prima era come fossimo tre anime indipendenti dentro al progetto, era arrivato il momento di creare qualcosa che ci rispecchiasse davvero come collettivo.

Tauro Boys - Foto di Daniele Paonessa
Tauro Boys – Foto di Daniele Paonessa

In realtà era stato più difficile con le prime tracce perché ognuno aveva un approccio più personale alle canzoni, e si doveva poi trovare un compromesso per fare funzionare il tutto. C’era da controllare un po’ di orgoglio personale. Qui le abbiamo davvero scelte tutte assieme in maniera super democratica”, ha poi concluso Maximilian. 

Certo, lo so cosa state pensando. Tre ragazzi giovani, di Roma centro, Side come featuring nel disco, un’influenza trap neppure troppo nascosta… non saranno la dark polo 2.0? No.

Per carità, dei punti di contatto ci sono e sono anche abbastanza innegabili come ha ammesso lo stesso Pava: 

“Da primo fan della Dark Polo non è che mi offendo se qualcuno ci paragona. Sinceramente non nego che possa avere avuto un’influenza su di me. Però è un parallelismo un po’ banale. Siamo romani, veniamo da Roma centro, abbiamo lo stesso giro di frequentazioni… però la musica parla da sola credo”. 

Anche Prince ha un’idea abbastanza precisa a riguardo, sostenendo come questa sia una generalizzazione tipica di chi non ha ben messo a fuoco il loro progetto: 

“Ti dico, questo accomunarci alla Dark Polo in realtà non lo riscontriamo così tanto. Chi ci segue veramente è difficile che ci scambi per qualcos’altro perché noi ci sentiamo davvero una cosa a parte.”

L’idea è quella di non fermarsi mai. In questo momento i ragazzi sono in giro con il loro tour estivo in supporto ad “Alfacentauri” che si concluderà a Settembre. Un tour che era partito subito dopo quello che aveva accompagnato la pubblicazione del “Taurotape2”, il loro lavoro precedente. 

Vacanze? Neanche a parlarne. 

“A settembre spingiamo ancora un po’, ci piacerebbe fare una super data a Roma”, confida Prince prima che Pava e Maximilian chiosino con un sempre azzeccato “chi si ferma è perduto”. 

I Tauro Boys non vogliono perdersi, e noi continueremo a seguirli. 

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Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra, frequenta un Master in Digital Journalism e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo. ALTRE COLLABORAZIONI: Rolling Stone, Noisey, Il Milanese Imbruttito