Che figata il Rap raga, veramente. Mi rendo benissimo conto che scriverlo suona un pò cliché, un pò come se Rocco facesse un post per ricordare a tutti quanto sia bella la figa. Eppure proprio pensando alla mia storia, mi ritrovo a pensare come sia invece importante ribadire il concetto con entusiasmo, per quanto possa sembrare banale e scontato.

Avete presente quando sentite dire a qualcuno più giovane una stronzata col botto? Vi capita mai pochi secondi dopo di realizzare come voi, a quella stessa età, eravate soliti ripetere quella stessa minchiata con altrettanta supponenza? Ecco, quella cosa mi capita ogni volta che sento qualche artista major o indipendente uscirsene con l’ormai stereotipato “Sì, il rap lo faccio ma non mi piace ascoltarlo”… Nche senso? per citare il sommo Verdone.

Io so benissimo perchè la dicevo quella cosa, e sono onestamente convinto che valga lo stesso per tutti. E’ un desiderio un po’ sfigato di voler fare gli alternativi tra gli alternativi, quella perversione di volersi proporre a tutti i costi come un artista nuovo e rivoluzionario. “A quinti fai rap ma non sai chi sia Nas? Woooo. cheffigoooo”. Babbi loro e babbo io.

Tre settimane fa ero a Londra e sono andato a vedere Jay-Z e Signora in concerto. Purtroppo c’erano anche le fan di Beyoncé ma son dettagli, anche Roma è bellissima se ci togli i Romani. Sentire “99 Problems” dal vivo era uno dei sogni della mia vita e non appena il buon Jay è uscito sul palco a cantarla (in giubbotto antiproiettile da giostraio vero) ammetto di non averci capito più un cazzo. Un livello di esaltazione indescrivibile. Alla fine della canzone mi ricordo di essermi girato verso la mia ragazza, che mi stava osservando tra il perplesso e il divertito, e di averle urlato in un orecchio “che figata il Rap”.

Non fate i babbi. Perché per ogni 10 dischi di merda, ce n’è uno da qualche parte che sta uscendo in questo momento che potrebbe cambiarvi la vita o quanto meno la giornata.

Sta mattina sono uscito di casa con la stessa voglia di vivere di Kurt Cobain, ma poi…

Poi mi sono ricordato di come non avessi ascoltato ancora il disco nuovo di Nas prodotto da Kanye ed è bastato ascoltare la prima traccia (“Not for Radio”) per ritrovarmi a camminare per le vie della mia città ad un metro da terra. Convinto che nessun obbiettivo nella vita fosse irraggiungibile: dal vincere il Pulitzer, al vincere uno scudetto col Nap… vabbè magari quello no.

Ascoltatevi i dischi. Poi, se proprio ci tenete, andate in giro a fare i fighi dicendo che non vi piace il rap. Se ne avete il coraggio…

Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo.