Cor Veleno
Cor Veleno

Lo spirito che suona” esce il 26 ottobre, a ben otto anni di distanza dal loro ultimo lavoro, i Cor Veleno si riuniscono di nuovo, sotto la stella di Primo, realizzando il loro sesto album dando voce al talento di David e alla voglia di dare a lui la possibilità di mandare un ultimo abbraccio alla musica attraverso le strofe inedite registrate in questi anni di carriera.

All’interno del disco troviamo sia artisti rap, come Gemitaiz, Madman, Coez, Mezzosangue, sia artisti più distaccati dallo stile della doppia h come Roy Paci, Giuliano Sangiorgi e Adriano Viterbini. Il risultato è un disco vario, con un sound ben preciso, pronto a riprendersi quella fetta della scena italiana e non, sempre ai blocchi di partenza, pronta a far sentire il proprio calore.

In merito a questa uscita, abbiamo avuto la possibilità di avvicinare Gabriele “Gabbo” Centofanti e Squarta per parlare del nuovo lavoro dei Cor Veleno. Buona lettura.

Cominciamo con le domande. Parlateci di questo disco, come nasce “Lo Spirito Che Suona”?

Squarta: “Lo Spirito Che Suona” nasce dalla voglia mia, di Grandi, di Gabbo che ha suonato con noi live da sempre, dalla crew dei Cor Veleno, di realizzare un prodotto rendendoci conto di avere tantissimo materiale di Primo sul quale poi abbiamo iniziato a lavorare. Oltre al nostro, alcuni amici ce ne hanno mandato anche dell’altro, visto che ritenevano giusto lo dovessimo avere noi. Noi abbiamo iniziato a lavorarci e inizialmente non è stato facile. Però abbiamo voluto provare a battere questa strada, difficile soprattutto dal punto di vista emotivo. Ne abbiamo parlato con Mauro, il papà di Primo, perché senza il suo ok non avremmo fatto nulla. Lui ci ha detto: “Andate, spaccate tutto”.

Gabbo: sì, lui ci ha dato carta bianca da qualsiasi punto di vista, soprattutto quello artistico.

S: così abbiamo iniziato a lavorare. Abbiamo preso dieci hard disk in cui cercavamo di capire quali fossero i pezzi da finire, scegliendo il materiale da inserire nel disco. Abbiamo iniziato a suonare le prime cose e a quel punto abbiamo invitato Mauro nel nostro studio. Lui è rimasto colpito e questo ci ha dato una motivazione ancora più forte per fare questo.

G: siamo stati blindati in studio circa un anno e due mesi, coinvolgendo tanti artisti.

S: non volevamo però che fosse un disco di ricordi ma che fosse un disco nuovo dei Cor Veleno. E farcela significava avere l’approvazione di Mauro, tutto quello che viene dopo è un plus.

G: la cosa bella di quando abbiamo lavorato al disco, è che sembrava che David fosse effettivamente qui a lavorare con noi. Spesso ci chiedevamo: “Ma a lui potrebbe piacere questa cosa”? Perché non era lì fisicamente ma la sensazione era che potesse entrare da un momento all’altro in studio per dirci quello che gli piaceva e cosa no delle tracce che stavamo producendo. Lo consideravamo parte integrante del progetto.

Volevo sapere, quanto è stato difficile, emotivamente parlando, superare tutto e partire con la lavorazione del disco?

S: le prime due settimane sono state veramente complesse dal punto di vista emotivo. Risentire la sua voce non è stato semplice. Noi quasi tutte le tracce le abbiamo fatte qui e, a volte, capitava di girarmi pensando che Primo fosse in sala di registrazione. Quindi sì, all’inizio è stata dura. Dopo, mi ricordo che la tensione ha cominciato a sciogliersi, soprattutto grazie alla magia della musica, al suo potere. E tutto stava andando veramente liscio, quasi da chiederci come fosse possibile. Le difficoltà erano enormi e il percorso pieno di ostacoli ma abbiamo superato tutto come niente fosse.

G: un lavoro enorme dal punto di vista della scrittura l’ha fatto Giorgio, Grandi Numeri, che è stato eccezionale, riuscendo a portare avanti il filo logico del pezzo che magari aveva scritto Primo, sembrava quasi confrontarsi con lui. Lui è una persona molto altruista e questa sua prerogativa è uscita ancora di più durante la lavorazione del disco.

