A tre anni di distanza dal suo ultimo lavoro ufficiale, Rancore torna in pista con ‘Musica per Bambini‘. Non c’è più DJ Myke, ma c’è il rapper romano a coadiuvare il lavoro da ‘dietro il vetro’, dirigendo i lavori e partecipando attivamente, non solo alla costruzione dei testi e delle metafore da lui usate, ma anche alla realizzazione delle produzioni. Quello che ne esce è un disco introspettivo, irriverente, diretto, improntato, come sempre, su una comunicazione a più livelli, portando l’ascoltatore a muoversi continuamente come una pallina da flipper per cogliere i diversi significati e i differenti riferimenti messi all’interno dei suoi maniacali giochi di parole e di concetti. Il lavoro di Rancore travolge, lasciando, a tratti, anche l’ascoltatore senza fiato, continuando a stupirlo barra dopo barra, verso dopo verso. Le tracce in questione (che sono dieci, ndr), attraversano varie situazioni e vari stati d’animo, passando per la personificazione di alcuni oggetti come in ‘Giocattoli‘, fino ad arrivare ad un’esplosione quantomai atipica di colori in ‘Arlecchino‘, toccando temi fiabeschi in ‘Sangue di Drago‘, affrontando l’universo che lo circonda in ‘Questo pianeta’ e calcando la strada con quattro ruote ed una tavola sotto i piedi in ‘Skatepark‘. Il disco scorre fluido, alternando momenti più impegnati a situazioni decisamente più leggere, rendendo così il lavoro più digeribile almeno al primo ascolto. Approfondendo le tracce e scavando a fondo nei testi realizzati da Rancore, si riesce quasi ad entrare nella sua testa, riuscendo a capire quanto il lavoro fatto, anche su sé stesso, sia stato importantissimo per mettere a nudo tutti i suoi pensieri, senza allontanarsi troppo dal significato reale, palesando idee e dubbi che fanno parte della sua personalità.

Per riuscire a comprendere ancora meglio ‘Musica per Bambini‘, ho deciso di intervistarlo, facendomi spiegare tutto quello che ancora non avevo colto del suo nuovo album. Buona lettura.

Rancore - Musica per bambini (Album)
Rancore – Musica per bambini (Album)

Ciao Rancore, benvenuto su Hano.it! Allora, cominciamo con l’intervista. Siamo qui per parlare un po’ di ‘Musica per Bambini’, come l’hai concepito e che idea c’è dietro questo disco?

Questo disco è stato costruito in parte in maniera razionale e in parte in maniera naturale, nel senso di ’emotiva’. È il tentativo di fare un disco un po’ provocatorio e un po’ sincero, che analizzasse proprio il linguaggio come concetto. Essendo la musica una cosa incentrata sul linguaggio e il rap una cosa che si basa sulle parole, il linguaggio, come tema, è al centro del significato della comunicazione. Quindi il disco tocca questo concetto fino a diventare sincero come un bambino, come una persona che al linguaggio ci si approccia per la prima volta, arrivando passando quindi da un aspetto razionale fino ad arrivare al lato emotivo, portando un titolo provocatorio come Musica per Bambini, diventando anche un po’ irriverente e di protesta. Ci sono canzoni come Depressissimo‘ o ‘Centro asociale in cui l’emotività fa il suo gioco e altre in cui la razionalità gioca di più come in Sangue di Drago‘, ‘Arlecchino‘ o ‘Giocattoli. Il disco è un misto di ispirazioni che ne hanno scatenato poi la realizzazione, portandosi dietro motivi provocatori e motivi reali, necessari per esprimere la sincerità che c’è nelle parole che ho messo dentro.

Dopo la fine della collaborazione con DJ Myke, forse uno dei sodalizi più importanti di tutta la scena rap, sei stato assente per un po’, salvo poi tornare con un disco molto solido. Dal 2015 al 2018 sono stati anni importanti per la tua carriera, per ritrovare la strada giusta e ripartire? Sentivi l’esigenza di rimetterti di nuovo in gioco?

