Lele Blade
Lele Blade

Mi dicono che non esistono biografie ufficiali di te. Così ti chiedo, raccontami chi sei.

Bella questa cosa qui, non esistono, scusa ripetimi la domanda, non esistono biografie ufficiali? È vero! Io sono di Casoria, nato a Napoli e vissuto in provincia di Napoli. Mi sono avvicinato alla cultura hip hop che mi ha quasi, praticamente, non voglio dire salvato, però mi ha portato su una via abbastanza dritta, fatta di passione, è stata la mia fortuna tra virgolette.

Due milioni e mezzo di streaming. Come accogli la cosa?

Al momento siamo a quattro milioni! Sono felice di come sta andando, sta girando bene, soprattutto nelle mie zone. Si vede anche dai risultati fisici, ho chiuso un sacco di serate, alla gente sta piacendo molto, i ragazzi la vogliono ascoltare nei club, sono felice.

Il titolo, Vice City, racconta Napoli?

Sì, ho voluto fare un paragone tra Napoli e Vice City, la città del gioco di GTA, che si ispira poi a Miami. Ho voluto fare il paragone perché trovo dei punti in comune tra Napoli e Vice City come gioco in particolare.

Sonorità latine, solari, intense. Ma anche club, notti, sogni. Cosa vuoi comunicare con questo progetto?

Io sinceramente mi sono messo in gioco e alla prova. Questo è stato un progetto che ho portato avanti in maniera molto molto naturale, istintiva. Quindi in un certo senso ho voluto anche provare ad adottare un metodo nuovo di scrittura, più veloce, più istintivo… ho voluto comunque esprimere diverse cose in questo ep, dal pezzo V Blu in cui parlo del rapporto che hanno le persone con i social a Un attimo che è molto più introverso e parla di un mio lato molto intenso, fino ad arrivare a un pezzo come Loco che possiede sonorità latine. È stata la prima volta per me, non avevo mai utilizzato una sonorità del genere. Mi è piaciuto pure, mi sono divertito nel farlo.

C’è tanta rabbia, ma espressa in maniera elegante.

Bella osservazione, sì è vero. Ma perché fondamentalmente per me il rap, la musica, rimangono quel mezzo che mi permette di sfogarmi, tra virgolette, non riesco a limitarmi, se devo scrivere delle cose le scrivo, magari non le scrivo più come le scrivevo prima, ero molto più diretto, perché so che comunque mi approccio a un pubblico e sto attento a non essere troppo spinto.

Quindi per questo posso sembrare, come dici tu, arrabbiato ma elegante.

In una città come la tua come si fa a conservare la dolcezza?

La dolcezza dici? Mah, io credo che, forse, molte persone hanno un’idea sbagliata della mia città, perché Napoli può essere tanto violenta quanto può essere tanto il contrario. La dolcezza è una cosa che fa parte della persona, è una cosa che conservi dentro e che non devi avere vergogna nel mostrare, soprattutto con l’arte.

La storia del rap Napoletano è una parte fondamentale della storia musicale italiana. Cosa ti ha insegnato?

Il rap napoletano? Io, da ragazzo di Napoli, mi sono avvicinato principalmente al rap napoletano. Quindi posso dirti che dal punto di vista artistico e tecnico mi ha dato molto perché ho studiato molto, proprio i testi di chi c’era prima di me. E poi anche a livello emotivo, io credo che noi, in un certo senso, senza nulla voler togliere a nessuno, in un certo senso riusciamo a essere un po’ più profondi in maniera diversa, è questa la cosa che ho imparato.

Tra sciorta e cazzimma, che valori ti ha insegnato la tua città.

La sciorta quasi non esiste per me. La sciorta sarebbe la fortuna, proprio il colpo di fortuna quello pesante, che è una cosa che ti devi costruire, perché se tu non provi a fare qualcosa, la fortuna mai arriverà da te, si dice la fortuna aiuta gli audaci ed è verissima questa cosa. La cazzimma è una cosa fondamentale in tutti i settori, quindi quanto più hai cazzimma, quanto più riesci a tenerla velata, riuscendo a essere furbo con modi giusti, è fondamentale. Ti porta a capire determinate cose.