C’è stata una scintilla che vi ha fatto dire : “Facciamo il disco”?

S: noi abbiamo fatto uscire “A pieno titolo” molto tempo prima dell’uscita del disco e per me era quasi un capitolo chiuso. Abbiamo fatto questo pezzo, l’ultimo pezzo dei Cor Veleno con Danno e questo era quanto. Per me questa cosa era molto dolorosa e io ho cercato di allontanarla e allontanarmi, non è facile quando ti fa così male. Però, non ci sono mai realmente riuscito. Io sapevo che avevamo delle cose di Primo ma non così tante. Grandi, invece, che mi conosce bene, mi chiamava dicendomi che avevamo tanto materiale e che avremmo dovuto ascoltarlo. Io gli dicevo di no, che non ne valeva la pena. A forza di insistere è riuscito a rompere la MIA armatura, perché Gabbo invece era già più pronto, come Grandi. Quando ci siamo visti in studio, siamo partiti e siamo andati dritti. Sì, come dici tu, è stata una cosa graduale, e loro due hanno fatto benissimo ad insistere.

Una curiosità o un aneddoto da raccontare durante la realizzazione di un disco.

G: beh, i feat sono stati un po’ tutti un aneddoto!

S: ti dico una cosa su un artista, uno in particolare, che poi non è nemmeno nel disco, alla fine. Mandai un messaggio a questa persona dicendogli che stavamo facendo il disco dei Cor Veleno e nemmeno dopo un secondo mi disse : “Sì, ci sto!“. Questa cosa mi ha fomentato anche se poi il pezzo non si è fatto. Mi ha fomentato perché mi ha fatto capire che stavo facendo una cosa giusta, una cosa figa in cui andare e spaccare tutto.

Magari la scena si è un po’ stretta intorno a questa cosa…

S: tanti colleghi e amici hanno dimostrato tanto affetto a David anche tramite citazioni all’interno dei loro testi e questa è una cosa bella. Però, abbiamo scelto noi chi fosse giusto chiamare nel disco. Immagino che a tantissimi altri sarebbe piaciuto portare qualcosa nel nostro nuovo lavoro però non c’era tutto questo spazio. Ce ne sarebbero potuti essere tanti altri, oltre a quelli che già ci sono. A volte le scelte sono state difficili, perché escludere qualcuno non è mai semplice, visto il fatto che molti poi sono degli amici. Quelli che abbiamo chiamato si sono resi tutti disponibili al massimo e non si sono mai risparmiati, penso anche ad artisti che erano in tour. Hanno fatto tutti delle cose da paura.

Appunto, come li avete scelti gli artisti da inserire nel disco?

S: meno dalla vicinanza e più dalle sensazioni. Abbiamo sempre pensato a chi poteva dare di più a quel determinato pezzo, chi poteva spaccare su quella traccia. La precedenza c’è stata verso delle collaborazioni che non erano mai state fatte prima, dando importanza a delle cose meno sentite, per far sì che il disco non sembrasse una riedizione di un disco vecchio ma ben sì la voglia di intraprendere una strada nuova.

Parlando del sound che avete utilizzato, ad oggi, nella scena, c’è carenza di prodotti come il vostro? Si sentiva la mancanza di questo tipo di disco?

S: sentire la mancanza non lo so, noi non abbiamo mai pensato a cosa mancasse nella scena nella nostra carriera perché la nostra musica nasce in maniera istintiva.

G: sicuramente ognuno è poi influenzato anche dal suo background personale.

S: non abbiamo mai riflettuto sulle logiche del mercato. Però quando abbiamo iniziato a lavorare ci siamo accorti che quelle due/tre cose che stavamo realizzando ci piacevano e quindi quella era la strada giusta da intraprendere. Quelle due/tre settimane iniziali di lavoro avevamo tanta carne al fuoco ed inevitabilmente dovevamo trovare una via e dare un ordine al caos che c’era. Io credo che il disco abbia un suono suo, un suono caratteristico, ci sono tanti elementi che, alla fine, tutti portano ad un sound riconoscibile, al sound dei Cor Veleno. Un sound che non è mai uguale a prima ma ha una sua matrice.

