Salmo - (Ph. Roberta Marciello)
Salmo - (Ph. Roberta Marciello)

Salmo a Sanremo, Antonio Conte all’Inter e Maurizio Sarri alla Juve. La fine delle bandiere. 

Salmo va a Sanremo. 

Ripeto, Salmo va a Sanremo. 

No, non sta andando per il Casinò e probabilmente non credo neppure per la focaccia o la rinomatissima accoglienza ligure. 

Salmo sta andando al “Festival della Canzone Italiana”. Di qui a pochi giorni potremo inebriarci del buco spazio temporale creato dal vedere Amadeus annunciare Salmo sul palco dell’Ariston. Ama – “Per me è la cipolla” – deus e Lebon contemporaneamente sullo stesso palco. È un po’ come vedere la Zanicchi fare la cacca in studio… ah no, quello l’ho visto già. 

State tranquilli, questo non è un pezzo sulla purezza dell’hip hop, su come Sanremo sia la morte del rap o di come gli artisti dovrebbero cantare esclusivamente nei centri sociali avvolti nella bandiera della pace. 

Fanculo i puristi. Vedono il rap come i meridionali dell’anteguerra vedevano la loro prima figlia: una zitella di quarant’anni che sarebbe dovuta piacere a tutti ma guai a chi provava a scoparsela. 

Io di Sanremo, specie da quando mi sono trasferito all’estero, sono da sempre un grande estimatore. Della musica? Non necessariamente. Anche se negli ultimi dieci anni qualcosa bello è passato (vedi Achille Lauro). Sono fan dell’irresistibile fascino trash del “nazional popolare”, sono fan di guardare Twitter a Facebook la sera della diretta, e, soprattutto, sono fan della farfalla di Belen.

C’è qualcosa di male nel fatto che un artista come Salmo vada a Sanremo? No.

Anzi, sarebbe strano che l’artista più forte del momento non venisse invitato. 

Specie in una trasmissione che negli ultimi anni si è saputa rinnovare, finalmente accettando l’attuale supremazia discografica e sociale della musica rap-pop-urban. 

Quindi, vi chiederete, come mai mi fa strano vedere Salmo all’Ariston? 

Semplice. Io valuto il successo di un artista urban essenzialmente su due cose: il talento e la credibilità.

Per spiegarvelo mi servirò della parabola di Antonio Conte e Maurizio Sarri. 

Antonio Conte, con buona pace degli interisti, è juventino. Lo dice la sua storia, il suo palmares e la sua ossessione per la vittoria. 

Maurizio Sarri è napoletano. Lo so, non geograficamente, ma il suo stile, la sua visione del calcio e la sua empatia con il popolo partenopeo sono stati un magnifico unicum che la città di Napoli non provava dai tempi di Maradona. 

Nonostante un background antitetico alle squadre oggi allenate, non c’è di per sé nulla di male nel vederli oggi sulle rispettive panchine. Sono professionisti, vanno dove vengono pagati. 

Nonostante questo però, tra i due c’è una sottile differenza che fa emergere il nuovo allenatore dell’Inter come più “credibile”.

Una credibilità basata quasi interamente sull’importanza, spesso sottovalutata, delle proprie dichiarazioni.

Ancora allenatore della Juventus, Antonio Conte disse in conferenza stampa: 

Qui dovente tutti capire una cosa. Se un giorno vado ad allenare l’Inter, divento il primo tifoso dell’Inter. Sono un professionista”. 

Vederlo all’Inter fa strano ma, considerato il personaggio, non può stupire più di tanto.

Discorso diverso per Sarri. L’uomo che sussurrava alle Marlboro rosse ha avuto, negli anni della sua permanenza a Napoli, un atteggiamento così netto nei confronti della Juventus che mai ce lo saremmo potuti aspettare all’ombra della mole. 

Le sue parole di lotta “al palazzo” (la Juventus) e ai “poteri forti” (sempre la Juventus) sono stati la benzina sul fuoco della passione di un popolo partenopeo che da sempre si è saputo esaltare nella netta contrapposizione tra Napoli e il resto del mondo. 

Sì, ma Salmo cosa c’entra? C’entra tutto.

Non ci sarebbe nulla di male nel vedere Mr.Playlist ospite all’Ariston se solo negli ultimi anni avesse avuto un atteggiamento meno talebano. 

Da “Io a Sanremo mai”, passando per “Festival dell’Italia vecchia e conservatrice”, fino ad arrivare a “Sanremo è peggio dei talent”, tutto ci saremmo aspettati tranne che di vederlo da lì a poco tempo nei panni del super-ospite.

Morale della favola? State attenti a quello che dite. Sempre. Altrimenti a qualcuno potrebbe venire il dubbio che per farvi cambiare idea basti solo un grosso cachet.

Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra, frequenta un Master in Digital Journalism e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo. ALTRE COLLABORAZIONI: Rolling Stone, Noisey, Il Milanese Imbruttito