Sì, tantissimo, sono stati anni importanti. Diciamo che sono due le cose che mi hanno cambiato e permesso di avere la forza per ripartire. La prima è stata sicuramente il tour che ho fatto per ‘SeguiMe’ il disco che avevo realizzato esattamente 10 anni prima, all’età di 16 anni, perché riportarlo in giro mi ha fatto crescere parecchio. Da qui ho toccato appunto il tema della crescita che mi ha fatto poi arrivare a ‘Musica per Bambini’, tenendo questa cosa come tema principale. Il tour era un misto di magia, rap, teatro e la possibilità di poter giocare su un disco che avevo già fatto, senza doverlo presentare al pubblico, mi ha permesso di preparare il terreno poi per i concerti che sto facendo di questo disco nuovo. La seconda, invece, le collaborazioni che ho fatto, dopo aver lavorato per anni con Myke, con cantautori e rapper. È stato importante perché non sono andato a caso, ho collaborato con artisti che mi piacevano e c’era nell’aria la sensazione che potesse uscire qualcosa di bello. Penso a Mezzo, Claver, Danno, Murubutu fino ad arrivare a Giancane con cui siamo riusciti a coinvolgere anche Zerocalcare, il fumettista, uscendo poi dai canoni del rap. Tutto questo mi ha portato grande esperienza per scrivere poi il mio nuovo disco.

Ho letto che in questo disco hai anche partecipato attivamente alla realizzazione delle produzioni. Quanto è stata importante questa esperienza e quanto è stato, se vuoi, anche strano realizzare beat sui quali poi hai scritto le tue strofe?

Da un certo punto di vista è stato stranissimo ma sempre molto molto bello. Per me è stata una bella responsabilità dopo anni di collaborazioni con Myke, in quanto, ho sempre detto, quanto lui sia unico nel suo metodo di produzione e quanto sia uno dei migliori produttori che abbiamo in Italia. Quindi partendo da qui la responsabilità che mi sono preso non era affatto bassa visto che stavo producendo delle cose che poi sarebbero finite nel mio disco. Ci tengo a puntualizzare che anche quando non ho prodotto io comunque dirigevo le cose. Nel senso che mettevo insieme persone che non si conoscevano, musicisti che non si sono mai visti, le facevo lavorare insieme e cercavamo di dare un suono che poi sarebbe stato perfetto per quello che volevo nel disco. Stavolta però, a differenza di altre situazioni, invece ho sentito la responsabilità e, alla fine, sono stato molto contento del risultato. A dirti la verità non pensavo nemmeno di poter esserne così felice ma ci sono riuscito, questo perché era un’incognita, essendo la prima volta che mi succedeva una cosa del genere. Ho capito che i miei testi erano perfetti per quella musica e quella determinata produzione, magari, aiutava anche il testo ad arrivare meglio. Forse perché erano concepite dal gusto di chi ha scritto i pezzi, forse perché è un caso, ma in sostanza il risultato è stato ottimo e ne sono felice.

Ti faccio una domanda strana, quando parlo di Rancore non sento quasi mai nessuno parlarne male. È possibile nel gioco del rap non avere haters?

In un certo senso sì, però comunque arrivato ad un certo punto, magari ad un momento in cui ti ‘spogli’ forse è impossibile non arrivino haters. Ti devo dire la verità, anche ‘Musica per Bambini’ è un disco che appena è uscito ha avuto delle critiche non sempre positive. Questa cosa mi ha un po’ colpito perché non ero mai stato un individuo a cui la critica negativa veniva fatta così, senza troppo pensarci. Ora però siamo in un’era in cui tutti si sentono obbligati a dire la propria, quindi ci può stare che se Rancore fa un disco irriverente ci siano delle situazioni in cui criticano quello che dico. Proprio per questo, arrivato a questo punto, è impossibile che uno faccia delle cose in cui tutti ti vengono a favore. Però c’è da dire che se tutti ti vengono a favore, vuol dire che stai facendo il giusto ma non un giusto che può infine cambiare le cose, è un giusto che non va ad infastidire le regole che già ci sono. È solo quando vai ad infastidirle che cominciano a darti contro, ovviamente non tutti perché se tutti sono della stessa idea allora devi farti delle domande. Di contro se ad alcuni brillano gli occhi e ad alcuni no, non devi chiederti se stai facendo le cose giuste o sbagliate, ma devi capire che forse quello che fai sta smuovendo qualcosa.

Hai appunto parlato di regole, di canoni del rap da smuovere. Tu fai doppia h ma ti definisci tripla h, hermetic hip hop. Ci spieghi questo tuo neologismo? Ti senti fuori dagli schemi e dagli stili della scena?

