Grazie alla collaborazione con Graffiti Zero, abbiamo avuto la possibilità di fare questa lunga chiacchierata con Nemo, una writer che ha sviluppato uno stile tutto particolare e personale che potete apprezzare nelle foto seguenti.
L’ottava edizione de “Le Personali di Graffiti Zero” vedrà Nemo come protagonista, il 18 e 19 maggio a Roma (vedi l’evento per info). Nelle righe che seguono Nemo ci parla di questo appuntamento ma anche di come ha vissuto l’essere donna in un ambiente principalmente maschile, del suo stile nel disegnare, della scelta della “carota” che l’ha resa famosa… e di tanto altro. Buona lettura.

Ciao Nemo, presentati ai nostri lettori e raccontaci in che modo e quando sei entrata nel mondo dei graffiti.

Ricordo di essermi allenata su innumerevoli zaini e jeans, che all’epoca delle medie, disegnavo per le mie compagne di scuola. Avevo creato il mio piccolo business e mi facevo pagare per disegnare principalmente nomi di ragazzi che ignoravano totalmente le loro spasimanti.
Il primo ricordo nitido di graffiti, è stato il lungo linea di Bologna. Iniziai da sola senza idea di come si facesse, visto che non conoscevo ancora nessuno nell’ambito. Mi ricordo che rubavo i tappini dai deodoranti al supermercato e usavo gli spray Capec, un vero brodo.

Cominciai così a taggare per strada principalmente di pomeriggio. Avevo 14 anni. A 15 il mio primo pezzo a colori, un puppet gigante, usai il cassonetto per finire l’alto della testa. Era sul muro del ponte di Stalingrado, pochi mesi prima che aprisse ufficialmente il Livello 57.

In quegli anni 90, iniziai a frequentare case occupate, centri sociali e università autogestite con tutto il contorno annesso, quindi mano a mano feci le mie migliori “cattive” conoscenze. Ho fatto letteralmente impazzire mia madre, ma penso che sia lo scopo primario dell’adolescenza, la ribellione.
Era un periodo d’oro per la città, fuori dal contesto istituzionale dove c’era libertà di espressione a 360 gradi e quindi dove anche l’hiphop era di casa. Da Zona Dopa ai free party tekno, c’era una scena incredibile aperta a tutti ed eravamo anche noi a crearla, senza saperlo.

Grazie anche a questo florido panorama sono stata da sempre molto legata alla cultura hiphop. “Peace, Love, Unity and Having Fun” è stato assimilato come motto fin da subito e le mie prime vere compagnie erano molto miste e furono in primis la PMC tra cui membri c’era Inoki, Joe Cassano con cui in seguito mi fidanzai, Sherif Mussiè amico e personaggio imprescindibile della realtà bolognese, gli skaters dei giardini Margherita e tutti gli altri personaggioni con cui mi vedevo in giro sia di giorno che alle serate.

Magari sembrerà una domanda piuttosto retorica, ma il fatto che tu sia una donna ti ha ostacolato in questo ambiente?

A dire il vero non mi sono mai posta il problema del gender e non mi è mai pesato il fatto di frequentare un ambiente per la maggior parte maschile. Anzi, ti rende un pò unica il fatto di essere l’unica.
Sempre e comunque, ho fatto quello che dovevo fare indipendentemente dalla compagnia. Dipingo tutt’ora molto per conto mio.

Se devo parlare del lato femminile della cosa, penso che la pratica dei graffiti a livello urbano sia un ottimo allenamento di vita fisico, mentale e spirituale. Nel buio si aguzzano i sensi, si sviluppa la vista periferica e si affina l’udito, si diventa un antenna tesa, considerando che in qualsiasi momento, potresti aver a che fare con pericoli veri. Le tecniche di fuga o per raggirare eventuali problemi sono diversi da quelli maschili, e a livello istintivo si sta molto più sull’attenti.

