Il Tatuatore è lo psichiatra del 2000
Puntuale come si spera sia il ciclo di tutte le vostre fidanzate (dita incrociate), si è tenuta la 12a edizione della “London International Tattoo Convention”.
Tre giorni, 23-24-25 settembre, all’insegna di tatuaggi, musica e street food talmente costoso che se andavate e tornavate da Cannavacciuolo in aereo ci guadagnavate comunque.
Io, per amore di cronaca, ho fissato con previdente anticipo un appuntamento con uno degli artisti presenti e domenica mattina, accompagnato dalla mia coinquilina francese che sa di tatuaggi quando trucebaldazzi di metrica, mi sono presentato ai cancelli del “Tobacco Dock” (ex magazzino trasformato in spazio-eventi dove da anni si tiene la Convention) più carico e arrogante di Graziano Pellè sul dischetto del rigore.
Note dolenti. Si parte dal presupposto che a Londra nulla, eccezion fatta per le malattie veneree, è economico e che anche la Convention non vuole essere da meno. 30£ il biglietto di ingresso. Non sono pochi ed è una cifra che farebbe storcere il naso a molti considerando che con quei soldi non si ottiene nulla. Neppure una Poretti quattro luppoli lasciata fuori frigo nel 96’.
A maggior ragione venendo dall’Italia poi, si rimane abbastanza sorpresi di come nessuno si lamenti del prezzo. C’è una spiegazione. Il cliente medio di queste convention ha un rapporto con la figa talmente sporadico che, non appena si trova davanti la tipa della biglietteria, gli parte uno shock anafilattico talmente forte da non essere in grado di opporsi pressoché a nulla. Siano 30£, un rene o uno scambio alla pari Higuain – Floro Flores al fantacalcio.
Mi addentro nella ressa e per ogni minuto che passo tra gli stand mi rendo conto di come i tatuaggi, incredibilmente, non siano il centro di tutto o meglio, di come lo siano ma in un modo che non mi sarei aspettato. Mi sarei aspettato che, trovandosi d’innanzi ad alcuni degli artisti più dotati del pianeta terra, osservare quest’ultimi all’opera fosse il vero obbiettivo del pubblico pagante. Magari riuscendo a strappare un idea, uno spunto o un trucco del mestiere. Niente. Il fulcro di tutto era guardarsi l’un l’altro alla ricerca di una conferma: “Io ho dei tattoo fighi e fammi vedere un po’ quale cazzata di sei tatuato”. Io, che avevo sentito l’ansia da prestazione sin da casa, mi sono presentato con una polo maniche lunghe e un giacchino di pelle che mi ha fatto sudare più che in palestra. Ho messo al riparo i miei modesti (che amo) tatuaggi, un po’ come quando si hanno dei figli e si vuole metterli al riparo dai compagni di scuola stronzi.
Criticismo a parte però, è una di quelle manifestazioni che merita di essere vista almeno una volta nella vita. Sono sicuro che anche chi non ha tatuaggi possa rimanere affascinato da una cultura che, seppur non immune da stereotipi e banalizzazioni, unisce persone provenienti da ogni parte del mondo e con le più variegate esperienze di vita possibili.
PS Quest’anno sono stato tatuato da Pablo (Instagram: pablo_de_tattoolifestyle). Artista che ho conosciuto grazie alla Convention e con il quale mi sono trovato benissimo. Italianissimo e mega talentuoso. Lo potete trovare nel suo studio di Livorno o mensilmente come Guest presso il Milano City Ink. Sosteniamo il Made in Italy.
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