Sicuramente ho coniato un nome perché non riuscivo a trovare una posizione, quindi se non trovo una posizione significa che non mi sento troppo dentro questa scena. Mi sono sempre sentito un po’ fuori, come un alieno che vede tutti alieni che fra loro comunicano ma che in realtà lui non riesce poi a comunicare con loro a sua volta. E questo è un po’ il mood del disco : cosa è comunicazione e cosa no. Ho coniato l’hermetic hip hop per dare un mio metodo di comunicazione e di comprensione di questa comunicazione. Ho creato un rap a strati, un rap che abbia più concetti in ogni frase che è una cosa che esisteva già negli anni ’90, ad esempio, con le punchlines, che magari erano versi con vari significati, non sempre facili da cogliere. Quello lo considero il primo esempio di hermetic hip hop che però non era ermetico perché era palesemente un gioco di parole, di incastri. Io invece di farlo con le parole ho voluto farlo coi concetti, tu credi che io stia parlando di quella cosa ma in realtà sto parlando anche di altro o di altro ancora, tutto contemporaneamente. È come una cipolla, tu vedi fuori soltanto il primo strato ma andando a fondo vedi e scopri altri strati, paralleli fra loro. Per esempio ‘Sangue di Drago’ è una favola però in realtà è anche una metafora per parlare di come il potere crea finti nemici per ucciderli e prendere ancora più potere. In verità, per esempio, la prima strofa potrebbe ricordare Machiavelli quando parla di cosa dovrebbe fare un principe, infatti uso il verbo ‘principeggiare’ che non esiste però è un verbo che utilizza lui. Queste sono tutte piccole cose dove ognuno può andare sempre più a fondo. Ovviamente tutto questo non è fatto solo per giocare ma anche per proteggermi perché se io ti metto all’interno del pezzo degli indizi per farti capire quello che io sto dicendo, in quel momento sto già proteggendo ciò che faccio e permetto di capire il mio linguaggio esclusivamente a chi lo vuole capire. Da qui la mia rivolta ermetica.

Rancore
Rancore

Parliamo un po’ dei brani. In ‘giocattoli’ parli di crescita, come hai già detto precedentemente, nel senso che tu continui a crescere, il giocattolo cambia ma viene sempre poi a cercarti. Ecco per te il rap è un po’ un giocattolo, nel senso più buono del termine?

Nel senso positivo sì, si allontana forse un po’ dal senso del pezzo perché nel testo i giocattoli sono oggetti che tu dimentichi in quanto sono semplicemente oggetti senz’anima. Però io in quel pezzo ne voglio semplicemente analizzare la funzione, che importanza hanno per quella persona o che funzione ha quando il giocattolo cambia. Da una parte c’è la voglia di usare la fantasia come nella prima strofa, dall’altra c’è quella di giocare con l’estetica, e dall’altra ancora si arriva quasi alla distruzione del proprio corpo, nell’ultima strofa. È un pezzo ‘animista’ però, perché c’è questa personificazione degli oggetti e fondamentalmente il mio modo di pensare al rap non è questa. La mia paura, forse, se devo dire una cosa che non ho mai detto, è esattamente il contrario : ho paura che io diventi un giocattolo del rap, non viceversa. Perché io ho dedicato al rap per intero la mia vita, quasi a buttarmi dal balcone come la sigaretta, quindi io mi domando : il giorno in cui io o il rap cambieremo, cosa succederà? Verrò preso e gettato, nonostante qualcuno abbia tolto il cellophane dal disco? Quella malincomia che si percepisce è che io mi sento il giocattolo e il rap è la bambina.

In ‘Beep beep’ ce l’hai un po’ con la nuova scuola, in alcune rime, cosa c’è di sbagliato oggi nel rap italiano?

Ma no, non ce l’ho con la nuova scuola, io ce l’ho più col pubblico che distingue new e old school, soltanto perché qualche ascoltatore vuole chiuderti dentro qualche categoria. Da una parte a me fa piacere non stare in nessun filone, l’ho detto prima. Però da un altro punto di vista questa cosa di inserire i nuovi rapper o i nuovi gruppi nella nuova scuola da parte dei media mi dà fastidio. Aspettiamo prima di creare una nuova scuola, anche perché c’è chi è nuovo ma nell’immaginario comune dovrebbe appartenere alla vecchia, c’è una scuola di mezzo che non ha mai avuto troppo tempo per esprimersi. Visto che l’ascoltatore tiene a dividere sempre, a vedere cose old school che poi non lo sono, io allora attacco i concetti nei quali gli ascoltatori tendono a chiudere i rapper, in maniera un po’ avventata. L’irriverenza è quella : io attacco più l’ascoltatore che i rapper stessi, cosa nettamente più difficile. Attaccare poi è sbagliato, io racconto solo come sono le cose, semmai mi rivolgo più a chi ha iniziato da poco ad ascoltare rap. Diciamo così.