Throw up a Roma

Anche sul piano della visualizzazione: lo spot da dipingere, lo spazio, il tempo di azione, le previsioni di possibili rischi e punti di fuoco per la documentazione finale, sono solo alcuni aspetti a cui si è confrontate prima di passare dal volere al fare. E’ un gioco divertente ma molto serio, a volte eseguito in pochissimo tempo, che ha come fine un operato effimero e senza scopo di lucro. Ovvero cose per niente scontate al giorno d’oggi.
Infatti avere a che fare con la strada ti insegna molto. Ti insegna a stare al tuo posto, perché c’è sempre un tuo posto, ma allo stesso tempo in connessione con tutto il resto.
Penso siano componenti fondamentali per la fioritura di una giovine donzella e lo consiglierei vivamente a tutti i genitori con figlie.

Bologna

A parte questo, spesso si è confrontate al concetto di donna al volante, ovvero ai controlli, il quale spaventa e non aggrada la componente maschile, più per pregiudizio culturale, che per esperienza diretta.
Anche per questo motivo la scelta del nome Nemo – che vuol dire nessuno in latino – era per eliminare da subito il fattore discriminante e la leggerezza con cui “la gente” giudica. Suppongo che un artista sia tale per quello che fa e non per quello che è. E la pratica dei graffiti ha sempre significato per me libertà senza limiti ne compromessi, tutto il resto è no…

Immagino che a Roma ci sia una concorrenza piuttosto agguerrita tra i writers, come sei riuscita a emergere e a crearti un tuo spazio in questa giungla?

Roma città eterna, magica e perfetta per certi aspetti, ma dove la mentalità imperialista predomina per la stragrande maggioranza… figuriamoci nel mondo dei graffiti in cui non ci sono vere e proprie regole e dove ognuno si autoproclama king con egocentrismo imbarazzante. Gelosie fuori controllo, sfociavano spesso in atti di violenza.
Nel periodo in cui ho vissuto a Roma, all’incirca 2005-2010, c’erano più o meno un migliaio di writers attivi, compresi quelli che facevano solo tag. Era un vero e proprio zoo di scimmie in fermento, tutti contro tutti, ma non mi sono mai sentita in concorrenza con nessuno. Preferivo usare le mie energie per fare di più, piuttosto che perdere tempo in inutili ed infinite guerre. Tutt’ora mi meraviglio della mia positività!
E come dici tu, in questa giungla le mie leggi di sopravvivenza erano: fare la differenza con lo stile, qualità più che quantità, prediligere i grandi formati e disegnare in altezza. E dove gli spray non potevano arrivare ci pensava il rullo col bastone allungabile.

Fai o hai fatto parte di una crew? Se si parlaci della tua esperienza…

Me, my self and I“, dicevano quelli… un po’ per scelta un po’ per circostanza. A dire il vero ho avuto delle crew ma in altri ambiti, come ad esempio Nihilism o That’s Amore.
Nel writing ci sono stati a periodi amici e partner con cui prediligevo dipingere – ad esempio Reps a Roma – e con cui ho stretto legami molto forti, ma non siamo mai arrivati al punto di creare una sigla e scriverla in giro. Bastava il legame reale e forse perché è un pò come quando ti sposi, poi perdi la poesia iniziale. Però detto questo, mai dire mai!
Per il resto la pratica dei graffiti, avvicina e crea connessioni dirette anche tra persone lontane geograficamente tra di loro, ma anche persone professionalmente e culturalmente diverse. Il fenomeno della “doppia vita” è intriseco nel tessuto sociale medio e chiunque può essere writer, dallo studente all’ingegnere. Si nascondono tra di noi!

Una domanda che non ti avranno mai fatto… perchè le carote??

