Un’intervista in studio, il racconto di una carriera che non perde l’entusiasmo che sta alle fondamenta di tutto. Jangy Leeon si racconta per hano.it senza nascondere niente.

Eldorado è il tuo modo di fare musica. Cosa vuol dire interpretare nuove sonorità in questo panorama?

Allora, sicuramente non è semplice dal punto di vista del marketing, ma ho cominciato a fare musica per passione, perché mi piaceva farlo e insomma non è stato semplice perché abbiamo fatto qualcosa che prima non c’era ancora stato a livello di sonorità. Penso che siano i due lati della medaglia, per quanto fosse una cosa inaspettata, penso che possa essere risultata interessante proprio per questo.

Mi ricordi un po’ gli argomenti dell’album?

Allora, dipende. Molte volte ci siamo fatti trasportare da quelli che erano i titoli dei sample e da lì abbiamo costruito intorno i contenuti del pezzo, però sempre rapportati a un periodo storico attuale, dal rap alle prospettive sociali, ci sono pezzi anche più riflessivi, piuttosto che robe più festose, come la traccia che ho fatto con Jack The Smoker. E poi boom bap, come Caracas, che risultano essere tracce da live. Mi sono accorto che col tempo la mia roba potrebbe essere più fruibile live, piuttosto che musica da ascolto. E anche in questa concezione, abbiamo costruito il disco con Weirdo, cose che potessero essere suonate nei live, quindi banger e cose di questo tipo.

Riflessioni sulla società tipo Apprezzo il consiglio, che parla delle persone, le quali sono sempre convinte di darti il consiglio giusto.

Ispirazione sempre Cypress Hill, Psycho Realm, Beatnuts e quel genere di hip hop legato al mondo latino dei portoricani trasferiti a New York piuttosto che a Los Angeles.

Nel tuo ultimo live ho visto che per te stare sul palco è anche un modo per stare tra le persone.

Sì esatto, in un mondo tutto social e virtuale, dove la gente si rinchiude negli schermi, i live, specie in situazioni intime o amichevoli sono un mezzo per riscoprire, detto tra virgolette “il vero significato dell’hip hop” che dovrebbe essere unione e scambio di conoscenze, emozioni e contenuti, interazione tra la gente reale. Non sto parlando di interazioni Instagram, ecco.

Cosa vuol dire fare hip hop per te?

Fare hip hop per me è direttamente collegato alla musica, però è, appunto, un mio mezzo di espressione più fervido. Sempre legato al rap.

Tramite l’hip hop, prima ho cominciato dipingendo e dopo ho scoperto il rap. E adesso è il mio mezzo di espressione più diretta per trasmettere e per trasmettermi anche io perché poi, scrivendo scopri delle cose di te stesso che magari non riesci a tirar fuori alla luce. È come un artista che dipinge il suo quadro e si scopre. Fare hip hop è un po’ questo per me, trasmettere il mio modo di pensare e di interagire con il mondo esterno alle persone che mi ascoltano.

Perché è stato rap? Rispetto agli altri generi musicali?

Perché insomma sono sempre stato appassionato del genere, secondo me non c’è niente che ti permetta di esprimerti al meglio, come nel rap. Ci sono altri generi molto emozionali, ma il rap, nella sua definizione lirica ha secondo me tutte le carte in regola per permettere all’artista di esprimersi al meglio.

Lavori tutto il giorno in studio. Ma le ispirazioni da dove le prendi?

Le ispirazioni le devo trovare dentro me stesso. Per me è sempre stato così, fin da quando avevo lo studio in cantina, mi chiudevo lì e scavavo nelle mie emozioni e nelle mie reazioni alla vita reale. Mi permetteva di farmi ordine in testa e di scaricare tensioni, piuttosto che divertirmi con la musica. L’ispirazione la trovo ricreando quell’atmosfera e quello stato mentale che mi fa ritrovare all’interno del quadro musicale.

L’altra sera hai fatto da giuria in freestyle. Cosa pensi della situazione attuale del rap improvvisato? Non pensi che ci siano troppe routine? E poi, cosa pensi del freestyle come arte, nel panorama hip hop?

Penso un po’ tutti siano partiti dal freestyle, io ero nel numero, nonostante abbia sempre avuto in testa l’idea di voler scrivere testi. Penso che il freestyle sia, grazie al contenuto, una delle forme di espressione più fighe che ci possano essere, anche perché oltre che ad essere pensato, improvvisato e performato, è una fase adrenalinica che non c’è in altre forme. Si ricrea uno stato emotivo che ti dà un’energia particolare.

Per me il freestyle, nell’hip hop, avendo fatto anche io da piccolo battle e contest, il vero cuore del freestyle è la distensione, quando tutti freestano non per sfidarsi ma per spaccare nel rap.