Il tuo lavoro mi sembra molto innovativo, che contemporaneamente conserva valori musicali che ultimamente si sono un po’ persi.

Questo deriva anche dal mio background, sono un cultore del genere, ho iniziato ascoltando la roba più underground del pianeta. Quindi è una cosa che ho dentro, che non riesco a togliermi del tutto da dosso. È un’influenza del mio background che fa partire i pezzi così, ancora legati a determinate radici, seppur con suoni nuovi.

Il modo di vivere la musica, a Napoli, è sempre rivoluzionario. I neomelodici vivono fuori dalle case discografiche, fanno video con i numeri di telefono in sovraimpressione, in un certo senso sono molto hip hop. Questa cosa ti ha un po’ ispirato?

Devo dirti che questa è una cosa che abbiamo sempre pensato a Napoli, perché seguendo molto la scena americana in cui parlano di vita di strada etc, fare un paragone coi neomelodici che parlano di questo, è facile. La cosa a noi ci faceva divertire perché i nostri rapper è come se fossero i neomelodici, capito? I più veri erano i neomelodici. Ovviamente io devo dirti che, come genere, non l’ho mai approfondito, perché, come ti ho detto prima, sono partito da piccolo ad ascoltare altra musica per cui sono due mondi un po’ diversi, anche se si riconnettono a questa cosa che ti ho detto io, si ritrovano su questa cosa della street life.

Cosa vuol dire essere un rapper nel 2019

Significa essere, agli occhi dei ragazzini, un personaggio in voga, famoso, ricco. Per me significa semplicemente essere un artista, che ha scelto un determinato modo di esprimersi.

Cosa pensi della scena hip hop contemporanea?

Ci sono delle sfumature che mi piacciono. A volte vedo ragazzi che osano fare cose che magari non si sono mai fatte prima. A me l’innovazione, in generale, piace. Però non amo l’eccesso, quando si parla troppo di cose che non ti lasciano nessun messaggio, niente, zero, quella la trovo un po’ inutile. Posso apprezzare il modo di fare una cosa, però se tu in una canzone mi parli solo di droga e basta… questa è un po’ la cosa che non mi piace della scena di oggi. Ci sono moltissime persone che lo fanno benissimo, però ci sono molti giovani pure che pensano che il rap sia questo, dire quattro cazzate così, giusto per.

Come vedi la situazione sociale italiana e cosa pensi possa fare la musica in merito.

Io credo che, attualmente, come si dice da noi, siamo proprio inguaiati, perché stiamo facendo davvero dei passi indietro.

Però il discorso è che io credo che la musica possa oltrepassare questi limiti perché fondamentalmente la musica è diversa dalle parole che si dicono in tv, la musica ti prende dentro, quando la musica riesce a unire delle persone allora io credo che quello sia il vero collegamento tra le persone, il vero rapporto utile.

Manca un minuto, momento MarzulliHano, fatti una domanda e datti una risposta.

Dove mi vedo tra cinque anni? A Miami, sicuramente, mi sono fissato con Miami, spero di andarci a vivere.

Michele D'Amore
Nato in Sardegna, mi innamoro dei libri a casa, con un amore odio che mi porta a giocarci, calciarli e scoprirli. Il mio primo libro è Mamma mi leggi. E poi Robinson Crusoe, Verne, Gotta. Da adolescente scopro i tascabili e leggo di tutto. Mi innamoro di Zola, Verga, di Oriana Fallaci. Amo Grisham, Peace, Clancy, Follett, Welsh e Manzoni ma, soprattutto, Calvino e Vittorini. I miei titoli preferiti: Marcovaldo, Colla e Uomini e No. Amo l'indipendenza, la libertà. Sposo l'idea di una letteratura popolare, dedicata a tutti.