Dunque la carota è nata dal ravanello. Lo mettevo spesso come lettera O alla fine dei pezzi.
Mi accorsi che, oltre al suo impatto simpatico su di me e sul pubblico, se allungavo la rapa diventava una carota e che, fatalmente, rappresentava un elemento grafico perfetto da inserire nelle strutture architettoniche che si sviluppano su linee ed angoli retti.
Come forma, la carota è molto malleabile e modulabile, intera, crocifissa, tagliata a rondelle o a la julienne, riusciva a rendere l’idea senza dover leggere lettere, per la felicità dei bimbi e non solo! Inoltre, paradossalmente, ci si poteva anche scrivere, grazie alla geometria delle diverse parti.
Negli anfratti, spigoli, angoli vuoti difficili da riempire da altre forme, o da sequenze di lettere, la carota si infilava a fagiolo.

Bricklane Market
Bricklane Market

In un secondo momento realizzai la potenza della carota su altri livelli. Carota, in francese “carote“, significa fregatura, barare, fottere qualcuno. Vedi la carota vampira vs la salsiccia vegana.
Poi la carota prima di essere cibo per conigli, è una pianta, cosa a cui nessuno pensa, e più nello specifico una radice, quindi ritorno alle origini, sradicamento e tutti i pensieri che ne derivano.

La carota ha trovato terreno fertile soprattutto in Inghilterra, a Londra, dove ha dato il meglio di se.

In vista della tua mostra organizzata da Graffiti Zero, hai preparato qualcosa in particolare? Puoi anticiparci qualcosa o è tutto top secret?

Alla sessione di Graffiti Zero ci sarà passato, presente e futuro di Nemo in un solo spazio, con accento speciale su Roma, attraverso varie fasi, varie me stesse anche con elementi a sorpresa sia 2D che 3D. E’ un invito ad entrare nel mio sogno, ma anche un invito al movimento, a spostarsi, ad esplorare ed esplorarsi.

Pensi che artisti che vengono dalla strada possano trovare il modo di esprimersi al meglio all’interno del circuito delle gallerie o dell’Arte più in generale?

Innanzitutto ci terrei a precisare che lo spazio espositivo “Garage Zero” che mi vedrà protagonista non è una galleria come le altre, ma uno spazio restituito al quartiere (occupato) per fare cultura, perché solo con la cultura si possono contrastare molte cose negative, tra cui l’ignoranza, i pregiudizi, il fascismo… per dirne qualcuna.
In questo caso gli organizzatori di “Graffiti Zero” si occupano di divulgare informazioni utili riguardo l’arte del writing, attraverso un percorso guidato dall’artista che parlerà della sua esperienza diretta. Rimanendo, in questo modo, più vicino al concetto puro del movimento stesso ed in simultanea un po’ fuori dalla logica spiccia del mercato dell’arte. Detto ciò, una cosa non toglie l’altra, visto che non si tratta di una mostra illegale in strada, ma in questo caso l’intento è focalizzato maggiormente sulla comunicazione tra persone e comunità all’interno di uno spazio “protetto”. Al contempo ci saranno anche opere in vendita.

Sicuramente il fatto di esporre in un luogo altro che la strada, ci permette di spostare l’attenzione su altre dinamiche e tecniche di espressione, che solo una mostra può offrire, come ad esempio per le installazioni o per i video. Si riesce così ad analizzare e vedere aspetti e pensieri nascosti, backstage e processi creativi, che completano e anticipano l’operato finale in strada, ma anche creare un altra dimensione creativa.
Esporre ad una mostra è sfruttare una piattaforma che parla in un certo modo a persone “fuori dal giro”. Purtroppo stupidamente, alle volte viene presa come evento di crescita dall’underground verso fase adulta dell’artista e della sua arte. Cosa che non è affatto la realtà.
Comunque, senza cadere in ideologie ed inutili generalizzazioni di come dovrebbe essere fatta un mostra, penso debba essere una scelta di coerenza personale sul come, dove, con chi e perché.

La tua produzione in strada intanto sta andando avanti? Fino a quale età pensi che la carriera di un writer possa andare avanti mantenendo un attitudine “street”?