“Ma adesso sembra un deserto, non c’è nessuno nello skatepark.” Senti l’esigenza di riavvicinare un po’ i giovani d’oggi alla strada, agli spray, agli skatepark, annullando le distanze che oggi stanno diventando enormi? Penso magari anche a quando hai organizzato l’instreet circa due anni fa.

Sì, sicuramente! Ho proprio l’esigenza di tornare su questo pianeta, nel disco si capisce che mentre mi allontano da questo mondo, lo stesso poi mi manca. A volte mi manca proprio il terreno sotto i piedi da tutti i punti di vista. Infatti, questa cosa, mi ha fatto pensare a quando sono sullo skate e mi riviene in mente quando ci andavamo tutti insieme e trasformavamo qualsiasi posto in un luogo speciale. È questa l’esigenza che uno ha e che cerca emotivamente di raccontare. Io sono una persona che cerca la sua stabilità fisica visto che mi succede sempre di allontarmi col cervello; automaticamente questa sensazione diventa come un modo per dire a tutti “venite anche voi”. Magari prendo il megafono, esco in strada a suonare…e questa cosa serve in primis a me, però poi serve anche alle altre persone. Certo, non è che mi prendo la bandiera di questa cosa, le persone potrebbero anche uscire da sole senza doverle per forza stimolare. Però, così facendo, forse si dà una scusa in più alla gente per andarci. Con questo mondo ‘virtuale’ oggi questo distacco dalla strada si è sicuramente più accentuato e quindi mi manca ancora di più. Torniamo fuori e trasformiamo la strada non solo in un posto per camminare ma anche per fare altro, tipo lo skateboard.

Sei rimasto uno dei pochi a sganciare tracce con 3 strofe in Italia. Perché credi che questa pratica sia in disuso? È colpa dell’ascoltatore o di chi propone la musica?

Entrambi. Chi ascolta ha cambiato il mercato, chi propone invece è costretto ad adeguarsi a tutto questo. Che, per carità, che il mercato sia cambiato è anche giusto, è sempre sbagliato pensare che la musica debba rimanere chiusa in sé stessa; anche i quadri del Rinascimento hanno subito dei cambiamenti perché qualcuno li pagava per fare quel tipo di lavoro. È stupido dire che il mercato ha cambiato gli artisti, è una cosa che è sempre successa e che continuerà a succedere. Anche quando hanno inventato la ruota è cambiato il modo di spostarsi, di andare a cavallo. Quindi, c’è ad un certo punto l’esigenza del cambiamento. C’è anche chi, dopo l’invenzione della ruota, continuerà ad imporsi per andare a cavallo come un tempo, seppur magari sia più scomodo da fare. Sul fatto delle tre strofe, succede sempre in maniera naturale, le ho scritte perché avevo il bisogno di dire tante cose, quasi troppe. Tutto qui. Quando invece volevo essere più semplice e più digeribile ne ho fatte due, come in ‘Skatepark’ che è un pezzo che ascolto anche io stesso per andare sullo skate. Mi serviva un pezzo più leggero, più ascoltabile, un pezzo che quando lo metto in cuffia mi dia la voglia di uscire e skatare. Per esempio, però, ‘Sangue di Drago’ è una traccia infinita perché per me è come un film, e i film durano due ore. Infatti dura sei minuti, il tempo giusto che sentivo di farla durare per dire tutto quello che volevo. Secondo me, concludendo, è un mix tra il mercato e coloro che fanno la musica, è difficile capire quale sia quella dipenda dall’altra, un po’ come l’uovo e la gallina.

Le mie preferite sono ‘Sangue di Drago’, in cui per me musicalmente è stato fatto, da parte tua, un grandissimo lavoro, e ‘Arlecchino’ per le infinite citazioni. Hai, fra queste dieci, una traccia a cui tieni maggiormente, o anche due oppure tutte?!

