Achille Lauro – foto di Cosimo Buccolieri
Lo so, mea culpa. Avevo salutato la partecipazione di Achille Lauro all’ultimo Sanremo con delle fragorosissime pernacchie Rock’n Roll. Della sua prestazione non mi era piaciuto praticamente nulla. Da quel riff di chitarra che reputavo eccessivamente paraculo, passando per la performance live tutt’altro che impeccabile, fino ad arrivare alla polemica con Staffelli e al suo blaterale concetti discutibili sul fatto che quella fosse “cultura”. Peccato, sarebbe bastata una capocciata tra i denti del buon Valerione per passare definitivamente alla storia.
Ero talmente infastidito dal tutto che sono arrivato a sperare che la canzone fosse seriamente un’esaltazione dell’ecstasy, così giusto per ravvivare quell’atmosfera da salottino tipica del Festival. Invece niente, dagli sbagli si impara diceva il buon Fibra, e “son ragazzi” il buon Enzino Iacchetti.
Ora, perché ritrovarci qui a distanza di mesi per parlare del buon Lauro?
Perché ho cambiato idea. Sì, lo so che coi magazine rap è una cosa abbastanza inconsueta, qui se qualcuno cambia idea è solitamente dovuto alla telefonata di qualche pezzo grosso (ebbasta) che non ha gradito un tuo articolo. Oppure si stravolge il proprio gusto nella speranza che il tuo cambio di linea editoriale, se così vogliamo chiamarla, ti dia la possibilità di intervistare qualcuno di questi fenomeni, realizzando così il tuo più grande sogno di leccare il culo agli artisti dal vivo.
Non noi. Non noi poveri falliti, frustrati, repressi, rapper mancati di Hano. Noi, facendo i nostri soldi da tutt’altre parti, possiamo permetterci il lusso di cambiare idea gratuitamente, solo per l’amore della musica. Sì, dopo averlo ascoltato per intero, posso finalmente lasciarmi andare: 1969, l’ultimo disco di Achille Lauro è musica, pure buona.
Purtroppo mentre scrivo queste parole mi sembra già di sentire in lontananza i vostri brontolini da wanna be groupie: “Sì, ma due settimane fa avevi massacrato Rkomi per il disco pop, e ora ad Achille Lauro che ha fatto il disco pseudo rock gli dici bravo?”. Sì, e vi spiego pure dove sta la differenza. Achille Lauro il rap, per come lo intendo io, non l’ha mai fatto. “Ragazzi Madre” come ho ripetuto in più occasioni, è stato uno dei dischi più fighi degli ultimi anni di musica italiana, ma non era un disco rap. Era un disco innovativo, capace di emozionare e che aveva il grande pregio di non ricadere esageratamente in nessuno dei cliché che hanno inzuppato i testi dei nostri amatissimi rapper italiani.
Questo 1969, seppur non contenga nessun brano paragonabile a “Barabba II”, è una ventata di aria fresca. È un disco con una sua compiutezza, un percorso narrativo coerente in grado di snocciolarsi passo dopo passo lungo le 10 canzoni che lo compongono e, soprattutto, racconta qualcosa di diverso. Era stata proprio questa capacità di esplorare dimensioni narrative ed estetiche ad averci fatto innamorare di Achille Lauro, una propensione per la rivoluzione che si era un pochino persa nel suo secondo disco “Pour l’amour” e che è tornata fortissima in questo suo nuovo lavoro.
La stessa “Rolls Royce”, canzone su cui continuo ad avere ben più di una riserva, mi sembra avere più senso se inserita nel contesto di questo disco. Presentarsi con un brano del genere a Sanremo ha probabilmente suscitato l’effetto sperato di rottura ma, concettualmente, ne ha reso più faticosa la digestione.
Poco male, è sempre bello cambiare idea in positivo e ho come l’impressione che alcune delle canzoni di questo disco siano destinate a restare nella mia playlist a tempo indeterminato.
Dalla malinconica poeticità di C’est la vie e Je t’aime, passando per il ritmo irresistibile e festaiolo della title track 1969 (20 Luglio 1969, la data dello sbarco dell’Apollo 11), di Delinquente e sì, perché no, pure di Rolls Royce.
Bravo Achille, continua a tenerti alla larga dal rap italiano che di questi tempi è artisticamente la cosa migliore che si possa fare. Arrivederci al prossimo cambio pelle.
Ps. Una curiosità. Ho controllato su Genius il testo di Delinquente, e la pagina web recita “Hooligans, parlo cockney…”, il che ha perfettamente senso visto che il riferimento agli hooligans del calcio inglese ben si presta al “cockney”, l’iconico accento dell’ east London. Ora, quella parola si pronuncia “cockni” mentre Achille Lauro la pronuncia “Cukni”, infatti ho inizialmente pensato che fosse una parola diversa di cui non conoscevo il significato. Vabbè, disco promosso a pieni voti, sull’inglese ci risentiamo a settembre.