La produzione continua sempre e la carota vive e vegeta. In questi ultimi tempi sto tornando alle origini, alla tag e sperimentando tecniche nuove per il compimento di tale arte. Il rullo mi è sempre molto vicino.
Penso ci siano infiniti modi per evolversi e rimanere coerenti con se stessi. Se per te dipingere per strada è un bisogno reale, qualsiasi sia la tua età, troverai il tuo personalissimo modo di farlo.

Anche la capacità di reinventarsi è una buona pratica contro la noia e fa si che visiti altre sfaccettature del diamante. Penso sia questo rimanere bambini, scoprire e scoprirsi. Capirsi forse in un altra vita.
Comunque l’attitudine “street”, è un concetto molto personale, ognuno ha il suo. Nemo di quindici anni fa non è uguale a quella di adesso, sarebbe innaturale e ridicolo. Ma per quanto mi riguarda, sicuramente mi rimarrà fino alla morte l’automatismo di leggere le scritte per strada e l’amore per il degrado genuino.

Cosa pensi della situazione dei graffiti del nostro paese?

Ogni periodo può essere d’oro per qualcuno, ma a livello di quantità di graffiti la situazione in Italia la vedo un po’ anestetizzata, ma siamo al passo coi tempi.
Al contrario, riguardo lo stile, sia in Italia che in altri paesi che mi stanno particolarmente a cuore, vedo evoluzioni fantasmagoriche e dei bei misti trasversali di scuole e tecniche. Il mondo si sta facendo molto più complesso a grande velocità e l’arte dei graffiti non è da meno.
Vedo con piacere che si stanno superando preconcetti mentali e fisici che un tempo non lasciavano respiro, limitandola ad un fenomeno più di nicchia. Ora come disciplina si è sdoganata ed è alla portata di tutti, o quasi.
Il fatto che sia fruibile da una maggior varietà di persone, grazie anche all’avvento di internet e all’abbordabilità tecnologica, fa si che sia più meticcio in tutti i suoi aspetti, perfino sul livello umano, al contrario di come la politica sembra volerci dirottare.
In ogni caso, “bello” o “brutto” che sia, la natura sa cosa sta facendo.

Ci sono artisti in particolare che segui, a cui magari ti ispiri anche?

A Bologna e dintorni, tutti gli artisti della – con tutto rispetto – vecchissima generazione come SPA, Deemo aka One Shot, Pea Brain e Cane Cotto, Eron, Zero T all’epoca sono stati pilastri molto importanti che hanno plasmato la nostra cultura e che ovviamente mi hanno segnato.
In quanto appassionata di figurativo, Draw di Bologna (SPA), Toast dalla Svizzera, Won (ABC) dalla Germania e Number 6 (PCP) da Parigi, sono state figure di riferimento notevoli.

Inoltre, con grande sollievo, ci sono sempre più giovani ninja in azione, vedi ad esempio i Pixaçao (che nascono da un movimento indipendente dai graffiti) in Sud America e i Berlin Kids in Europa che, senza dubbio, hanno alzato di una tacca l’asticella.

Ah, mi piacciono anche i graffiti trash, ovvero stile alla “cazzo di cane” fatto bene.

In conclusione, mi sento di dire che vado un po’ per la mia strada in fatto di stile e creazioni parallele come ad esempio per le installazioni o gli artefatti 3D. Mi piace molto investigare e pescare in modo giocoso in campi e discipline diverse e contrarie.
Probabilmente in fatto di stile di graffiti, si vede da dove vengo ma non so neanch’io in che lidi approderò. Tengo sempre un occhio di riguardo al mondo dell’arte in senso lato, passata e contemporanea, in cui però il writing rappresenta per eccellenza, ancora oggi, il movimento artistico più fresco, che è parte integrante di quello che sono. Il writing, inafferrabile e difficile da ridefinire nelle sue mille forme, fatto prevalentemente da giovani, che si trasforma, che si declina senza sosta, ha ancora tanto da dare. Sono curiosa di vedere fin dove arriverà perlomeno durante il mio tempo vitale, poi “…arrivederci a tutti è stato bellissimo.”

Londra
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