Gionni Gioielli, da
Gionni Gioielli - Foto di Fabio Zito

Quanto sono insopportabili quelli che dicono “ve l’avevo detto”? 

Ecco, io che ho fatto dell’essere insopportabile una missione di vita, faccio un respiro lungo, chiudo gli occhi e dopo dieci secondi di play di “Pornostar” mormoro compiaciuto “ve l’avevo detto, cazzo”. 

  • Io che seguo Gioielli da quando si metteva le polo rosa come Kanye e faceva i playback dei videoclip simulando di scoparsi le tipe (“Sempre Peggio”).
  • Io che sono fan dal giorno uno di ogni suo sproloquio su Facebook non potrei che essere più contento degli apprezzamenti che “Young Bettino Story” e “Pornostar” stanno raccogliendo.

È come se all’improvviso una fetta considerevole di pubblico si sia accorta che c’è ancora qualcuno che non ha bisogno di supplicare i ragazzini di comprargli il disco. 

Nella musica la credibilità è tutto. Se c’è una cosa che ha funzionato in questa seconda vita di Gionni Gioielli è questa apprezzabile incapacità di essere altro. 

Dischi senza paraculate, senza ritornelli, senza ammiccamenti. La fantastica libertà di chi si paga le bollette facendo tutt’altro e che si tiene il rap come sublime cazzeggio. 

Un sublime cazzeggio fatto su instrumental pazzesche, fatte di sample veri, di cui Gioielli è lo stesso artefice. 

“Young Bettino Story” doveva essere il canto del cigno. L’ultimo saluto di qualcuno che non ha mai visto il rap come una carriera ma come un cazzeggio e una passione. Invece…

È successo l’imprevedibile. Gli ascoltatori di rap over 25 con un minimo di gusto per l’attitudine e le barre, si sono riversati su quel disco come gli sballoni su KFC. 

Sarebbe stato obiettivamente assurdo fermarsi. 

È nato così Pornostar.

È musica vietata ai minori, proprio come i nomi di quelle pornostar che fanno da GPS al viaggio musicale del disco di Gioielli. 

Un concept? Per carità… fanculo il concept, vi direbbe lui. 

Un semplice filo conduttore che arricchisce il disco di un immaginario e di una serie di reference che rendono le barre, sublimemente sconnesse, ancora più gustose. 

È un disco per adulti perché c’è una quantità di riferimenti che un ragazzino di 15 anni di oggi dubito potrebbe mai capire, e se a Gioielli togli reference e giochi di parole è come togliere il cazzo a Nicole Aniston (po-po-po-po-po).

A pensarci bene il rap dovrebbe essere come i porno. 

I porno sono video “per adulti” per cui i ragazzini vanno fuori di testa e, a furia di guardarli, finiscono per imparare qualcosa. Perché diciamocelo, ai tempi delle nostre prime scopate eravamo così babbi che se non ci fossero stati i porno l’avremmo messo nelle orecchie.

Il rap dovrebbe essere la stessa cosa. Musica per adulti su cui i ragazzini dovrebbero avventarsi nella speranza di capire qualcosa del mondo dei grandi.

Capire da dove vengono le reference, capire da dove viene il campione, capire le influenze e il background… 

Ok, non sarà figo come imparare a leccare la figa ma è pur sempre un imparare. 

Invece no, i ragazzini preferiscono imparare a farsi le pose su instagram o, tornando ai porno, preferirebbero guardarsi Aladin che vedere Cicciolina col cavallo (po-po-po-po-po). 

Gioielli 4 president, altro che Jovanotti.

Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra, frequenta un Master in Digital Journalism e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo. ALTRE COLLABORAZIONI: Rolling Stone, Noisey, Il Milanese Imbruttito