G: sì, diciamo che quello di oggi è l’evoluzione di quello che c’era prima perché anche noi cogliamo inconsciamente quello che si sviluppa intorno a noi col tempo. Quindi, una cosa non può iniziare e finire nella stessa maniera, è la naturale evoluzione della musica. Qualsiasi gruppo, tipo i Led Zeppelin, se suonassero ancora oggi non potrebbero riproporre lo stesso identico sound. Poi ovvio, c’è una matrice di fondo che è la parte nostra che esce fuori e che rimane. Pensare poi se la discografia avesse bisogno di questo disco, noi non lo sappiamo. Facciamo il nostro sound e non ci interessa di tutto il resto.

Voglio parlare un po’ di Coez. Il featuring ‘Conta su di me’ sembra un pezzo dei Corve e BrokenSpeakerz, molto vecchio stile. Lo avete fatto anche rappare…

S: io nelle cose che ha scritto Silvano ci vedo anche tanta rivalsa, come per dire “guarda che io lo so ancora fare il rap e decido di non rappare perché lo faccio quando voglio“. Ha dimostrato di essere ancora molto più bravo di questi super rappettari.

G: è stato un modo per fare ciò che realmente gli piace fare. È stata un’occasione per dire la sua per Primo, per lui, rappando su una produzione un po’ più rap delle cose che sta facendo ora. 

S: a me piace quando rappa, quando canta, Coez è vero, è genuino. Si sente in tutti gli artisti che abbiamo messo sul disco e secondo me su tutto il lavoro in generale. Quando sento lavori che magari sono anche distanti da me, nel momento in cui quell’artista lo fa in maniera onesta, io riesco a percepirlo. Non mi sento, in quel caso, di dire che quella cosa non mi piace. Se è genuina, se tu sei così, ti piace quello stile, è giusto che tu lo faccia. È sbagliato quando lo fai cercando di obbligarti a seguire magari il sound del momento.

G: sì, in quel caso non raggiungi mai il massimo perché se la cosa non è tua, rischi di rimanere indietro rispetto a chi lo fa veramente perché ce l’ha dentro. È giusto che tu riesca ad esprimerti mantendo vivo ciò che hai nel tuo animo.

Quanto è stato difficile inserire dei sound o artisti più distanti dal rap?

S: zero.

G: è nato tutto in una maniera naturale.

S: noi, abbiamo spesso cercato di inserire elementi suonati nei nostri dischi e abbiamo sempre di più cercato di fondere vari stili portando l’ascoltatore a chiedersi se quel tipo di suono fosse realmente suonato o campionato. Per noi, quindi, è abitudine. Quando in studio stai con gente brava, che suona, che sa stare nell’ambiente musicale, è sempre facile lavorare. Soprattutto artisti che conoscono bene la musica, sanno sempre dosarsi, sanno sempre cosa fare. Ovviamente abbiamo sempre scelto persone che sapevamo volessero partecipare e che fossero realmente appassionati ad un certo tipo di sound. Come Giuliano Sangiorgi, che è cresciuto ascoltando rap, quando è venuto qui, non c’è stato un secondo in cui lui fosse spaesato. Lui è venuto qui solo per ascoltare ciò che stavamo facendo, quando ha sentito il primo pezzo, “Lo Spirito che Suona“, mi ha chiesto di riascoltarlo. Gli è piaciuto, ha preso carta e penna, in dieci minuti, come fosse il rapper più cazzuto del mondo, ha scritto ed è andato a registrare. È rientrato e gli abbiamo fatto sentire “Niente in cambio” e ci ha detto che voleva cantare per forza anche su quella canzone. Abbiamo visto un trasporto così grande che ci sembrava veramente uno di noi. Adriano Viterbini anche, è venuto, ha attaccato la chitarra e si è messo totalmente a disposizione. All’interno del disco tutti si sono sbattuti per dare il massimo, poi stava a noi fondere tutto il materiale che avevamo. 

Lavorare in studio, anche alle strofe di Primo, vi ha dato una maggiore forza?

