Ero intento nel perdere tempo col mio smartphone, come faccio solitamente al mio ritorno dal lavoro, sfogliando pagine facebook, vedendo video e leggendo stati sui sacchetti di plastica. Da un nervosismo all’altro (purtroppo ho un’indole sbagliata e me ne rendo conto) mi imbatto in un video di Bassi, realizzato in una puntata di HIP HOP TV, con quel mascalzone di Max Brigante (grande intervista, btw!). Ad un certo punto vengo rapito, incollato allo schermo, attirato, dalle parole di Busdeez, come un bambino che per giorni fissa il suo regalo di Natale, sotto l’albero, incartato ed impacchettato sperando che sia il suo desiderio preferito.

Le sue parole generano in me un’esplosione tale da scatenare un nuovo big bang, con annessa creazione di un nuovo universo, e il tutto in pochissimi secondi. Ed esulto. Blocco il telefono ed esulto, come Pippo Inzaghi contro il Liverpool, come Mirko Vucinic in Roma Bologna, come Mourinho in scivolata a bordocampo. Perché il discorso di Bassi, breve e conciso, pone l’accento su un problema che si viene a creare nella più normale delle quotidianità dell’ascoltatore/cantante rap : lo stereotipo. Nel nostro paese viviamo di stereotipi, cerchiamo in ogni dove uno stereotipo, così, giusto per creare nella nostra mente quell’immagine che sarà per sempre scolpita, forever and ever. E questi stereotipi, oltretutto, vengono usati da tutti i principali mezzi di comunicazione, rafforzando ancor di più quell’immagine furbescamente tanto vicina ma quanto mai tanto lontana dalle personalità che poi formano le varie sfumature dei personaggi. Secondo i media (e, per concatenazione, per gli italiani), i romani sono coatti, i milanesi precisi, i genovesi tirchi, i sardi hanno uno smisurato amore per il gregge, i tatuati criminali e i videogiocatori dei nerd senza vita. Ah, e i rapper sono tutti dei coglioni. Perché se un tipo dice di ascoltare rap, a meno che non ci si trovi davanti una persona che conosca quantomeno le regole di questo gioco, è matematico, se non lapalissiano, che il tuo interlocutore risponderà “yo, yo, fratello”. A chi non è capitato? Ed è proprio qui che Bassi si incazza. “Arrivi al bar, alla mattina, e trovi quello che dice ‘ecco il rapper’ e ti fa le corna. Ecco quella cosa è rimasta da quando Jovanotti andava in tv. Io non voglio essere ancora riconosciuto come il rapper delle pubblicità o dei comici di Colorado.” Amen. Alleluia. In alto i cuori e fuori la voce.

In questi anni di mia permanenza su Hano, ho sempre lottato per questo. Ne ho parlato in vari articoli, ho espresso il mio disagio sul web, perché queste cose le ho vissute in prima persona. Sono passato dalle musicassette col walkman, ai cd col lettore enorme portato dietro, agli mp3 sui primi dispositivi, a Spotify col 4G. Sono passato dai vestiti larghi, alle bandane, ai primi cappelli, ai new era, agli anelli e alle collane. Ed è ancora tutto così. Ancora nelle pubblicità sento i jingle cantati con due/tre rime in –are, usato per scimmiottare il rap, colto poi dallo spettatore come il genere che “sanno /possono fare tutti”. Ancora nei talent show, vedo qualche scarsone chiamato per rappresentare la categoria dei “rapper” ma che messo a confronto con qualsiasi (e ripeto, qualsiasi!) elemento della scena italiana, finirebbe per fare una figura di merda pari a Luca Giurato di fronte a Noam Chomsky. Ancora nella musica italiana vedo qualche babbo tatuato fare filastrocche pop che i media e i più scemi reputano “rap”.

Ma la gente del rap è stanca. Stanca di essere vista come inferiore, stanca di vivere di stereotipi che vivono nella nostra società da anni, stanca di essere prigioniera di un immaginario sociale completamente traviato da ciò che gli si para davanti. È ora di incazzarsi come ha fatto Busdeez, come dovrebbero fare anche tutti gli altri componenti della scena, per farci sentire, per far cambiare quest’idea e stroncare qualsivoglia paragone fatto col ‘Moreno’ di turno.

Per cui, concludendo, voglio dire grazie a Bassi, grazie Maestro per aver posto di nuovo l’attenzione su uno dei problemi cardine del rap italiano. E, se sicuramente è anche un po’ colpa mia per l’aver attirato su di me l’immagine del rapper, comprando vestiti e accessori di dubbio gusto, e quindi contribuendo a creare l’idea dello stereotipo yoyo, ancora una volta, è servita l’esperienza maturata e la ‘rabbiachenonpassamai’ per incazzarsi. Quel classico fastidio per non essere mai valutato per il lavoro svolto. Quella società che ti pone come un semplice 40enne che gioca a fare il ragazzino. Quello stesso veleno che sale quando il popolino pensa che Fibra dopo ‘Applausi’ sia sparito, che Neffa esista da ‘La mia signorina’ in poi, che il rap in Italia sia comandato dai fascisti col Casio. Quell’insopportabilità della gente in Italia che ,dopo trent’anni, ancora non ha compreso il rap italiano. E non solo per colpa loro.

Ogni volta che qualcuno vi farà il gesto dello corna, prendete il video di HHTV, fateglielo vedere e poi mettete un pezzo di Bassi, uno a caso. Vediamo poi chi è il ragazzino.