Sono sicuramente in ritardo di qualche anno ma considerando che per una volta voglio spargere parole d’amore e riconoscenza, al posto delle solite invettive, mi sembra sciocco formalizzarsi per una sciocchezza come il tempo o il sopravvalutassimo concetto di “puntualità”.

In realtà era tanto che cercavo una scusa per eruttare tutto il mio amore nei confronti di uno dei pochi cantautori italiani che mi fa ringraziare il cielo di essere al mondo e di conoscere l’italiano: Jacopo D’Amico, in arte JD, Dargen o come vi pare. Semplicemente, mi serviva una scusa e oggi finalmente l’ho trovata.

Oggi sono stato ad un’esposizione che definire “illuminante” sarebbe riduttivo e che se non fosse stato per il cantautore milanese, non avrei mai potuto apprezzare. Sono stato alla Tate Modern di Londra, non che fosse la prima volta per carità ma, questa volta, per apprezzare le opere di colui che con il tempo, soprattutto grazie ad un aiuto “dall’alto”, è diventato uno dei miei artisti preferiti: Amedeo Modigliani.

La verità è che io di storia dell’arte sono stato sempre una capra conclamata e, nonostante il mio naturale interesse per ogni sorta di creatività, tra me e i quadri non c’è mai stato un bellissimo rapporto. Non so perchè, ma forse il semplice fatto che venisse insegnato a scuola mi faceva automaticamente pensare che non servisse ad un benamato cazzo.

Cosa è cambiato? Ricordo tutto. A cicli annuali io tendo a riscoprire gli artisti che mi hanno maggiormente entusiasmato nel corso della vita. Solitamente parte tutto da un episodio scatenante che potrebbe essere qualcosa di semplicissimo, come il camminare in un centro commerciale e sentire una canzone in diffusione tra i reparti.

Ecco, non ricordo esattamente il motivo ma circa un anno fa mi ritornò una voglia matta di riascoltare tutti i dischi di Dargen. Tutti. Dalle Sacre Scuole, passando per “Musica Senza Musicisti” (uno dei miei totem di scrittura all time), per arrivare a quel capolavoro invendibile di “Nostalgia Istantanea” (Uno dei pochi dischi moderni comprati dal sottoscritto) e alle cose più recenti. Si, ahimè, bocciofila inclusa.

La verità è che io “D’IO”, il disco che contiene “Modigliani”, l’ho ascoltato bene ma, incredibilmente, non avevo nessuna memoria di questa poesia. Quando l’ho “ascoltata veramente” per la prima volta circa un anno fa è stato amore a prima vista. Tuttavia ad essere onesti, per apprezzare il piacere delle parole e della musicalità d’insieme del pezzo, non è strettamente necessario conoscere chi diamine fosse questo Modigliani e anche io amai il brano a prescindere.

Certo, sono pigro, ma al tempo non sono così stronzo da non capire quando davanti a me si presenta l’occasione di imparare qualcosa di magico e decisi di documentarmi su questo giovane artista toscano che aveva vissuto in Italia poco e niente e che decise di dedicare la sua breve vita alla contemplazione della bellezza. Avventurandosi nella rappresentazione delle figure umane e della loro innata magia. Il tutto nella vicina Francia. Prevalentemente a Parigi.

Inutile dire che una volta scoperto l’artista la canzone di D’Amico assuma una dimensione ancora più poetica ed un fine quasi educativo nella promozione di un artista fantastico che, a dispetto della sua italianità, non so quanto sia conosciuto ai più nel nostro paese.

Ci sono molti artisti italiani di cui possiamo dire qualcosa del genere ultimamente? Avete imparato qualcosa dai vostri “miti” che non fosse che Sfera “a scuola prendeva 6 ma che ora vuole un conto a sei zeri”?

Mi sono goduto l’esposizione come non mai e non credo che la dimenticherò facilmente e,  caro Jacopo, nel malaugurato caso che la tua vita in questo periodo sia così noiosa da portarti a leggere queste mie semplici parole, sappi che per la Tate Modern di Londra oggi c’era un curioso ragazzo che si aggirava tra i quadri di Amedeo Modigliani canticchiando un qualcosa che faceva più o meno così:

“Amica francese addio, non so se dirtelo,
ma ti amai di un amore puro, indigeno
poi muore e scorre fine sulla parete
nomi e cognomi degli attori alle spalle del prete
coprotagonisti in ordine di importanza
e il pubblico si da di gomito nella stanza,
hai visto chi ha amato? beh, ne ha amate tante
io pensavo il mio ruolo fosse più importante
nella vita terrena esistono solo comparse,
occhi sbavati come il cielo, briciole sparse
triplo della fatica, come la formica,
ma ai sacrifici sacri io non ci credo mica

E sono pieno di buoni amici ma non miei,
se mi baci e mi accoltelli è tutto ok
pollice su perché siamo solo di passaggio,
la morte è la vita vera il sogno è un assaggio.

Siamo dentro alla favola
che ci lascia sorridere
poco prima di piangere,

Modigliani

Hai due ore per ridere,
poi si riprende a vivere, vieni il vino è già in tavola,
ma non bertelo tutto,
lasciane un po’ per me.”

Grazie amico D’Amico.

Diego.

Diego Carluccio
Diego Carluccio nasce, in tutta la sua presunzione, il 26 ottobre del 1990. Ora di pranzo. Essendo la modestia il marchio di fabbrica della casa, pare abbia dato suggerimenti e consigli su come affrontare il parto allo stesso medico primario. Volendo affossare l’insopportabile luogo comune secondo il quale “dai licei esce la futura classe dirigente”, si iscrive al liceo classico e, sebbene provi a farsi espellere e/o bocciare ripetutamente, consegue l’impareggiabile successo di diplomarsi in 5 anni con un sensazionale 60/100. Da segnalarsi la tesina di laurea: un mix di Ramstein, Marilyn Manson e Neonazismo. Iscrittosi per sbaglio alla facoltà di legge alla statale di Milano, rimane ripetutamente intrappolato all’interno di quel subdolo e tentatore tragitto che connette la fermata “Missori” e l’aula di Diritto Privato. Ritiratosi dai corsi a metà anno, dedica il resto della stagione 2009-2010 al fancazzismo professionistico. Desideroso di ottenere una laurea però, scegli la carriera universitaria che ha il maggior numero di punti di contatto con la disoccupazione perenne: nel 2011 si iscrive al Dams. Laureatosi con il voto di 99/110, in onore dei kg e del numero di maglia dell’idolo di infanzia Antonio Cassano, conclude la propria esperienza universitaria con un tesi dedicata a “Fabri Fibra” e al rap italiano. Prima tesina nazionale a contenere un numero di parolacce superiore a quello dei segni di punteggiatura. Come ogni buon “critico” giornalista che si rispetti, non manca, tra le esperienze del giovane Carluccio, un fallimento artistico. Firma nel 2015 un contratto discografico con una label minore sotto lo pseudonimo di D-EGO MANIA. Il disco “Non è un paese per rapper” riesce nell’ardua impresa di vendere meno copie dell’esordio discografico dei Gazosa. Ora vive a Londra e lavora nell’organizzazione eventi per uno degli hotel più lussuosi della capitale britannica, ma non preoccupatevi: la sua vera passione è dirvi quanto fate schifo.