S: per quanto mi riguarda sì, una volta finito il disco, ognuno l’ha sentito da solo, a casa sua e poi ci siamo scritti. Tutti abbiamo avuto la sensazione di aver fatto una cosa importante, facendoci accorgere di essere stati all’altezza di un compito difficile. Ci siamo concentrati per un lungo periodo solo sul disco, restandoci dentro, rimanendone davvero coinvolti e questo ci ha reso sicuramente più forti. Tutta la paura che c’era all’inizio, quella di non dare giustizia a David, di fare cazzate, di non essere abbastanza sensibili nel trattare alcuni temi, alla fine, durante l’ascolto finale, è stata spazzata via. La cosa più importante era dimostrare a noi stessi di poter fare questa cosa.

Lavorando così duramente, c’è una traccia alla quale siete più legati?

G: sinceramente no, perché poi lavorandoci ti appassionavi a tutte le tracce. Magari sarebbe stato più facile se qualcuno avesse curato diversi aspetti, invece lavorando pezzo dopo pezzo e con le strofe di Primo davi sempre il massimo. Quindi no. Però riascoltando il disco dall’inizio, ci sono alcune frasi di David che ti segnano.

S: ci sono un paio di cose che quando le sento… ad esempio nella seconda traccia quando entra Primo e dice : “tu sei morto, io no“. Ogni volta che la sento è atroce.

G: immaginati sentirlo, aprire le sue tracce e riascoltarle proprio qua dentro, faceva un certo effetto.

Si parte con L’Antifona, che è un rimando al rap di una volta…

S : è una delle cose che mi fomenta di più, non vedo l’ora di andare live e sentire Grandi Numeri che entra e si fa quella strofa. Sicuramente quel pezzo ha un sound al quale siamo più legati. Sai quando inizi a sentire questa musica, io avevo circa 12 anni, e crescevo ascoltando i Public Enemy o altri gruppi rap, ti entra dentro e si lega al proprio dna, quindi anche fare delle citazioni o sposare un tipo di sound poi ti fomenta, ti dà quella carica che è difficile da descrivere. Anche oggi, io gioco a rugby e prima della partita metto appunto “L’antifona” e finché la musica mi fa questo effetto siamo sulla strada giusta.

…finendo con “A Pieno Titolo”. Come l’avete pensata la tracklist?

S: la tracklist è stata frutto della mente di Grandi Numeri, che è stato il pilota di questo disco portandolo su una strada ben precisa. Io e Gabbo abbiamo curato il sound e gli arrangiamenti e lui tutto il resto in maniera maniacale.

G: noi magari eravamo più presi dalla parte tecnica e una persona come lui, più lucida e più razionale è stata di fondamentale importanza. Lui veniva a mente fresca e faceva tutto quello che diceva Squarta.

S: ha messo semplicemente i pezzi nel momento giusto. Se risento i miei vecchi dischi ci trovo tanti difetti o cose che cambierei, di questo disco, per ora, non ho ancora trovato cose che non mi piacciano. Sono contento perché ho dato il massimo e Grandi è stato veramente bravo perché è riuscito a far combaciare tutto.

Esco un attimo dal discorso del disco. In futuro avete idea di fare altre cose o vi fermerete dopo questo lavoro?

S: Gabbo, Squarta e Grandi Numeri ovvero i Cor Veleno non si fermano, perché ora abbiamo rimesso in moto una cosa che è fondamentale. Quello che succederà col materiale non lo so. Fino ad un anno e mezzo fa non sapevamo neanche di fare questo disco. Io ho un sacco di voglia di andare live, di suonare i pezzi. So che domani ci sarà la musica.

G: gli input poi ce li dà il pubblico e vivendo dal vivo la vicinanza della gente ma magari anche solo sui social, capiremo in che direzione andare.

Quindi è una promessa…

S: la promessa di schiaffoni futuri, sì. Non so in che forma o in che modo ma lo faremo.

Il disco suona molto forte ed è curato nei minimi dettagli, sentendo le liriche sembra che voi vogliate distanziarvi un po’ dallo stile di vita di oggi, dal mondo dei social, da dei prodotti che arrivano e non restano. È giusta questa sensazione?

