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Intervista a Suarez: “Non ho niente da dimostrare a nessuno”

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“Pills” è il nuovo album di Suarez, MC e produttore romano, uscito lo scorso venerdì 18 settembre per Tak Production. Rispetto ai precedenti album questo risulta un lavoro più intimo e personale nel quale affronta diverse tematiche, dall’attualità alle problematiche di un mondo sempre più dominato dai social, passando per la ricerca della stabilità economica e, soprattutto, di quella mentale. In questa intervista abbiamo voluto approfondire il discorso.

Con “Pills” chiudi la saga di “Antieroe” e definisci questo album il tuo lavoro più intimo e personale. Cosa è cambiato in te, artisticamente e umanamente, rispetto a quando è iniziato quel percorso?

Qui si invecchia forte, senza che ce ne accorgiamo. Considerando 4 anni trascorsi dall’ultimo disco, 15 anni dal primo capitolo antieroe e 23 anni dal primo progetto, neanche conto quanti altri anni dai primissimi esperimenti… In primis sono cambiate tante cose intorno a me, che hanno nel tempo inciso sulla persona, di conseguenza questi cambiamenti poi si riflettono in maniera naturale su tutto ciò che è stato prodotto.
Io poi sono sempre lo stesso, coi miei soliti alti e bassi, forse mi comincio a fare meno domande, il mondo intorno a me continua a mutare in maniera sempre più veloce e nel continuare a provare a stargli dietro sento che sto facendo sempre più fatica.

Nel disco parli di stabilità economica, salute mentale, social network, scontro generazionale e tempo che passa. Quanto è difficile trasformare inquietudini e fragilità personali in qualcosa che riesca anche a parlare agli altri?

Il mio obbiettivo nel rap è sempre stato un mix tra il volermi innanzitutto sfogare, perché sta roba per me è terapeutica e nascerà sempre e comunque da una necessità personale. Poi ci tengo a voler dire la mia ma anche ad attribuire un’utilità alle cose che faccio, quando capisco che molti si possono immedesimare nelle cose che dico, nelle situazioni che descrivo. Etc. Per me è già un obbiettivo raggiunto. Ho sempre applicato questo concetto anche in passato, quando andavo ad esplorare temi più sensibili, ma credo che probabilmente non lo avevo mai fatto così tanto come in questo ultimo lavoro.

L’ironia e la vena tragicomica sono una cifra molto riconoscibile del tuo modo di scrivere. È per te soprattutto un linguaggio artistico o anche un modo per affrontare temi che, presi senza filtri, potrebbero essere molto più pesanti?

Io performo come affronto le cose anche nella vita reale. Può risultare bizzarro, ma mi capita tuttora di vomitare dell’ironia, fare battute, elargire “comicità” anche durante delle litigate pesanti con qualcuno.
L’ironia probabilmente mi salva, mi mantiene sicuramente un minimo di più in equilibrio, impedisce al “mostro” di non superare certi limiti. Nella scrittura mi viene assolutamente naturale tirarla poi fuori più o meno con lo stesso bilanciamento.

In “Cronokillaz” definisci il tempo il tuo “peggior nemico”. Che rapporto hai oggi con il tempo che passa, soprattutto in una scena musicale e culturale che sembra avere sempre più bisogno di novità e immediatezza?

Io sono una di quelle persone che fa, e gli piace fare, veramente tante, troppe cose diverse. E a me 24 ore non mi bastano in una singola giornata, sono totalmente incapace ad annoiarmi, sicuro che quando morirò sarà con una lista lunghissima di cose che avrei voluto fare… Ma il tempo non aspetta, anzi nella mia condizione “mentale” sembra che scorre al quadruplo della velocità.

“Pills” è costruito come un viaggio e l’ordine della tracklist ha un ruolo preciso. Quanto è importante, secondo te, ascoltare oggi un album dall’inizio alla fine, in un’epoca dominata da singoli, playlist e ascolti frammentati?

É importante ora, come lo era prima, se il progetto ne prevede la necessità. É cambiato il modo di costruire i progetti oggi, come dici tu, in un’epoca dominata da singoli, album di 6 tracce, e che durano quasi mai più di un paio di minuti di media. Leggi di mercato, prodotti studiati a tavolino, di cui posso capire il senso, la strategia, ma non ditemi che c’è qualcosa di artistico in queste scelte, perché mentireste in primis a voi stessi.
Avere un concept, mantenere un ordine, concepire un disco come stessi raccontando una storia, che ha un prima un durante e un dopo, di certo è più elaborato, come in un’era cosi superficiale alcuni lo possono ritenere uno sbatti inutile. Sta roba deve piacere a me, una volta pubblicata bella per chi la capisce, per chi la apprezza, forse ragiono da vecchio, ma se non altro non ho davvero niente da dover dimostrare a nessuno.

