Sono già passati 2 anni da “9 Maggio”, la prima apparizione mistica di Liberato, la Madonna di Fatima della musica italiana. Un bellissimo video firmato Francesco Lettieri (come tutti i video “liberati) immediatamente rimbalzato su tutti i network nazionali in meno di una manciata di ore. 

Un bombardamento mediatico tale da aver spinto i più maliziosi a pensare che si trattasse di una trovata di marketing dei “soliti noti” dell’industria discografica italiana. Per alcuni si trattava di Calcutta, per altri della solita combo ZukarPesce, per altri la loggia Massonica o il progetto parallelo “street” di Giggino Di Maio. Chissà. 

Il sospetto che dietro tutto questo ci sia qualche vecchio volpone dell’industria c’è ma, a pensarci bene, quale dei dischi attualmente “in play” nelle vostre cuffie è riuscito ad affermarsi senza un paio di scelte di marketing azzeccate?

Ah dimenticavo, per gli eterni romantici ci sarebbe anche il non confermato “rumor” secondo cui Liberato altro non sia che un detenuto del carcere minorile di Nisida. Questo spiegherebbe il nome d’arte, la sporadicità delle apparizioni, e una serie di possibili riferimenti all’interno dei testi. Sticazzi. Come detto dallo stesso Calcutta in un’apparizione a Deejay Chiama Italia, “Spero non si scopra mai, perché alla fine non serve sapere chi è…”. 

L’anonimato dell’artista partenopeo è spesso elemento di discussione, è in molti si ostinano a ripetere che la scelta di camuffare la propria identità non sia poi una grande novità. Tuttavia, il mistero che avvolge l’artista di “Gaiola” è sostanzialmente diverso da quello dei Daft Punk o di un Junior Cally qualunque. Artisti che conducono le proprie carriere normalmente, limitandosi a proteggere la propria privacy servendosi di una maschera. 

Liberato è un artista che non c’è, è un’idea, è un universo narrativo, un viaggio attraverso i meandri della cultura italiana più tradizionalista mischiata ai sogni di un’Italia che, piaccia o meno, sta cambiando rimanendo sempre fedele a tutte le proprie contraddizioni. 

In questo senso ci sono più similitudini con Banksy, il misterioso street artist le cui opere sono arrivate a toccare valori inestimabili proprio grazie ad una strategia comunicativa simile a quella di Liberato. Il cosiddetto “Banksy effect”: anonimato, pochissime e sporadiche opere in grado di lasciare il pubblico sempre soddisfatto e affamato al tempo stesso. Non è neppure un caso che di Banksy, a torto o a ragione, vengano dette le stesse cose che si sono lette in merito al Liberato made in Italy: E’ tutto merito dell’hype”, “non ha inventato nulla”, “fa sempre la stessa cosa”, “non è uno solo, sono tanti”, “è una trovata commerciale”, “è un altro artista sotto pseudonimo” e via dicendo. 

Analisi che sono immediatamente ripartite settimana scorsa quando, nella notte a cavallo tra il 9 e il 10 maggio, il prode Liberato ha pubblicato a sorpresa il suo primo disco ufficiale omonimo. 

Nonostante molti dei brani fossero già stati pubblicati nel corso degli ultimi due anni, si segnalano i cinque inediti accompagnati da altrettanti video che vanno a comporre “Capri Rendez Vous”, una magica mini serie per youtube diretta, guarda caso, da Francesco Lettieri. La serie narra le vicende di una coppia di giovani innamorati, la diva del cinema Maria e il guaglione campano Carmine, dagli anni 60 ad oggi. 

Visivamente fantastica e intrisa di una malinconia ai limiti dello struggente.

L’altro giorno leggevo un articolo di Michele Molina sull’Linkiesta in cui, abbastanza prevedibilmente, sosteneva che la finta rivoluzione di Liberato avesse già esaurito la propria spinta creativa e che fosse difficile aspettarsi qualcosa di nuovo nel futuro. Forse. Forse era solo una gran paraculata, forse siamo stati accecati dall’hype, forse…

Rivoluzione? Siamo seri, musicalmente Liberato non ha fatto che portare il “neomelodico” nel futuro, confermando che pop e indie sono i grandi vincitori dello sputtanamento del rap italiano e di tutta la simbologia street. Il rap non esiste praticamente più ma, in compenso, ci siamo ritrovati una musica nazional popolare molto più competitiva e visivamente “cool” di quanto ci saremmo mai potuti sognare. 

Eppure…

Eppure c’è qualcosa nella musica di Liberato che mi affascina. Colonna sonora perfetta per quei momenti di malinconia in cui ti ritrovi a guardare l’orizzonte chiedendoti se la tua vita sarebbe potuta andare diversamente, proprio come Carmine e Maria a Capri. 

Ha ragione Molina, è probabile che il viaggio sia finito e che l’artista campano non torni più, un’operazione di marketing che si è spenta ad obbiettivo raggiunto o, chissà, un detenuto che dalle mura della sua cella guarda l’orizzonte nella speranza di un nuovo “9 maggio”.

Ciao Liberato, grazie di tutto. 

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Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra, frequenta un Master in Digital Journalism e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo. ALTRE COLLABORAZIONI: Rolling Stone, Noisey, Il Milanese Imbruttito