Comunque le battle rimangono un bel momento, il livello attuale mi sembra anche buono, che stia risorgendo dopo un momento off. Adesso ci sono tanti nuovi mc che spaccano, quindi secondo me, tanta roba ecco.

Cosa vuol dire lavorare in studio con uno come Jack the Smoker?

Significa tanto, perché comunque, al di là del lato professionale, il profilo umano rispecchia la grandiosità del personaggio, non è sicuramente un personaggio costruito. Per uno come me, che viene da altre generazioni, Jack è come un maestro, un professionista molto talentuoso. Non è semplice confrontarsi con una persona di questi livelli, ma è molto stimolante. Mi fa piacere condividere lo spazio con una persona così ricca sotto il profilo culturale.

Tu vai in palestra, l’allenamento fisico c’entra con il rap nella vita di un artista?

Per me sì, nel senso che l’allenamento fisico, dal puro punto di vista chimico ti permette di staccare e di rigenerare il tuo corpo, ma soprattutto la tua mente. Liberi endorfina, ti rigenera mentalmente, ti dà nuove energie, nuovi stimoli. Ci sono molti casi di fighter e di sportivi di ogni tipo che possono essere parallelati ai rapper. Entrambi si allenano quotidianamente, entrambi devono raggiungere dei risultati. Questa roba per me va da sempre a braccetto perché se mi alleno anche la musica ne risente in maniera positiva.

È il momento della trap e dell’autotune. La tua sull’argomento.

Allora, sì, è il momento, forse è partito ormai da un po’. Cosa posso dire, in America, che è il fulcro di questa roba, c’è un mercato talmente ampio che ti permette di intravvedere artisti validi come non, però tra i validi, come Travis Scott, c’è chi lo utilizza rimanendo comunque grande. Dipende sempre da come le fai le robe, indipendentemente dal genere. In Italia purtroppo, secondo me, qualcuno diceva che il rap non è mai andato. Non posso dirti questo, sono fiducioso in questo senso, ma se c’è qualcosa che è sempre andato in Italia è sicuramente il trash e quindi penso che, forse come nel rap e nella trap, ci sia tanto trash a galla in Italia. Ecco.

C’è qualcosa di nuovo, un pezzo in gabbia?

Allora, esatto, a proposito di sport ho realizzato il walk out ufficiale per Stefano Paternò, ovvero la colonna sonora che lo accompagnerà nella gabbia nei suoi combattimenti. Stefano è, a parer mio ma anche i fatti lo dicono, il miglior welter italiano nell’MMA. Oltre che essere un amico, per me è anche un riferimento. Per questo è un onore poter avere il privilegio di, insomma, accompagnarlo in gabbia nei suoi combattimenti. È qualcosa che mi rende particolarmente fiero.

Abbiamo deciso di fare questa release per permettere alla gente di ascoltare il brano e magari anche gli sportivi che vogliono allenarsi.

È uscito il 4 luglio, il titolo è Mi Fist. Ripreso anche dal titolo se vuoi, che è la prima connessione che potrebbe dirmi la gente “ah ma l’album dei Club Dogo è Mi Fist”. Sì certo. Loro intendevano Milano Finest. Visto che lui è il migliore di Milano, io faccio rap, quel disco è storico per un po’ tutti gli amanti dell’hip hop, è stato un bel modo di chiamare così la traccia. Fist significa anche pugno, quindi era perfetto.

Vuoi dire qualcosa?

Grazie per l’intervista, sto preparando anche io un disco e, insomma, ci siamo quasi, vedo particolare attenzione nei miei riguardi. Sto riscoprendo ora che la gente che mi ascoltava due anni fa, per quanto avessi pensato che in questo mondo virtuale, fatto di follow e unfollow, non ci fosse altro, invece le persone che mi seguono sono ancora lì che si aspettano qualcosa da me.

Seguici su INSTAGRAM - FACEBOOK
Michele D'Amore
Nato in Sardegna, mi innamoro dei libri a casa, con un amore odio che mi porta a giocarci, calciarli e scoprirli. Il mio primo libro è Mamma mi leggi. E poi Robinson Crusoe, Verne, Gotta. Da adolescente scopro i tascabili e leggo di tutto. Mi innamoro di Zola, Verga, di Oriana Fallaci. Amo Grisham, Peace, Clancy, Follett, Welsh e Manzoni ma, soprattutto, Calvino e Vittorini. I miei titoli preferiti: Marcovaldo, Colla e Uomini e No. Amo l'indipendenza, la libertà. Sposo l'idea di una letteratura popolare, dedicata a tutti.