“Disco dell’anno” è il nuovo album di Sandro Su e Antares Color, disponibile in vinile e su tutte le piattaforme digitali dallo scorso 15 maggio per Aldebaran Records.
Il titolo introduce fin da subito un attrito. Non è un’affermazione di superiorità, né una provocazione fine a sé stessa, ma un dispositivo linguistico che si appropria della categoria del “migliore” per metterne in crisi il funzionamento. Nel momento in cui viene dichiarato, vacilla il sistema che dovrebbe legittimarlo. Non è un disco che ambisce a una classifica, ma un lavoro che mette in discussione il bisogno stesso di esistere dentro una classifica.

Descrivete il titolo come di un “dispositivo linguistico” che mette in discussione il concetto stesso di classifica. Da dove nasce questa riflessione?
Nasce dall’overdose di “capolavori istantanei” che ci piombano addosso mensilmente. C’è un’ansia collettiva di incoronare qualcosa prima ancora di averlo assimilato. Chiamare l’album “Disco dell’anno” è stato un modo per far saltare il banco: una provocazione, una presa per il culo che mette a nudo l’assurdità di queste graduatorie pronto-uso, svuotandole di significato.
Pensate che oggi la musica sia troppo spesso misurata attraverso numeri, classifiche e algoritmi?
Ormai sembra che se un pezzo non fa i numeri per scalare un feed, allora non ha valore. Si pretende di incasellare le esperienze personali in base a dati statistici, cosa che risulta quasi sempre sciocca e maldestra. Noi veniamo da un’epoca in cui fare il rap non significava calcolare il posizionamento commerciale. Semplicemente, non fa parte di noi, non abbiamo mai ragionato così.
Quanto conta per voi il riconoscimento esterno rispetto alla coerenza artistica?
Il grande pubblico è solo uno degli scenari possibili, non una condizione di esistenza. Scrivere per compiacere un target significa inseguire un fantasma. Non mi interessa la musica “masticata”, quella che deve essere capita da tutti al primo ascolto. Preferisco rischiare il silenzio commerciale inseguendo una visione diversa piuttosto che svendere la complessità di quello che ho da dire.
Che significato ha oggi per voi tornare con un disco in un panorama musicale molto diverso da quello che avevate lasciato?
Significa portare un elemento estraneo in un sistema ultra-regolato. Oggi si tende ad essere tarati sul consumo rapido, sulla traccia da sfogliare in fretta. Chiedere a qualcuno di dedicare tre quarti d’ora a un viaggio sonoro completo significa chiede un atto di fede. Sia chiaro questo era solo quello che ci sentivamo, qualcosa che siamo stati “chiamati” a fare, non una posa eroica o nostalgica.
Come è nato il percorso che ha portato alla realizzazione di Disco dell’anno?
In questi dieci anni, io e Antares, non siamo mai rimasti fermi, ci siamo sempre incrociati nei rispettivi progetti solisti. Stavolta però non si trattava di scambiarci singole strofe o beat sparsi. C’è stata un’intuizione di fondo fin da subito: avevamo in testa un disegno preciso di suoni, atmosfere e incastri musicali. C’era una direzione talmente chiara che dovevamo solo metterci a lavorare per renderla reale.
La produzione di Antares Color viene descritta come una costruzione “per sottrazione”. È stato difficile rinunciare a elementi che avrebbero potuto rendere il disco più immediato?
Niente affatto, era l’obiettivo fin dall’inizio. Spesso i produttori si fanno prendere dall’ansia di riempire ogni secondo di traccia per paura che risulti vuota. Noi abbiamo fatto l’opposto: abbiamo tolto tutto il superfluo per dare aria al rap. Quegli spazi vuoti non sono mancanze, sono parte integrante del racconto.
Quanto lavoro c’è stato sulla ricerca delle texture sonore, dei silenzi e degli spazi?
Diciamo che ci abbiamo ragionato più di un po’, ed è qui che è venuta fuori anche l’impronta da turntablist di Color. Un senso della stesura dinamico, che crea movimento con pochi elementi. Antares Ha cucito i tappeti sonori addosso ai testi in tempo reale, curando ogni sfumatura in modo che musica e voce si valorizzassero a vicenda.
Quali sono stati i riferimenti musicali, se ce ne sono stati, durante la produzione?
Le influenze sono molte e variegate a dire il vero. C’è la spina dorsale del rap americano della seconda metà dei ’90 che è lingua madre, ma ci sono entrate sottopelle anche le atmosfere TDE e i colpi di genio dell’ultimo Alchemist. Io ho una fissa per il rap Griselda – che tra l’altro a Color fa venire il latte alle ginocchia. Poi mettici dentro: jazz, elettronica e l’attitudine dell’underground nostrano d’un tempo, tutto diventa uno strumento.
Nel disco l’Hip-Hop viene definito una grammatica interna più che un’estetica da esibire. Cosa significa per voi oggi fare Hip-Hop?
Significa rispettare un approccio mentale: l’arte del riciclo creativo, del prendere un frammento e stravolgerne il senso, costruire un castello da una manciata di sassi. Non mi interessa fare il doganiere del genere per decidere chi è “puro” e chi no. Conta la necessità espressiva. Troppa gente oggi copia i codici estetici di questa cultura senza averne capito minimamente il funzionamento interno.
Vi sentite parte di una scena oppure preferite mantenere una posizione più autonoma?
Oggi le dinamiche dei social hanno trasformato la musica in una fiera del self-branding, dove tutti vedono gli altri come rivali da superare. Condividere una playlist o il cartellone di un live non ti rende parte di una comunità. Noi parliamo una lingua che affonda le radici in un’idea collettiva del rap. Siamo isolati, d’accordo, ma è un isolamento che rivendica la propria ragione d’essere.
Come vedete l’evoluzione dell’Hip-Hop italiano negli ultimi anni?
Vedo tanta confusione. Ci hanno convinti a gestirci come aziende individuali, focalizzati più sulla strategia di marketing che sull’effettiva qualità di quello che si fa. Il rap è nato per unire le persone, non per fare networking aziendale. Si cura il posizionamento e si trascura la ricerca della propria identità. E alla fine, a forza di fare i manager di se stessi, si rischia di perdere di vista il punto.
Avete scelto di inserire soltanto due featuring in tredici tracce. Perché questa scelta così selettiva?
Un po’ per autodifesa: rincorrere dieci ospiti diversi significa allungare i tempi a dismisura, e visto che noi due tendiamo già a rimandare le cose, il disco non avrebbe mai visto la luce. Ma soprattutto volevamo che gli unici interventi esterni fossero chirurghi, persone in grado di dare un vero valore aggiunto al progetto.
Cosa rappresenta Nick C all’interno del vostro percorso artistico?
Nick è famiglia, c’è sempre stato fin dai primi passi. Ha una penna pazzesca ed era la scelta più naturale per questo viaggio. Quando devi raccontare chi sei, avere al fianco qualcuno che ha condiviso la tua stessa strada rende tutto più vero, più facile e più bello.
Toni Zeno porta una sensibilità generazionale diversa: cosa vi ha convinto a coinvolgerlo nel progetto?
Volevamo guardare le cose da un altro punto di vista e ci occorreva l’uomo giusto. Ci siamo chiesti chi fosse il rapper che, negli ultimi anni, avesse mantenuto un livello di scrittura impeccabile in ogni singola barra. La risposta portava dritta a Toni. Ha un talento cristallino e ha dato alla traccia esattamente la luce che cercavamo.