S: sempre nei dischi dei Cor Veleno è presente la voglia di vedere le cose da un’altra prospettiva, quale può essere quella di Grandi, di Primo ma anche la mia. Quando fai un disco, sia con il sound che con le rime, se rimani legato alle cose del passato non ti stai evolvendo. Se rincorri le mode, hai perso perché sei quasi ridicolo. Quindi sia nei testi che nel sound c’è la voglia di spingersi oltre e guardare quei lati che stridono della vita moderna, quale può essere una vita veloce o delle cose costruite in poche ore, anche in relazione alla musica. Questa smania di fare un pezzo, poi un altro, fare il post etc. Con questo ovviamente non voglio dire che siamo come dei monaci rinchiusi in un monastero e non vediamo nulla di quello che c’è fuori. Noi vogliamo fare le cose a modo nostro, quando vogliamo noi, come vogliamo noi. Poi magari se facessimo 500 post al giorno forse avremmo più seguito ma non sarebbe una cosa che ci appartiene. Non ne facciamo né 0 né 500, ne facciamo 125 perché ci va così. Noi vogliamo stare a cavallo fra tutte le cose, non siamo né pop, né underground, senza inseguire ma senza rimanere indietro.

Come il pubblico può o deve concepire “Lo Spirito che Suona”? Perché, da ascoltatore, quando ascolto pezzi con strofe di David penso spesso a tutto quello che è accaduto e da questo vengo influenzato. Per voi è giusto che sia così, magari rivivere tutto, o preferireste che venga digerito ‘semplicemente’ come il vostro sesto disco?

S: noi sappiamo che è il nostro sesto disco.

G: ognuno poi può vederci quello che vuole. È giusto che ognuno abbia la libertà di poter percepire quello che uno sente ascoltando il disco.

S: questo è sicuramente un disco dei Cor Veleno, ovviamente non puoi fare finta che non sia successo nulla.

G: sì, certo. Ci saranno magari tracce che ti lasciano più il pensiero libero facendoti godere il pezzo, altri che ti fanno pensare di più. Specialmente in quelle in cui ci sono alcune frasi di Primo che ti fanno credere che lui sapesse tutto.

S: l’ascoltatore deve prendere la musica come vuole. Anch’io quando ascolto i dischi ci sono frasi che interpreto a modo mio e mi danno un immaginario differente da un altro che ascolta. Ed è proprio quello il bello della musica. Ma questo in qualsiasi campo, anche nell’arte, magari guardando un quadro a me suscita delle sensazioni che a te non dà perché mi rimanda a qualcosa che ho vissuto. È giusto che sia così, non è corretto dire come va interpretato il disco.

G: io penso che nemmeno noi possiamo chiedere a qualcuno di interpretare il disco in un modo o nell’altro. È chiaro che tante cose ci hanno influenzato però questa cosa che è successa in alcuni frangenti devi cercare di lasciartela alle spalle, altrimenti ti dà una mazzata a livello sentimentale. Tante cose lasciano pensare, altre ti fanno essere più leggero.

Tornano i Cor Veleno, tornano i Colle… sta cambiando il vento nella scena Romana?

S: me l’hanno già chiesto, è importante sicuramente che due realtà così dopo tanto tempo escano con due dischi nuovi. Per il resto non lo so, non credo sia successo nulla o che ci sia una congiunzione astrale. Di sicuro è un momento importante. Il Colle il disco l’ha fatto qui, l’ha registrato qui, l’abbiamo masterizzato qui, c’è voluto il tempo che un artista richiede a sé stesso per fare delle cose. C’è chi fa dieci pezzi in due mesi, c’è chi ci mette tre anni, chi cinque…è apprezzabile anche che ognuno si prenda il tempo di lavorare senza farsi assalire dall’ansia di far uscire qualcosa. Capisco anche chi vuole il disco, capisco chi lo chiede, però ognuno lo fa quando sente di farlo. Però sì, sapere che sono usciti due dischi così forti da questo studio è una grande soddisfazione. Quello dei Cor Veleno l’abbiamo prodotto dall’inizio alla fine qui dentro.

Com’è il disco dei Colle?

S: spacca. Poi lo sentirai, in un paio di pezzi c’è anche Gabbo che suona il basso. Poi al massimo gli fai l’intervista e glielo chiedi di persona!

È uscito oggi (ndr, l’intervista è stata fatta il 02/11) “Niente in cambio”, quarto singolo. Ne avete altri in programma?

S: sì, oggi è uscito il video nuovo e oggi pomeriggio abbiamo appuntamento per fare un altro video ma non ti diciamo di che pezzo e che video. Vorremmo però fare un video diversissimo da quelli che abbiamo fatto uscire fino ad ora.