Sì, tengo tanto a tutte le tracce del disco. Ma mi succedeva anche coi dischi precedenti, perché le canzoni sono un po’ come dei figli, non possono essere uno migliore o uno peggiore rispetto all’altro. Se vai ad analizzare questo disco, secondo me le tracce si pongono tutte sullo stesso livello perché l’ho vissuto come un blocco unico, fin dall’inizio. Ad alcuni pezzi ho sicuramente lavorato di più però questo non li differenzia rispetto ad altri. Per me ‘Musica per Bambini’ è un disco che inizia e finisce ed è formato da una sola unica, grande, canzone. Se dovessi togliere un pezzo da questo blocco mi crollerebbe tutto il disco e tutto il lavoro che ho fatto.

In tutte le tracce sembri essere tu contro il mondo, contro un universo che non riesci o forse comprendi ma di cui non riesci a fare parte. È questo il filo conduttore che lega tutte le tracce?

Sicuramente sì. E questo non è assolutamente un modo egocentrico per dire che io sono contro il mondo. Il disco è uno spaccato di una sensazione che prova una persona che nasce in questo posto e che, inaspettatamente, senza un filo logico, viene chiuso dallo stesso rendendolo, per così dire, un po’ un virus. Diciamo che tutti ci sentiamo dei virus in questo mondo. E la mia domanda è : com’è possibile che un elemento nato qui senta la sensazione poi di rifiutare quello che ha intorno? Questo rifiuto del mondo non è una cosa naturale e secondo me è dato da questa artificialità che ci circonda e chi ci ha portato a diventare così; ci ha portato a rifiutare il mondo perché è stato troppo sovrastrutturato. Questa è, in breve, la sensazione che cerco di raccontare. Secondo me tutto questo non è normale e se succede di sentire questo ‘distacco’, significa che c’è qualche problema nello spirito e nel profondo dell’uomo. Io racconto questo senza dare troppe risposte, cercando soluzioni più emotive che pratiche. Forse scrivere una canzone può aiutarti o magari ascoltando una canzone che ti parla di queste cose invece di nasconderle, può portarti a riflettere sulla situazione, magari facendoti capire dove stai sbagliando anche tu stesso.

Questo disco, per te, dopo un periodo di stacco, lo ritieni un punto di partenza o un punto di arrivo?

Assolutamente un punto di partenza, se fosse un punto d’arrivo sarebbe tutto noioso. Per me qualsiasi cosa, nell’hermetic hip hop, è un punto di partenza, non c’è il punto d’arrivo. Per me il punto d’arrivo è soltanto la morte. Anche perché è il primo disco in cui sono anche un po’ un produttore, quindi figuriamoci se per me è un punto d’arrivo. Si possono fare tantissime cose, anche esponenzialmente più grosse, si può approfondire ancora di più tutto quello che ho fatto finora. In ogni disco io ho cercato sempre di sfidarmi e la sfida non si conclude con ‘Musica per Bambini’.

Rancore e Tarek come ne sono usciti da questo disco?

Sicuramente sono cresciuti, forse perché a forza di ripetere ‘bambini’ sono diventato più grandi. Rancore e Tarek sono cresciuti, sono soddisfatti del lavoro, quasi stupiti anche della loro unione data dal lavoro fatto per questo disco, in quanto, forse, precedentemente, erano più distaccati. Non c’era sicuramente un rapporto conflittuale, perché, se così fosse, avrei problemi di personalità, però quello che mi piacerebbe è che Rancore diventi lo schiavo di Tarek e non viceversa. Perché pensando a tutti i sacrifici fatti per la musica, a volte mi sono chiesto se Tarek fosse realmente lo schiavo di Rancore. In realtà probabilmente questa è una cosa che va a periodi. Con questo disco però nessuno è più lo schiavo di nessuno e si cerca di portare avanti un messaggio che sia giusto sia per Tarek, sia per Rancore. Perché quello che dico lo condivido sempre, non solo quando indosso il mio alter ego. In questo disco mi spoglio completamente e mostro i miei sentimenti, quindi non ho più bisogno di nascondermi.

Ti lascio gli ultimi minuti dell’intervista per dire quello che vuoi ai lettori di hano.it…

Ci sarà un tour in cui porteremo il disco in tutta Italia e che durerà tutta l’estate del quale abbiamo già fatto Milano, Bologna e Roma. Chi c’è già stato magari può raccontare il concerto a chi non c’è stato…ci saranno coreografie, costumi, aspetti teatrali, sarà un live che rafforzerà i concetti che ci sono all’interno del disco e chiuderà dei cerchi che questi argomenti hanno già aperto. Per chi vuole avere una sorta di guida turistica per comprendere meglio il disco, i concerti sono la cosa migliore per vivere le canzoni al 100%. Tutto qua.