Fabri Fibra - Foto di Matteo Bellomi
Fabri Fibra - Foto di Matteo Bellomi

Ci risiamo. Ogni volta che devo scrivere un articolo su Fibra, specie se critico, sono avvolto da un infinito senso di malessere. Dato che parte di me vorrebbe sempre parlarne come il king indiscusso del rap italiano, a prescindere da qualsiasi logica o elemento oggettivo. 

Io che di Fabri Fibra ho sempre apprezzato la grandissima intelligenza prima ancora del suo indiscutibile talento nel fare musica, a tal punto che credo di aver ascoltato più volte le sue interviste su Youtube che i suoi dischi. 

Oh, intendiamoci, i dischi li ho ascoltati eccome e, a voler fare i pignoli, li ho anche comprati tutti nonostante a casa non abbia da tempo un lettore CD. Tutti, o quasi. Sì, è già da Fenomeno e da quella rima epic fail su “Cannavacciuolo” che ho iniziato ad avere forti dubbi sul Midas Touch di quello che per oltre dieci anni era stato il punto di riferimento imprescindibile della rivoluzione (quasi) rap che aveva investito la penisola dall’uscita di “Applausi per Fibra”, manco a dirlo, una sua canzone.

Chi di voi ha mai sentito parlare del “Compromesso Storico”?

Nessuno, altrimenti non leggereste Hano probabilmente. Ve lo spiego io allora. Il “Compromesso storico” è stata una fase politica italiana che portò l’avvicinamento del Partito Comunista guidato da Enrico Berlinguer alla Democrazia Cristiana di Aldo Moro. Il fine per il PC era quello di riuscire finalmente a entrare nelle stanze di Governo firmando una sorta di armistizio con quello che all’epoca era il primo partito italiano. Manco a dirlo, la parte più estrema del partito comunista considerò questa mossa come “l’inizio della fine”, un vergognoso tradimento di quei valori difesi col sangue e con il sudore nei numerosi anni di lotta contro il “potere”. Secondo quest’ottica, si erano venduti. Per Berlinguer, invece, questo era probabilmente l’unico modo per riuscire a far fruttare i tantissimi voti che il partito stava raccogliendo in quegli anni, l’unico modo per riuscire ad entrare nelle case degli italiani, popolo storicamente democristiano e cerchiobottista, dalla finestra. La porta era sigillata da tempo. 

Fabri Fibra è stato il rapper delCompromesso Storico”, il cavaliere jedi incaricato di confezionare un prodotto simil-rap in grado di sfondare le mura delle casalinghe italiane (Democrazia Cristiana). Un Enrico Berlinguer tatuato che per primo si è reso conto che era necessario trovare un punto di contatto, anche a costo di scontentare le frange più estreme del partito (B-boy fieri). Mi sembra di sentirlo il discorso con cui annuncio alla Festa dell’Unità (rap) questa sofferta decisione: 

Raga, con il rap come piace a noi non sfonderemo mai. Potremo sì essere felici di essere rimasti fedeli alla linea, ma così facendo stiamo abbandonando le nuove generazioni ai nemici di sempre. Alle Laure Pausini e ai Ramazzotti di questo mondo. Siamo pronti ad accettare questo peso sullo stomaco? Io non ci sto. Sono stanco di essere povero, sono stanco di cantare davanti a 50 fattoni alla sagra della salsiccia, sono stanco di guidare una macchina di merda. Domani esce Tradimento, sarà l’inizio del mio compromesso storico

Io i puristi del rap li ho sempre mal tollerati perché ero convinto che pur trattandosi di un compromesso, Fabri Fibra fosse riuscito a confezionare della gran bella musica. Dischi come Controcultura, Tradimento, Guerra e Pace e Squallor, seppur non perfetti e non necessariamente rap, sono stati un’indiscutibile rivoluzione per quel Mar Morto chiamato musica italiana. Ho sempre difeso la sua carriera perché ero fermamente convinto che quello fosse uno step necessario per aprire la strada ad altri cantautori di altrettanto successo. Penso ai vari Marracash, Dogo, Emis Killa, Ensi, Luche, Egreen, Salmo, Achille Lauro, Coez… tutta gente che forse senza questo “Compromesso Storico” non avremmo mai sentito, o perlomeno non così. 

Invece no, il presunto rap italiano ci ha rincoglionito con un mega-supercazzolone e dopo aver compiuto un epico salto mortale, ci è stato risputato indietro con le sembianze del peggior pop e del reggaeton più greve. Un incubo che ha assunto proporzioni anche peggiori dopo che ho ascoltato quella royal rumble della musica di merda chiamataCalipso”, una paraculata estiva firmata Charlie Charles in compagnia di Sfera, Mahmood e, ahimè, Fabri Fibra. 

Il confine tra “compromesso storico” e “fare qualsiasi cosa per grattare gli ultimi spicci” a volte è molto sottile e questa volta il dubbio francamente mi è venuto. 

Ah, Berlinguer e il partito Comunista non raggiunsero mai il governo del Paese nonostante il Compromesso Storico, tanto per dire.

(Fabri Fibra – Foto di Matteo Bellomi)

Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra, frequenta un Master in Digital Journalism e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo. ALTRE COLLABORAZIONI: Rolling Stone, Noisey, Il Milanese Imbruttito