Mannaggia a me e a quando ho iniziato a guardarmi le repliche di The Voice su Youtube. Un tunnel mortale da cui non riesco a uscire, più di Elettra Lamborghini per il leopardato o di Antonio Dikele per le figure di merda. 

Bisogna dirlo con grande chiarezza” diceva il vate (o water?) Fabio Caressa prima di distruggere il gioco dell’Atletico Madrid, e in questo caso bisogna dire con grandissima chiarezza che la produzione italiana di The Voice è riuscita a mettere assieme uno show destinato a passare alla storia della televisione del bel Paese. Un appuntamento con la storia paragonabile al primo uomo che ha messo mozzarella e pomodoro sulla pizza o a Iva Zanicchi che caga in studio. 

Solamente dei geni travestiti da imbecilli sarebbero riusciti a unire nello stesso studio Morgan, Gigi D’Alessio, Guè Pequeno e Elettra Lamborghini. Un miscuglio di genialità, arretratezza, pornografia e ignoranza tale da creare un buco spazio temporale in cui Salvini stravince le europee e Cristiano Ronaldo fa le rovesciate in faccia a Shade. 

Poco importa che i talent abbiano sfracassato le palle e che ormai neppure i concorrenti sembrino più credere alla remotissima possibilità di guadagnare due spicci una volta spenti i riflettori. 

Quello che conta è che il livello di complicità e cazzeggio dei giudici abbia raggiunto vette senza eguali nella storia dei talent italiani. L’ennesima cover non ha di per sé valore se non quello di riuscire ad offrire spunti di sublime ilarità al Morgan o al Guè Pequeno di turno.

La stessa Elettra Lamborghini, che in quanto a competenze non avrebbe fatto sfigurare un Rino Gattuso insegnante di danza ad Amici, non riesce a starmi antipatica. Come non provare tenerezza per la “poveretta” quando, al sentir pronunciare le l’espressione “physique du role”, il suo sguardo si è perso in un mare di nulla nella speranza che un “pemperepem” e un colpo di twerk la riportassero all’interno della sua zona di confort. 

Ecco, se tutti i giudici di questa edizione stanno sicuramente contribuendo al successo di uno show su cui in pochi avrebbero scommesso, uno di loro merita sicuramente una menzione speciale. 

Gigi, o meglio… GIGGI. O meglio ancora, San Gigi come lo chiamano gli Arcade Boys. 

In questi tempi oscuri in cui il nome Gigi/Giggino rischiava di venire profanato dalle peripezie del Ministro 5 stelle, la G nazionale ha deciso di tornare a risplendere per rivendicare la propria supremazia. 

Un processo di consacrazione che ha raggiunto il suo apice nell’ultima puntata quando, dopo che Guè Pequeno si era in precedenza esibito nella versione rap di “Non dirgli mai” (storico cavallo di battaglia D’Alessiano), San Gigi si è esibito in una versione neo-melodica di “Tuta di Felpa”. 

Ragazzi, sentire Gigi D’Alessio cantare al piano un testo che parla di mazzette di soldi in tasca e di panette di fumo in marcato accento napoletano, è stata un’esperienza mistica da cui non so se sarò mai in grado di riprendermi. 

Grazie Tv Italiana, Grazie. 

Un’edizione che, se ancora ce ne fosse bisogno, ha consacrato Giggi al ruolo di king indiscusso della musica italiana. Lui che non sa in che lingua canti Rihanna, lui che a tutti quelli che si presentano con un pezzo di inglese non può che chiedere “Sì bravo, ma un pezzo in italiano me lo fai?”, lui che quando arrivano i concorrenti da Napoli vedi i genitori sudare freddo al pensiero che il proprio figlio non scelga San Gigi, lui che “Ricordati la musica è Femmmmina”… 

Gigi ha una street credibility più grossa di qualsiasi rapper italiano. È gangsta neo-melodico.

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Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra, frequenta un Master in Digital Journalism e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo. ALTRE COLLABORAZIONI: Rolling Stone, Noisey, Il Milanese Imbruttito