G: probabilmente con un altro clima.

S: occhio!

Io vorrei quello di “Città di vetro”!

S: eh, magari facciamo quello, magari no, non lo so. Vieni dal vivo che te la facciamo pure live.

G: bravo, quello è uno dei pezzi a cui sono più legato perché col fatto che c’è Mezzosangue…

S: perché Gabbo suona il basso nei live di Mezzo, suona ovunque!

G: poi ovviamente tutti i pezzi sono molto sentiti, però quello è una bella emozione per me.

Capitolo live. Mi aspetto un seratone a Roma con tanti ospiti…

S: magari non lo faremo perché una serata così l’abbiamo già fatta, non ci piace fare sempre le stesse cose.

G: magari è già stato fatto il live e non lo sappiamo!

S: sicuramente andremo live, sicuramente ci sarà la voce di David, sicuramente ci saranno delle immagini che accompagneranno la musica. Abbiamo iniziato a pensarci subito dopo il disco. Sicuramente andremo ovunque a suonare, inizialmente andremo in forma classica, io, Grandi e il giradischi. Poi dal lato estivo passeremo alla batteria, alle sequenze, al basso…

G: saranno dei live in continua evoluzione.

S: poi vi diremo tutto, state tranquilli.

Una cosa che direste a chi ancora non ha sentito il disco.

S: esci e vattelo a comprare! Perché dentro c’è un po’ tutto quello che ci riguarda, se non te lo sei sentito mi spiace per te perché ti sei perso qualcosa.

La frase “lo spirito che suona” è una citazione di una strofa di Primo. Come l’avete scelta?

S: esatto, è nel pezzo ‘In nome del Padre’ e si riflette anche su David perché è ancora qui, ancora suona.

G: ci è venuta in mente ascoltando le prime cose all’inizio e rispecchia esattamente quello che sentivamo.

S: lo sentivamo talmente qui che Grandi ha proposto questa cosa. Noi ci siamo guardati e siamo rimasti a bocca aperta. Grandi è riuscito a capire che questa citazione era perfetta per quello che stavamo andando a fare. C’è una magia, a partire appunto dal titolo.

Concludendo, pensate che il disco non potesse essere fatto in maniera migliore?

S: soddisfattissimi di come è stato fatto il disco, che non si potesse fare in modo migliore non ne ho la certezza.

G: concordo, però abbiamo dato tutti il massimo.

S: abbiamo dato il 100% e non avrei saputo come farlo meglio. Magari se ci avesse lavorato qualcun altro lo avrebbe fatto in maniera diversa o forse migliore ma noi ci siamo completamente svuotati per questo lavoro.

Il pubblico come ha reagito?

S: ci hanno mandato un sacco di messaggi d’amore. Quelli che ti rompono le palle ci sono sempre, però, ad oggi, non ho sentito delle critiche al disco. Al massimo c’è chi mi scrive che avrebbe voluto quel featuring al posto di quell’altro, però sono cose normalissime. Tutti feedback positivi e mi piace tanto quando mi scrivono cose semplici, tipo “Grazie.”. Vuol dire che ti sei sentito il disco, che lo aspettavi, che ti sei emozionato, che hai capito che per noi non è stato facile e allora ci dici grazie perché hai colto tutto quello che c’era dentro e fuori dal disco. Un grazie racchiude un sacco di cose e ce ne hanno mandati una marea.

L’intervista è finita e vi lascio le ultime righe per dire qualcosa a chi vi legge.

G: sicuramente ringraziamo tutti quelli che ci stanno supportando, a me basta così.

S: un grazie anche soprattutto alle persone che ci ascoltano da vent’anni, che ci hanno aspettato, che ci hanno ringraziato, che vengono da sempre ai nostri live, che sono qui ancora a far sentire il loro calore, fermandosi due minuti per cercarci e scriverci un semplice messaggio.

G: sì, quelle persone che si sono emozionate come noi quando hanno sentito il disco, perché per chi ci ascolta da tanto questo è stato un momento importante. Sai, mentre venivo qui un ragazzo di Lucca mi ha detto di fargli sapere appena avremmo avuto le date dei live perché deve prenotare l’albergo per venire a sentirci dal vivo. Queste cose alla fine ripagano di tutto il lavoro svolto.