Sei autore di tutte le produzioni e in “Shadowbanned” ti cimenti per la prima volta anche con lo scratch. Quanto senti che il ruolo di produttore, oltre a quello di MC, sia diventato parte integrante della tua identità artistica?

Mi produco già dal mio primissimo album, inizialmente in parte (ma erano sempre almeno la metà) e ad avere il controllo totale della mia musica piano piano ci ho preso gusto, e questo è il mio quinto progetto che ho prodotto per intero. Valuterei anche il processo creativo, che per ognuno varia, è soggettivo, e nel mio caso è diventato negli anni forse più particolare. Io principalmente (facciamo nell’80% dei casi), scrivo i testi senza ascoltare i beat, me li immagino e basta, per poi più o meno mettermi alle produzioni considerando quello che ho partorito su un foglio. Riguardo lo scratch, colpa degli amici dj che mi hanno prima avvicinato sempre di più ai piatti, poi convinto a cimentarmi…ma mi sono divertito, secondo me sono ancora un po’ una pippa con i cut.

Parlando di sonorità, in particolare quelle che hai scelto per il disco, ti collochi in sonorità più classiche legate al passato o cerchi soluzioni più contemporanee? 

Non ho mai cercato né un suono classico né un suono contemporaneo, fondamentalmente vado a mood, come sento che mi gira bene quello che sto pasticciando allora mi ci metto di impegno e lo finalizzo.
Ultimamente poi sto esplorando e sfruttando più soluzioni, se mi piace mi trovo un sample, se ho necessità provo a suonare qualcosa, un po’ sto davanti al computer, un po’ mi piazzo davanti l’MPC.

Nel disco convivono temi molto personali, riferimenti nerd come quelli di “Super Sayan”, momenti romantici e riflessioni sulla società. C’è un filo conduttore che secondo te unisce tutte queste anime apparentemente diverse di Suarez?

Secondo me è l’insieme di tutte le sfaccettature che compongono la mia persona, e ci tengo a sottolineare la persona, non il “rapper” non avendo mai neanche minimamente pensato a costruire nessun personaggio.

Guardando gli ospiti del disco hai scelto colleghi “grandicelli” della vecchia scuola, immagino anche punti di riferimento per te. Non hai mai preso in considerazione di coinvolgere un giovane emergente? E c’è qualcuno tra le nuove proposte che ci vuoi segnalare?

Ogni mio disco è un viaggio, e in questo viaggio spesso sono circondato da persone, ne incontro delle altre, e con alcune di queste nasce l’idea di condividere un pezzetto di strada insieme. Inoltre non vado mai a cercare feat mirati, basta guardare indietro, in realtà non ho collaborato con dei colleghi ma con la mia famiglia allargata, dal primo all’ultimo. Riguardo coinvolgere persone più giovani, più emergenti…non guardo di certo la data di nascita. Se mi piace o no un artista, e in passato, come sicuramente rifarò in futuro, è capitato di chiamare qualche testa più giovane. Che poi oggi per me gli altri sono giovani pure a 30 anni, considerando che ne ho io 42, ti rispondo che ce ne stanno diversi che apprezzo ma non so se neanche quanto siano effettivamente piccoli, penso al Do Your Thang come se fosse ieri, per me erano “i pischelletti forti” oggi hanno quasi tutti 30 o più anni. Kelevra, che mi pare sia di Avellino, lui sicuro é young, ti nomino lui.

Hai curato personalmente anche le illustrazioni e l’artwork delle edizioni fisiche, mentre l’album uscirà anche in CD e in una particolare versione vinile. In un momento in cui la musica è sempre più digitale, quanto conta per te l’oggetto fisico? 

Sono un nerd collezionista malato, l’oggetto fisico per me è tutto. Ad esempio se vedo un film che mi fa impazzire e non lo stampano in DVD per farmelo comprare, rosico tantissimo. Lo so che è tutto opposto oggi, che non siamo padroni di niente, paghiamo degli abbonamenti per ascoltare musica, vedere film, serie, c’è chi legge i libri sul tablet. A me piace toccare con mano il prodotto, anche avere un ricordo tangibile do qualcosa che ho apprezzato, questa è la mia risposta.

 

Andrea Bastia
Andrea Bastia
Appassionato di cultura hip hop e writer, dopo qualche esperienza in proprio sul web approda definitivamente su Hano.

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